Il link come pratica (politica) di documentazione

Dopo qualche riflessione sulla possibilità di una nuova cultura popolare e sulla rete come archivio dell’autocoscienza collettiva, qualcosa di un po’ più vicino ai concetti che i bibliotecari tradizionalmente adoperano.

La ricchezza della rete : la produzione sociale trasforma il mercato e aumenta le libertà / Yochai Benkler ; introduzione di Franco Carlini. – Milano : EGEA, 2007 tratta anche di un tema che, avendo cominciato a lavorare quando la rete era già in pieno uno strumento di lavoro quotidiano, io ho sempre dato per scontato: il link. Che l’ipertesto sia una forma distinta e nuova di espressione, che d’altra parte fosse già nascosta nelle note a piè di pagina e nelle bibliografie e così via, sono cose che dopo abbiamo letto tutti (arrivando fino all’ultimo libro di Ridi, La biblioteca come ipertesto). Quello a cui Benkler fa pensare è invece un aspetto che forse possiamo definire come politico, o almeno come qualcosa che ha un effetto sulla politica della documentazione:

“Consentire il facile inserimento di link è la funzione principale del linguaggio HTML. Ed è anche una caratteristica centrale delle reti radicalmente distribuite, dato che permette di archiviare materiali e renderli accessibili a chiunque segua i link che li puntano. La pratica culturale di far riferimento a un contenuto linkandolo e quindi permettendo l’agevole passaggio da una pagina web all’altra è nata proprio attorno a queste semplici applicazioni. La cultura del web qui è decisamente diversa da quella dei mass media, in cui mandare un rapporto di cinquecento pagine a milioni di utenti è difficile e costoso. I mass media, invece di offrire il rapporto accompagnato da un commento professionale, si limitano a trasmettere il parere professionale, nel contesto di una cultura che ripone la fiducia nei professionisti della comunicazione. Nella Rete invece la pratica di linkare riferimenti ai materiali originali è considerata una caratteristica centrale dell’atto di comunicare.La Reteè orientata all’approccio ‘verifica tu stesso’. I lettori danno fiducia a un’osservazione in base alla reputazione dell’autore, alle fonti che cita e che possono essere verificate, e alla consapevolezza che per ogni affermazione o fonte citata ci sono persone non legate all’autore che hanno accesso alle fonti e ai mezzi per esprimere il loro disaccordo con il suo punto di vista. L’approccio ‘verifica tu stesso’ e il meccanismo dei link rappresentano un modello partecipato di controllo dell’attendibilità, radicalmente diverso da quello tipizzato dai mass media.” (p. 276-277)

Insomma otteniamo col link un testo più ricco, una lettura potenzialmente meno passiva, un’arma per abbattere gli steccati fra le discipline, la possibilità di non doverci alzare dalla sedia per andare a consultare volumi presenti in altri luoghi, ma forse in definitiva anche una cultura più trasparente.

Come Benkler dice altrove nel suo libro, viene messa in forse la “funzione editoriale” dei professionisti dell’informazione, l’unicità dei loro punti di vista, l’a priori della loro credibilità.

A dire il vero la credibilità dei mass media è stata messa in dubbio da un bel pezzo non certo dalla rete, ma dalla massa di connivenze col potere che conosciamo. Ma finché a fare da contraltare c’era solo la critica degli intellettuali e non un’alternativa di massa, a che valeva protestare?

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