L’olfatto dell’utente

In un bell’intervento sulla possibilità di integrare sistemi classificatori gerarchici di tipo tradizionale e sistemi di social tagging, ho trovato un paio di concetti a prima vista buffi, ma che mi sembra descrivano bene una situazione tipica vista facendo reference: di colpo, nel corso di una transazione, capita che l’utente si trasformi in una specie di Ratotouille che scruta lo schermo pieno di risultati di ricerca e ne indica uno in particolare, senza alcuna logica apparente, come se l’avesse annusato!

E’ il momento in cui si misura la distanza, talvolta abissale, fra quello che l’utente ha dichiarato di cercare e quello che davvero cercava.

Ma come funziona questo processo? C’è un evidenziatore mentale nella testa dei nostri utenti che all’improvviso illumina un dato anziché un altro? ;-)

Franco Carcillo e Luca Rosati citano due termini, il profumo dell’informazione e la raccolta delle bacche:

Il termine “raccolta delle bacche” (berrypicking) applicato al settore dell’information retrieval è stato coniato da Marcia Bates (1989) e indica una fondamentale modalità con cui l’uomo cerca le informazioni (in ogni ambiente, sia fisico sia digitale) modificando continuamente la propria strategia a seconda dei nuovi ritrovamenti; per questo motivola Bates parla anche di “ricerca evolutiva”.

Il concetto di “profumo dell’informazione” (information scent), è stato coniato da Pirolli – Card, 1999 nell’ambito della teoria dell’information foraging, sviluppata applicando concetti propri della biologia (strategie comportamentali degli animali per la ricerca del cibo) al campo dell’information retrieval.

Il profumo dell’informazione indica un insieme di indizi che suggeriscono il probabile valore di rilevanza delle informazioni a cui l’utente si sta avvicinando nel corso della sua ricerca. Questo concetto si lega a quello di raccolta delle bacche, dato che il “profumo” trasmesso da una risorsa influenza l’evoluzione del percorso dell’utente: l’utente si dirige verso le informazioni con più alto tasso di scent, tanto che una diminuzione significativa di “profumo” può determinare l’abbandono del percorso.

Quanto del comportamento “animale” di ricerca dell’informazione si sovrappone ai nostri razionali (almeno nelle intenzioni) opac? Possono queste due diverse dimensioni incontrarsi costruttivamente?

Oppure il quadro che si delinea è quello di due fronti opposti: da un lato il catalogatore integerrimo ma sempre insoddisfatto del pessimo uso che l’utente fa dell’opac, e dall’altro l’utente che continua a chiedersi perché ai tempi di Google il catalogo della sua biblioteca debba ancora essere così difficile da interrogare?

L’intervento è ospitato sul numero 1- 2 /2007 di AIDAinformazioni (nel dossier).

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