La cultura popolare

Va detto subito che La ricchezza della rete : la produzione sociale trasforma il mercato e aumenta le libertà / Yochai Benkler ; introduzione di Franco Carlini. – Milano : EGEA, 2007
è una sorta di elefantiaca enciclopedia sui cambiamenti in atto nella rete. Raggiungendo le 600 pagine, è già difficile farne davvero una lettura integrale, figuriamoci un resoconto puntuale. Perciò non aspettatevi questo da me!

Piuttosto, proverò a ricostruire alcuni dei molti percorsi che Benkler delinea, ma vi prego di considerarli soltanto come qualcosa di simile alle briciole di Pollicino dentro una fitta foresta.

Alcune possibili briciole di Benkler:

  • Una nuova cultura popolare
  • Consumo attivo / passivo di cultura
  • Il link come pratica di documentazione
  • Topologia della rete e formazione dell’opinione pubblica
  • Wikipedia, Barbie e l’ “autocoscienza” della cultura  – questa è la migliore, eh? ;-)
  • La rete e i legami sociali

Partiamo col concetto di cultura popolare (nientemeno), non a caso una parola che è quasi del tutto uscita dall’uso. Direi che la sua ultima apparizione almeno in Italia è il “nazionalpopolare” di pippobaudesca memoria, perché si sa, da Pasolini in poi è il “popolo” stesso che non esiste più. Oppure esiste, ma solo in qualche landa desolata e molto lontana e finisce per coincidere con l’idea nebulosa dell’ “etnico” (il cibo etnico, lo stile etnico nell’arredamento, concetti che per certi versi a me fanno un po’ accapponare la pelle…)

Ma cosa c’entra questo con Internet?

Sostiene Benkler che “… stiamo assistendo all’emergere di una nuova cultura genuinamente popolare – pratica che nell’era industriale era stata in gran parte soppressa – nella quale molti di noi partecipano attivamente ai cambiamenti culturali e alla ricerca di significato nel mondo che ci circonda.” (p. 19)

Il riferimento è naturalmente alle pratiche, consentite dalle tecnologie informatiche e di rete, di produrre e distribuire contenuti culturali: pagine web, piattaforme di social networking, wiki, blog ecc. ecc.

“Le persone hanno sempre creato da sé la propria cultura. La musica pop non è cominciata con Elvis. La cultura popolare è sempre esistita, nella musica, nella letteratura e nel teatro. Ma ciò che è avvenuto nelle economie avanzate (e in misura minore, ma comunque significativa, in tutto il mondo) nel corso del XX secolo, è la sostituzione della cultura popolare da parte della cultura commerciale di massa. Il ruolo dei singoli individui e delle comunità che producevano oggetti culturali è cambiato, da coproduttori e interpreti a consumatori passivi. I momenti in cui gli anziani potrebbero raccontare storie, i bambini allestire uno spettacolo per gli adulti e in cui ci si potrebbe riunire per cantare una canzone sono stati occupati da musica di sottofondo proveniente dalla radio o dal giradischi, oppure dalla televisione. Si è arrivati a dare per scontato un determinato livello di ‘valore produttivo’ (la qualità del suono e delle immagini, della produzione e delle esibizioni) che con i nostri mezzi, le nostre voci e qualità musicali poco allenate è semplicemente irraggiungibile. E’ cambiato, così, anche il modo di valutare ciò che risulta coinvolgente e piacevole.” (p. 373)

Parlando di L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica:

“Quello che Benjamin non aveva visto erano i modi in cui la riproducibilità meccanica avrebbe inserito un nuovo tipo di barriera tra la maggior parte degli individui e la possibilità di fare cultura: la barriera rappresentata dai costi di produzione, dalla qualità richiesta ai prodotti e dallo star system che si muove insieme a essa, ha rimpiazzato il ruolo simbolico dell’opera d’arte unica con barriere nuove ma altrettanto alte. Le possibilità fornite dai media digitali erodono precisamente quelle barriere.” (p. 373-374)

Insomma il tema in questione è all’incirca: il video amatoriale messo su Youtube dal signor chiunque potrà mai competere coi prodotti culturali finiti del grande cinema (e questo per limitarsi ad uno solo dei campi possibili, ma il discorso è uguale per letteratura, musica, ecc.)?

Secondo Benkler si può rispondere che “ciò che emergerà dall’ambiente dell’informazione in rete … non sarà un sistema fatto per l’imitazione dilettantesca di bassa qualità di prodotti commerciali già esistenti. Nascerà invece uno spazio capace di offrire più libertà di espressione, proveniente da diverse fonti e di diversa qualità.” (p. 213)

Questo nuovo spazio di espressione ha per cominciare un livello che possiamo definire “formativo” in senso lato:

“… proprio come imparare a leggere la musica e a suonare uno strumento può fare di una persona un ascoltatore più raffinato, la diffusione della pratica di produrre artefatti culturali di ogni tipo permette agli individui di essere lettori, ascoltatori e spettatori migliori della cultura prodotta in modo professionale …”

Ma si va oltre perché, finalmente liberati dal ruolo unico di spettatori totalmente passivi a cui li hanno condannati le condizioni economiche della produzione culturale di massa, questi nuovi consumatori-produttori sono anche in grado “ … di inserire il loro contributo in questo insieme culturale collettivo.” (p. 373)

Ci sono in giro per la rete concetti che vagano e producono una specie di  rumore di fondo. Uno di questi concetto è quello della saggezza delle folle, l’idea che sia utile attribuire un valore forte all’uso che le masse fanno delle risorse informative.

Ad esempio fa questo Google quando considera il numero dei link ad un sito come elemento da calcolare per stabilire l’ordine di apparizione di quel sito in cima alla lista dei risultati di una ricerca (il sito è quello giusto se molti lo considerano tale). Ma l’esempio tipico di saggezza delle folle è il social tagging, la fiducia in un sistema di indicizzazione caotico e scoordinato ma che nasce direttamente dal sistema di significati e di relazioni semantiche che le persone utilizzano effettivamente per pensare.

Di fronte ad un concetto di questo genere, è facile prendere due opposte ubriacature: da un lato la seduzione dell’immediatezza e della democrazia (è la gente che decide, non siamo più noi coi nostri astrusi sistemi formali); dall’altro lo sconforto cinico (la gente non capisce niente, e/o il social tagging produce soltanto rumore).

Forse quello che può scardinare la contrapposizione fra questi due rischi è proprio l’ipotesi che grazie alle nuove tecnologie possa nascere una pratica di produzione culturale più diffusa e intelligente. E’ la massa degli spettatori indistinti della tv del ventesimo secolo che non capiva niente… ma se quegli spettatori diventassero qualcosa di diverso, cosa potrebbe accadere?

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