Attivo / passivo

Consumo passivo e partecipazione attiva sono due concetti che scorrono sotto il testo La ricchezza della rete praticamente per tutte le sue 600 pagine. Inutile dire che si tratta anche del tormentone principale delle riflessioni sul Web 2.0: davvero qualche nuova tecnologia produrrà pratiche tali da rivoluzionare le basi del nostro rapporto con la cultura?

La cultura tv è la quintessenza dell’economia industriale della comunicazione, strutturata in modo da rendere i consumatori altamente passivi … il prodotto mediatico è un bene fatto e finito, pronto per essere consumato, non per essere trasformato. In nessun posto ciò è più evidente che non nella sala cinematografica, dove l’assenza di luce, il suono avvolgente e la grandezza dello schermo sono pensati per rimuovere completamente lo spettatore attivo, lasciando al suo posto solo i recettori – gli occhi, le orecchie – necessari a poter ricevere il prodotto finito. Naturalmente non c’è nulla di sbagliato nel cinema in quanto modo d’intrattenimento. Il problema sorge quando la sala cinematografica diventa una precisa metafora per descrivere la relazione che la maggioranza delle persone deve intrattenere con l’ambiente comunicativo che si trova a occupare. La totale passività imposta dalla cultura televisiva è diventata per molte persone una sorta di marchio distintivo, nella tarda età dell’informazione industriale. Chi è sempre incollato alla tv, chi lascia che la sua attenzione venga comprata e rivenduta sul mercato della pubblicità, rinuncia ad avere alcun ruolo nel creare l’ambiente informazionale che lo circonda.” (p. 169)

Due cambiamenti fondamentali hanno mutato l’ecologia economica nella quale sono cresciute le imprese industriali dell’informazione. Primo, nelle economie più avanzate il significato e la comunicazione umani sono diventati l’output dominante. Secondo, il capitale fisico necessario per esprimere e comunicare un messaggio è il personal computer connesso alla Rete, e quindi le funzioni di calcolo, immagazzinamento dati e comunicazione sono ampiamente distribuite tra la popolazione degli utenti. Nel loro insieme, questi cambiamenti destabilizzano la fase industriale dell’economia dell’informazione.” (p. 41)

Ad esempio,

“Quello che le reti peer-to-peer hanno di davvero unico, e che dà il segno dei tempi a venire, è il fatto che con investimenti finanziari ridicolmente bassi qualche teenager e qualche ventenne sono riusciti a scrivere software e protocolli che hanno permesso a decine di milioni di possessori di computer in tutto il mondo di cooperare alla costruzione del sistema di storaggio e reperimento dati più efficiente e robusto del globo.” (p. 108)

“… gli schemi di comportamento così differenziati e complessi che si possono osservare su Internet … sono perfettamente coerenti con molte delle conoscenze che abbiamo sul comportamento economico. Non c’è bisogno di attribuire alla natura umana nessun cambiamento fondamentale; non c’è bisogno di decretare la fine dell’economia così come la conosciamo. Bisogna semplicemente rendersi conto che nell’economia dell’informazione in rete le condizioni materiali della produzione sono cambiate, evolvendo secondo forme che aumentano l’importanza relativa della condivisione e dello scambio collettivo … Questa nuova possibilità crea le opportunità per una maggiore autonomia individuale, una cultura più critica, un sistema democratico più informato e aperto al dialogo, e forse anche per una maggiore equità all’interno della comunità globale.” (p. 117-118)

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