La partecipazione: un cambiamento di paradigma

E’ difficile rendere in qualche riga che cos’è Wikinomics : la collaborazione di massa che sta cambiando il mondo / Don Tapscott, Anthony D. Williams. – Milano : Rizzoli : Etas, 2007

Per partire da un concetto usuale per i bibliotecari, si può dire che il libro descrive il passaggio dalla cooperazione alla partecipazione.

Non è facile neppure estrapolare in modo semplice temi utili per la nostra professione, perché il libro è scritto da economisti e indirizzato principalmente a manager. Ma, poiché le trasformazioni descritte nel campo dell’economia sono tutte basate sulla stessa struttura tecnologica sulla quale ci appoggiamo noi, in realtà ci sono un sacco di spunti interessanti di riflessione.

L’idea di base è che Internet rende possibile forme di partecipazione alla creazione di valore economico e di conoscenza quasi infinite (sì, il libro gronda del tipico ottimismo americano che ci fa un po’ sorridere. Io però comincio ad apprezzarne la forza didattica!):

“Mentre la vecchia Rete era fatta di siti web, di click e di occhi puntati sul monitor, la nuova Rete è fatta di comunità, di partecipazione e di peering.” (p. 15)
“Ciò che è diverso, oggi, è che i valori, le competenze, gli strumenti e i processi organizzativi, nonché le architetture dell’economia basata sull’autorità e il controllo – un’economia sempre più in declino – non sono semplicemente superati; rappresentano un vero e proprio handicap nel processo della creazione di valore.” (p. 29)
E ancora:
“sta emergendo un nuovo tipo di business, che apre le porte al mondo: co-innova assieme a tutti, specie i clienti; condivide risorse che i precedenza venivano tenute sotto stretta sorveglianza; sfrutta la potenza della collaborazione di massa e non si comporta come una multinazionale, ma come una nuova entità, un’azienda realmente globale.” (p. 320)

Si comincia dal caso ormai classico della contrapposizione fra open source e sistemi proprietari nel campo del software. Ma i campi in cui la partecipazione va diventando una forma di business vincente vanno molto oltre: dalla condivisione dei brevetti, all’ampliamento della rete dei collaboratori di un’azienda al di fuori dei propri confini (secondo un modello di lavoro per progetti in cui la concentrazione ad hoc prevale sull’appartenenza istituzionale), fino al campo della produzione materiale classica (ad es. l’industria cinese delle motociclette che, con le sue centinaia di aziende che insieme progettano e assemblano moto, comincia a fare concorrenza alle maggiori marche internazionali).

Ma perché non si pensi che si stia parlando solo del mondo del profitto meramente economico, diciamo pure che il libro cita anche diverse banche dati condivise di dati scientifici, liberamente accessibili a scienziati di ogni parte del mondo.
Mettete insieme l’accessibilità dei dati scientifici (nel senso della loro piena conoscibilità) con l’accessibilità online che ne permettono le applicazioni software di mashup, e avrete una bella serie di applicazioni di diretta utilità per i cittadini.
Un esempio è Scorecard, un’applicazione che raccoglie i dati da oltre 400 database scientifici e governativi USA per creare una mappa delle problematiche ambientali più rilevanti nel paese. Il sito è pubblicamente accessibile e interrogabile, ad esempio, per codice postale.

Questo significa che prima di acquistare casa in una certa zona potete informarvi dei possibili problemi legati all’inquinamento, oppure che un’associazione di attivisti può basare la sua azione su dati certi e pubblici e monitorare nel tempo l’evolversi della situazione.
Anche il campo dell’informazione in senso stretto è toccato nel libro, ad es. a partire da Slashdot:
“Un altro esempio precoce e significativo di come i consumatori stiano ridefinendo l’esperienza mediatica è Slashdot, sul quale circa 250.000 consumatori pubblicano notizie che possono interessare un pubblico globale di tecnologi e programmatori. Il valore di un dato articolo viene determinato dal punteggio attribuito dai lettori e dai moderatori del sito. Il traffico è talmente elevato che l’espressione to be slahdotted è entrata nel gergo comune anglosassone; vuol dire che il proprio sito ha ricevuto una quantità sconcertante di visite in quanto è stato citato, anche una sola volta, su Slashdot e per analogia si è estesa a tutte quelle situazioni in cui un sito poco noto sperimenta un boom di traffico perché è stato citato da un altro molto più famoso.” (p. 162)
Slashdot è un esempio citatissimo non solo per i contenuti (per un pubblico di appassionati di informatica), ma per il suo meccanismo davvero raffinato di valutazione della rilevanza degli articoli citati. Non pensiamo ai commenti terra-terra del genere “ah, bello”, o “è vero, accidenti”! Qui si va molto oltre arrivando ad una vera struttura reticolare di controlli incrociati che, sommando verifica a verifica, compatta il concetto di apprezzamento collettivo con quello di qualità intrinseca. Per chi fosse curioso, una spiegazione dettagliata di come funziona il meccanismo l’ho trovata in un altro libro, La ricchezza della rete (p. 97-101).

Se invece preferite l’esempio di un sito che si occupa di informazione generalista, ma sempre basato su un modello di segnalazione e valutazione collettive, potete vedere digg.

Gli autori tirano queste conclusioni (non da poco!):

“L’informazione è tornata ad essere un’attività collettiva” (p. 163). E inoltre:

“Perché tutto questo sta succedendo su digg e non sulla CNN o sul New York Times? E’ semplice. I creatori di questo sito hanno appreso come trasformare l’informazione in un passatempo sociale… Il fatto che nessuno dei media più importanti offra già una ‘prima pagina’ parallela creata dal pubblico è preoccupante. La tecnologia è già disponibile da un decennio. Un cinico potrebbe imputare questa lacuna a un disprezzo per l’intelligenza collettiva dei fruitori dei media. In alcuni casi, può essere che il cinico in questione abbia ragione. Nella maggioranza delle volte, però, l’andamento sclerotico del cambiamento riflette l’inerzia culturale delle istituzioni impregnate dalla tradizione giornalistica dei mass media.” (p. 164 e 165)

Ancora esempi di progetti collaborativi:

Il California Open Source Textbook Project, progetto del Ministero dell’istruzione della California per realizzare materiali educativi di qualità da condividere gratuitamente o con licenze Creative Commons. Uno degli scopi dichiarati è quello di costituire un’alternativa ai libri di testo i cui prezzi sono aumentati molto e mettere a frutto il lavoro dei docenti. (A p. 74).

Progetto PeopleFinder, in cui circa 3000 volontari hanno contribuito a predisporre in tempi brevissimi e senza l’appoggio di piattaforme tecnologiche particolarmente sofisticate, un database online dei dispersi dopo l’uragano Katrina che ha colpito gli USA nel 2005. Sul database che ne è risultato sono state fatte, nei giorni successivi al passaggio dell’uragano, più di 1 milione di ricerche.

“E’ vero, PeopleFinder era una soluzione di fortuna che adottava tecnologie piuttosto rudimentali, mentre un sistema di codifica più sofisticato avrebbe potuto automatizzare ulteriormente il processo. E’ vero anche che l’esistenza di uno standard condiviso che regolasse fin da subito la raccolta e la condivisione dei dati avrebbe garantito l’interoperabilità di tutti i siti dedicati ai soccorsi, e in questo modo organizzazioni come la FEMA, la Croce Rossa e Google avrebbero potuto unire gli sforzi per mettere in piedi potenti servizi web non appena Katrina è apparsa sugli schermi radar. In assenza di tali standard, tuttavia, la lezione che possiamo trarre da questo episodio è la seguente: avendo a disposizione una piattaforma aperta integrata da alcuni semplici strumenti, la gente comune può sviluppare nuovi, efficaci servizi informativi che si dimostrano più solidi e flessibili dei canali burocratici.” (p. 214)

Il libro contiene inoltre molte riflessioni sul sistema di regolamentazione dei diritti di proprietà intellettuale, uscendo dalla contrapposizione classica fra i due schieramenti che vedono da una parte il sistema “proprietà privata-non riproducibile-protetta da schiere di legali assatanati” e dall’altra quello dei progetti “anarco-open source-gratuiti-liberamente modificabili” ecc. ecc.
“Nell’economia odierna abbiamo bisogno di un sistema della proprietà intellettuale che premi l’inventiva e incoraggi l’apertura, che alimenti l’imprenditoria privata e sostenga il pubblico dominio. Quello attuale non sta funzionando adeguatamente.” (p. 204)
Visto che gli autori sono degli economisti, ci possiamo chiedere se anche il pensiero economico mainstream stia cambiando lentamente orientamento su questi temi.
Ci sono infine molti spunti sui cambiamenti che le tecnologie partecipative producono sull’organizzazione del lavoro. Anche questo mi ha fatto riflettere e chiedermi come tutto ciò si possa applicare nelle nostre biblioteche:
“Stiamo passando da ambienti lavorativi chiusi e gerarchici, basati su rapporti rigidi fra impresa e dipendenti, a una serie di ‘reti del capitale umano’ sempre più distribuite – collaborative e basate sull’organizzazione autonoma – che traggono conoscenze e risorse dall’interno come dall’esterno.” (p. 278)
“Contemporaneamente sta cambiando anche la natura stessa del lavoro. E’ diventato più complesso dal punto di vista intellettuale, più basato sui team e sulla collaborazione, più dipendente dalle competenze di socializzazione, più affrettato, più incentrato sulle competenze tecnologiche, più mobile e meno dipendente dall’ubicazione geografica.” (p. 285)
“Probabilmente il lavoro che facciamo definirà ancora, in larga misura, chi siamo; l’azienda per cui lavoriamo, invece, no. La nostra sensazione di stabilità e le nostre fonti di incoraggiamento, apprendimento e crescita professionale proverranno dalle comunità di pratica e dal nostro rapporto (soprattutto via Internet) con un gruppo di peer che la pensano come noi, e non necessariamente dai nostri rapporti lavorativi di lungo termine.” (p. 307)
Un esempio concreto di applicazione tecnologica all’organizzazione del lavoro è quello del wiki adoperato come database per la comunicazione interna. Citato il caso di una banca di investimenti europea, la Dresdner Kleinworth, il cui wiki interno ha oggi più di 2000 pagine e viene utilizzato da più di un quarto del personale. Il risultato è la riduzione del 75% delle email e del 50% del tempo dedicato alle riunioni!
Interessante anche l’ipotesi per cui sarebbe la natura stessa del wiki, basato com’è sulla condivisione del controllo dei contenuti, ad aumentare il tasso di fiducia dei partecipanti e di conseguenza la qualità dello strumento, analogamente a quanto avviene nell’open source. (A p. 293 e 294)

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