Un dubbio (senza risposte)

E un dubbio (probabilmente etico) che non ho mai avuto il coraggio di esternare. Finché non ho provato per sola curiosità a contare quanti libri ci siano sull’omeopatia nella biblioteca in cui lavoro. Si tratta di 49 titoli, pubblicati dal 1979 in avanti (date un’occhiata qui. Ecco che cosa significa).

Niente di speciale. Si tratta di uno dei tanti argomenti di cui l’editoria si occupa, che i lettori richiedono e che – di conseguenza – le biblioteche pubbliche acquistano, cercando di selezionare il meglio in un panorama frastagliato di offerte.

Devo ammettere, però, che questo genere di libri mi risulta disturbante. Mi fa proprio arrabbiare, anzi. Perché credo che contengano contenuti errati, su temi importanti, e che siano di conseguenza pericolosi in particolare per le persone più ignoranti e quindi sprovvedute. Sentite come suona? Come opinione personale, legittima, magari poco politically correct, ma legittima (vedi qui). In bocca a un bibliotecario, qualcosa di ovviamente stonato. Potrei dunque accontentarmi di tenere distinti i due piani e passare oltre, ma mi pare che questo esempio metta in gioco un paio di valori legati alla professione che sono potenzialmente contrastanti. Ecco quali.

Primo: difendere la libertà di opinione (niente meno)
Il bibliotecario non giudica le letture dei suoi utenti e si comporta di conseguenza quando si tratta di acquistare i titoli da mettere in collezione. Qualcuno troverà fastidioso il mio fastidio per l’omeopatia così come io (e molti di voi, scommetto) troveremmo inaccettabile e scandalosa una qualunque forma di censura sugli acquisti (è capitato, quando fervidi assessori alla cultura hanno creduto opportuno mettere il naso nelle liste dei titoli ordinati dai bibliotecari, hanno denunciato chi proponeva ai ragazzi testi sull’omosessualità, hanno tentato di far sparire quotidiani di parti politiche a loro invise).

Secondo: diffondere la conoscenza (niente meno)
La diffusione della conoscenza attraverso la lettura come suo mezzo principale è un obiettivo che nessun genere di bibliotecario disconoscerebbe. Leggere intrattiene. Leggere fa bene. Frequentare la biblioteca porta ad ampliare la varietà delle proprie scelte di lettura. Dopo aver tanto letto, tutti saremo persone più soddisfatte, genitori più consapevoli, professionisti più formati, cittadini migliori.

Se si lavora in biblioteca da sufficiente tempo si tende a sapere che queste (entrambi i niente meno) sono cose tanto sacrosante, quanto astratte. Libri brutti, stupidi, pieni di sciocchezze, ne capitano tanti sotto le mani. Sappiamo che vengono letti, almeno alcuni. E sospettiamo tutti, credo, che dopo aver letto quei libri i nostri lettori non sono affatto diventati cittadini migliori, non hanno ampliato il loro orizzonte culturale, e anzi qualche volta potrebbero aver preso decisioni stupide sulla loro vita sulla base di quello che hanno letto – offerto da noi, dal nostro lavoro. Sappiamo che almeno alcune categorie di lettori restano lettori dello stesso genere di libri tutta la vita: ci sono un filtro e una bolla di opinioni consolidate e inamovibili dentro i quali viviamo molto prima che ce li metta la rete. Sappiamo che l’editoria produce anche montagne di porcherie e che il nostro compito – incerto e sempre basato su compromessi – è scegliere, almeno in alcune aree, il meno peggio. Perché se non lo si trova in biblioteca, un libro che tenta di curarti con l’acqua, magari lo si trova comunque in libreria, o in edicola, e magari è ancora peggiore.

Dunque in realtà la censura esiste, e la facciamo noi quando decidiamo che questo titolo è accettabile e l’altro davvero no, lo scaffale della psicologia da riempire più di quello sugli UFO, questo libro sull’omosessualità migliore di quell’altro libro sull’omosessualità. Tutti i nostri “consigli di lettura” si basano su una forma a lieve intensità di censura. E’ la famosa selezione operata dai bibliotecari, quella che propagandiamo spesso come valore aggiunto e competenza specifica della nostra professione (in realtà, ormai in netta concorrenza non più solo con parroci e insegnanti ma anche con librai, editori e l’intera filiera editorial-educativa).

Come si risolve questa contraddizione? Come posso conciliare il desiderio di rispettare la specificità di ciascuno, nel momento in cui gli indico lo scaffale delle terapie che non funzionano, con l’idea che sto lavorando per accrescere la sua autonomia e la sua conoscenza? Io non lo so. Però penso che in tempi di crisi economica acuta questo problema diventi più grave. Perché abbiamo meno soldi a disposizione da spendere. Perché diventa meno legittimo spenderli male. Perché i più ignoranti e sprovveduti sono i primi ad essere buttati fuori dalla rete del sostegno sociale. Perché nessuno ha mai riconsiderato l’idea della biblioteca generalista, e detto se e quanto sia un dogma che potrebbe – responsabilmente e professionalmente – anche essere rivisto.

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6 risposte a Un dubbio (senza risposte)

  1. biby ha detto:

    e qui si scateneranno guerre di religione tra omeopatici e scientifici…

    • vgentilini ha detto:

      Ma no, l’omeopatia è solo un esempio. Fate conto di aver letto “telecinesi” o “salasso con le sanguisughe” o qualunque altra credenza controversa a scelta :-)

  2. Franco ha detto:

    Forse il problema sta nell’idea che stai “lavorando per accrescere la sua autonomia e la sua conoscenza”. Stai lavorando per loro, pagata con le loro tasse, quelle di tutti, anche di quelli che non sono interesati ad un approccio scientifico alle questioni. L’edificazione non è il nostro obiettivo, non abbiamo il compito di cambiare le persone, di educarle ad abbracciare forme di conoscenza superiori, non facciamo “scuola”, però facciamo funzionare una struttura di condivisione di risorse informative e culturali, che sicuramente offrono l’opportunità alle persone di diventare più autonome e meglio informate. Potersi documentare su “conoscenze controverse” è un’occasione per tutti, per chi le abbraccia e per chi le rifiuta. Credo che il focus del nostro impegno non sia nell’educazione delle persone, ma nella condivisione di risorse pagate da tutti; poi ognuno prenderà quel che vuole e quel che riesce a prendere, non è nostro compito indicare il sentiero giusto, piuttosto tenere quei sentieri sgombri e percorribili per tutti.

    • vgentilini ha detto:

      Franco, la tua risposta è per certi versi ineccepibile. E ha anche il pregio di essere una risposta operativa, che smitizza tanti discorsi retorici fatti intorno alle biblioteche e ci riporta a un sano principio di compromesso versa la migliore soluzione possibile.
      Però sposta anche il problema senza affrontarlo del tutto. Perché la collettività decide di sostenere le biblioteche e non la condivisione di qualche altro genere di risorse? Perché le biblioteche e non (ad esempio) il car sharing, di cui probabilmente è anche più facile provare il ritorno in termini di minori spese per tutti, minor inquinamento, ecc.? Le biblioteche pubbliche – che lo diciamo o meno, con declinazioni diverse nelle varie culture – si basano esattamente sull’assunto (o la speranza) che condividere quel genere di risorse porti a un generale aumento della conoscenza. E per fare questo “un approccio scientifico alle questioni” è la cosa migliore che abbiamo.

      • Franco ha detto:

        Veramente la collettività (qui a Milano) sostiene anche il car sharing e il bike sharing, ma panchine e parchi giochi all’aperto attrezzati si trovano in tutte le città. Questo solo per dire che, sì, l’”interesse comune”, di fatto è più che sufficiente per sostenere una condivisione di risorse non c’è bisogno di alte motivazioni ideali.
        Sia detto a latere: nessuno può dire perché un certo testo viene preso in prestito; un libro di omeopatia può essere preso per far da sé e non pagare l’omeopata, per verificare quanto letto in un articolo pubblicato su wired, per fare colpo su una ragazza invitata a cena… un libro sugli incidenti domestici potrebbe essere preso per documentarsi al fine di mettere in scena un omicidio perfetto. Tutto questo per dire che l’utilizzo di un testo non è prevedibile, limitarne la diffusione comporta limitarne usi possibili che non siamo in grado di prevedere.
        L’omeopatia come l’astrologia e la smorfia napoletana non ha maggior fondamento scientifico dei testi del dottor Freud: i prodotti della cultura umana non sono solo scienza, e noi dobbiamo cercare di documentarli tutti.
        Però, per non eludere qualla che mi sembra l’istanza di fondo del tuo post, posso dire che è importante che ogni cosa trovi la sua corretta collocazione con la sua giusta etichetta, e su questo concordo con te senza riserve sul fatto che alcune cose potrebbero essere “responsabilmente e professionalmente riviste”. Dunque io ne farei più una questione di corretta collocazione che non di acquisizione: i testi di omeopatia non dovrebbero essere soggettati come “medicina omeopatica”, sarebbe meglio “omeopatia” senza riferimenti alla medicina, e classificati lontano dalla classe 610 magari nella 001.9. E il dottor Freud? Non starebbe meglio nella letteratura tedesca?

      • vgentilini ha detto:

        Probabilmente sì (Freud nella letteratura tedesca)
        :-)

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