Information literacy: DIY Bookscanning

Se clicco su un titolo nel catalogo posso leggere il libro?
Come mai esiste l’ebook per così pochi libri?
Perché non digitalizzate tutti i libri presenti in biblioteca?

La serata dell’otto maggio l’ho passata presso il makerspace di RasPiBO, un gruppo di persone accomunate dalla passione per l’elettronica, l’informatica libera, l’idea di imparare a fare le cose assieme e di imparare a farle facendole (cacciavite in mano, per intenderci). Il senso letterale di maker-space è questo.

Quella sera in particolare era previsto un seminario introduttivo su strumenti fai da te (DIY) e software liberi per la digitalizzazione di materiali cartacei e la pubblicazione nel web, a cura di @archiviografton.

Quello che è stato mostrato è quello che vedete nella foto: un oggetto tutto sommato semplice che io descriverei come un telaio in legno montato a incastro, un paio di vetri, un paio di cinghie elastiche, due macchine fotografiche compatte, alcuni pezzi di hardware, un libro e un umano (che ringrazio!) che fa funzionare il tutto.

DIYbookscanningL’oggetto è un bookscanner Do It Yourself : telaio acquistato online, ma riproducibile in proprio sulla base di disegni liberamente disponibili, vetri acquistati da un normale vetraio, macchine fotografiche acquistate dove volete, un portatile e un Raspberry Pi (che è un piccolissimo computer open source) con sopra software di elaborazione delle scansioni come Spreads. Costo totale (portatile a parte), intorno ai 600 euro.

La presentazione è stata un racconto di come, partendo da apparecchiature di questo genere e da libri, ma anche opuscoli, manifesti o altro, si possano produrre amatorialmente e rendere disponibili a chiunque archivi digitalizzati di buona qualità, grazie all’uso di strumenti già disponibili reperibili a prezzi quasi irrisori, a competenze pubbliche condivise e a strumenti di archiviazione massiva open come Internet Archive.

L’esempio visto è stato quello di Archivio Grafton9, pagina alla quale potete trovare altre informazioni sul progetto specifico e visionare le copertine del materiale che è stato già digitalizzato, col relativo link a Internet Archive dove è possibile leggerlo per intero.

Tutto questo è – ripetiamolo – un tipo di lavoro non professionale. Nessuno vuole proporre che grandi biblioteche storiche o nazionali, avendo a che fare con materiali di pregio e con la necessità di ottenere un prodotto di alta qualità, possano o debbano servirsi di strumenti di questo tipo (per quanto la consapevolezza di quale sia l’intera offerta di hardware e di software – al di là di quanto offrono le grandi aziende specializzate – non farebbe comunque male).

È però una soluzione che può andare incontro alle esigenze di tanti piccoli archivi e biblioteche che possiedono materiale fuori diritti, talvolta estremamente raro, spesso in via di disfacimento, misconosciuto ai più. Il modo per rendere quel materiale un bene pubblico, che incontrerà i suoi lettori nella coda lunga e lunghissima della rete, nel corso del tempo.

Ma una dimostrazione di questo genere potrebbe anche essere un bel modo per mostrare agli utenti delle biblioteche, quelli delusi da quanti pochi ebook abbiamo, quelli che non sono riusciti a trovare un titolo in formato digitale neanche pagando, il perché di tante cose: quanto lavoro implica prendere un libro che non è mai esistito in digitale e, pagina dopo pagina, farne un file leggibile (e magari ricercabile). Che cosa sia il diritto d’autore e perché tante cose possiamo scannerizzarle e metterle in rete e tante altre no. Da dove vengano i file che hanno comunque trovato ma che non erano riusciti ad acquistare. Che non è necessario aspettare sempre che esista il device alla moda, o l’app dalla grafica impeccabile, per farsi le cose da sé. Che l’informatica è uno strumento per tutti ed è esattamente quello strumento che oggi consente di produrre altri strumenti con cui abbiamo più familiarità. Come i libri, ad esempio.

(Una seconda occasione per approfondire questo argomento è il 27-28-29 giugno, a Bologna, all’interno di Hackmeeting 2014).

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9 risposte a Information literacy: DIY Bookscanning

  1. aubreymcfato ha detto:

    L’ha ribloggato su Questo blog non esistee ha commentato:
    Senza dimenticare che partendo da qui e arrivando a Wikisource, uno parte dalla carta e arriva all’epub, con un testo trascritto grazie alla comunità di volontari. Il workflow è completo, cari archivi e biblioteche, non avete più scuse.

    • Non è così facile: «cari archivi e biblioteche, non avete più scuse». Per tanti motivi. Innanzitutto La disponibilità di tecnologia buon mercato è positiva ma da sola non significa molto. Perché come si dice anche in questo post, questo lavoro richiede tempo, cioè persone che lo fanno. Si potrebbe ricorrere a forme di semivolontariato pagato, come il servizio civile volontario. Però teniamo presente questa difficioltà più generale che mi sembra trascurata da chi guarda alle biblioteche venendo da iniziative legate ai modelli cooperativi volontari di rete, il crowdsourcing. L’applicazione di questi modelli al caso di istituzioni reali si scontra con molte differenze a partire da una flessiiblità molto più ridotta (le cose che faccio online le posso fare nei ritagli di tempo, ma nel caso di istituzioni reali devo tenere conto di giorni e orari di apertura ecc.; poi: la collaborazione a iniziative online è molto individualista e non gerarchizzata, ma questo non può succedere nel caso delle istituzioni reali perché un minimo di organizzazione ci vuole, anche solo banalmente per stabilire chi decide i turni alla postazione e fa ruotare le persone per arrivare a cavarne dei risultati concreti; infine: la collbaorazione online come nel modello Wikipedia è facilitata dal fatto di essere molto scalabile: posso fare molto o poco, e anche quel poco può valere, ma se si decide di digitalizzare un libro bisogna arirvare alla fine mantenendo gli standard decisi all’inizio e tutti si devono adeguare a un certo standard). Un’altra difficoltà è legata al fatto che il volontariato “dentro” alla biblioteca è oggetto di molte discussioni e controversie perché non a torto viene visto come una possibile forma per evitare assunzioni o evitare altre forme, meno istituzionalizzate, di lavoro ma che comunque oltre al ritorno economico per chi lo svolge portano con sé un maggiore riconoscimento formale a livello professionale del servizio svolto. Insomma: it’s complicated e se non se ne tiene conto si perde un’occasione per riflettere sulla complessità e tirare fuori delle idde che non potranno consistere nell’applicazione meccanica alle biblioteche di modelli nati altrove ma dovranno essere idee nuove.

      • aubreymcfato ha detto:

        Avevo scritto una risposta lunghissima, ma si è cancellata. Il punto è che non ci sono più scuse per affrontare le complessità che giustamente presenti: le tecnologie ci sono, le competenze e le persone pure. Gli strumenti sono lì fuori: è ora che le biblioteche e gli archivi inizino ad esplorare anche loro, e a capire come usare tutto questo.

  2. Pingback: Information literacy: DIY Bookscanning | YBlog

  3. FP ha detto:

    Condivido perfettamente “questo lavoro richiede tempo, cioè persone che lo fanno”. La tecnologia della scansione richiede molto lavoro umano (girare pagina dopo pagina il libri da scansionare, inserire i metadati, disporre di una digital library, gestirla, ecc.). Chi lo fa un lavoro spesso ripetitivo? E soprattutto chi lo paga? Un po’ di realismo non guasta…

  4. vgentilini ha detto:

    Nessuno è interessato all’aspetto dell’information literacy? “Mostrare” questa cosa agli utenti non sarebbe interessante?

    • Assolutamente interessante. Anche per poter spiegare cose come perché non si digitalizza tutto, perché le biblioteche non possoon farlo e a volte neppure gli editori. Ruolo della pirateria. Io tra l’altro sono personalmente sempre più convinto che nel mare magnum di quella che viene chiamata “pirateria” bisogna fare dei distinguo perché se si condivide senza scopo di lucro non è la setssa cosa dei pirati che rubano (per lucro). Certo dal punto di vista delle leggi il danno c’è lo stesso. però la questione merita di essere vista bene in tutta la sua compessità.

  5. Una modalità concreta che mi viene in mente per portare dentro alla biblioteca queste attività potrebbe consistere nell’organizzare un laboratorio di digitalizzazione il cui obiettivo sia duplice: insegnare delle cose e realizzare un lavoro compiuto. Magari utenti interessati potrebbero essere trovati anche con una partnership con le scuole medie superiori. Ho in mente la biblioteca di pubblica lettura perché più adatta a richiamare utenti “qualsiasi” ma interessati. La difficoltà che vedo innanzitutto è che serve un tecnico esperto che insegna a segue il lavoro: dove trovarlo? sarebbe disposto a fare il volontario? o la biblioteca potrebbe retribuirlo? ovviamente può essere un bibliotecario che ha imparato da qualche parte e ha un minimo di esperienza. Il punto è: si possono magari anche trovare volontari interessati sia ad apprendere sia a fare, ma non è detto che il ruolo di chi esercita la funzione di trasmissione di competenze specialistiche di questo genere possa essere realizzato attraverso il volontariato. Magari potrebbe essere un tecnico unico per un insieme provinciale di biblioteche, anche se di fatto solo le biblioteche storiche possono avere materiale da digitalizzare. Non le piccole biblioteche di pubblica lettura perché per la loro mission scartano materiale obsoleto e quindi le loro collezioni contengono solo materiale protetto, non nel libero dominio. Però Bologna che ha tante biblioteche con collezioni storiche, a partire dall’Archiginnasio, potrebbe essere una sede in cui l’uso collettivo di un tecnico potrebbe essere una misura sostenibile.

  6. nilocram ha detto:

    Approfitto del bell’articolo sul bookscanning per segnalarvi la Bibliobox, un altro strumento di mediazione digitale che potrebbe essere adottato facilmente dalle biblioteche (ma non solo), io ne ho installata una nel bar della mia scuola.
    Detto in poche parole, si tratta di un distributore di contenuti digitali costituito da un router wifi e da una chiavetta usb disconnessi da internet, il dispositivo offre a studenti e insegnanti risorse digitali (ebook, audio, video e immagini) di Pubblico Dominio o distribuite con licenze libere (ad es.Creative Commons ), software libero e altro ancora .
    Tutti i materiali possono essere scaricati o ascoltati/visti in streaming utilizzando un dispositivo dotato di wifi: computer, smartphone, tablet ed ereader.
    La BiblioBox utilizza hardware a basso costo e software open source, naturalmente richiede anche una certa quantità di lavoro umano per la configurazione e personalizzazione del dispositivo; attualmente è utilizzata (con nomi differenti: PirateBox/LibraryBox/BiblioBox) in diverse biblioteche di Stati Uniti e Francia.

    Se volete saperne si più su cos’è, come si usa e soprattutto come si costruisce una BiblioBox/PirateBox potete dare un’occhiata a queste pagine:

    http://bibliobox.wikispaces.com/Bibliobox+news

    https://twitter.com/23cose

    nilocram

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