La topologia della rete e la formazione dell’opinione pubblica

Questa è l’ultima puntata delle briciole di Benkler che sono riuscita a seminare sul nostro cammino. Per chi fosse interessato a ricostruire il discorso nella sua interezza, a parte leggere il libro questi sono i post che ho dedicato a La ricchezza della rete:
Una nuova cultura popolare
Wikipedia, Barbie e l’ “autocoscienza” della cultura
Il link come pratica di documentazione
Consumo attivo / passivo di cultura
Topologia della rete e formazione dell’opinione pubblica (questo post)

Per finire lascio parlare direttamente Benkler:

“Le democrazie moderne e i mass media si sono coevoluti nel corso del XX secolo … la trasformazione delle democrazie in società moderne complesse è avvenuta a partire dalla fine del XIX e per tutto il XX secolo, in particolare negli anni del secondo dopoguerra. In quel periodo la sfera pubblica è stata dominata dai mass media: stampa, radio e televisione. Nei regimi autoritari, questi mezzi di comunicazione di massa erano controllati dallo stato. Nelle democrazie potevano essere di proprietà statale, con vari gradi di indipendenza dal governo, oppure private e quindi dipendenti dal mercato pubblicitario. Perciò non abbiamo esempi di democrazie complesse la cui sfera pubblica è costruita su una piattaforma ampiamente distribuita e indipendente sia dal controllo governativo sia dai bisogni del mercato. Le tecnologie di Internet e il modello organizzativo e sociale di produzione di informazione e cultura rappresentato dall’economia dell’informazione in rete fanno presagire l’affermazione di una solida piattaforma alternativa. Probabilmente, nella sfera pubblica in rete che si sta sviluppando, i luoghi da cui si eserciteranno controllo e influenza non saranno scontati né assegnati per decreto né acquistabili sul mercato. Sembra che la Rete trasformerà il modello dei mass media dando vita a una sfera pubblica guidata da quello che gruppi densi di utenti ritengono fortemente interessante e coinvolgente, non più da quello che piace mediamente a fasce ampie della popolazione. Inoltre essa promette di costituire una piattaforma che permetta ai cittadini di cooperare, fornire osservazioni e opinioni, e assolvere alla funzione di sorveglianza democratica in un modello orizzontale. “ (p. 225-226)
Ma come può accadere che dalla massa caotica, indistinta e in parte indistinguibile dei contenuti presenti su Internet emerga qualcosa che possiamo vedere come una “sfera pubblica” strutturata? Benkler risponde a questa domanda mettendo in campo due questioni: innanzitutto chiarendo qual è il polo concettuale da vedere al lato opposto di Internet (i mass media reali e non l’utopia di una rete in cui davvero l’opinione di chiunque sia importante); e poi citando i risultati degli studi sulla topologia della rete (il modo in cui sono collegati i nodi della rete indica la maniera in cui gli umani la adoperano).

“L’intuizione elementare e l’opinione diffusa secondo le quali Internet avrebbe portato a un ampliamento della libertà e a una maggiore equità globale circolano sin dai primi anni Novanta. Sono il credo fondamentale del tecnofilo, esattamente come le paure su cyberpornografia, cybercrimine o cyberterrorismo sono le ansie tipiche del tecnofobo. La reazione del tecnofilo ricorda per certi versi quella suscitata in passato dall’avvento di elettricità, radio o telegrafo … Ciò che intendo esplorare … è se questa tesi, considerata l’esperienza dell’ultimo decennio, possa reggere anche dopo un’attenta analisi, oppure se essa non rappresenti solo l’ultima espressione della lunga tradizione di utopismo tecnologico. Il fatto che le prime utopie tecnologiche siano state eccessivamente ottimistiche non significa affatto che le tecnologie alle quali facevano riferimento non abbiano modificato le nostre condizioni di vita materiale, sociale e intellettuale. Lo hanno fatto, anche se in un modo fortemente dipendente dal contesto sociale all’interno del quale si sono diffuse … Le varie nazioni hanno assorbito e utilizzato le stesse tecnologie in modo diverso, a seconda delle abitudini sociali e culturali, ma anche a seconda delle strategie istituzionali sull’adozione di nuova tecnologia: alcune sono state centrate sullo stato, altre basate sul mercato; alcune prevedevano un certo controllo dell’autorità sulla tecnologia, altre invece lasciavano più libertà di utilizzo.” (p. 165-166)
“Durante la discussione dovremo sempre tener presente il confronto con la vera sfera pubblica del XX secolo, quella dominata dai mass media. Il metro di paragone è l’era dei mass media e non l’immagine utopica di everyone as a pamphleter che ha animato le speranze di democrazia degli anni Novanta.” (p. 272)

E, per essere chiari,
“L’affermazione della sfera pubblica in rete non mette a repentaglio l’esistenza dei mass media, bensì proprio il loro predominio.” (p. 236)

Passando alla topologia della rete:
“Internet è troppo concentrata o troppo caotica per produrre un dibattito pubblico migliore di quello dei mass media? Credo che nessuna di queste affermazioni sia vera… le osservazioni dell’uso della Rete mostrano un ordine che non è né troppo concentrato né troppo caotico, e che se non è perfetto, perlomeno dà vita a una sfera pubblica di rete migliore di quella dominata dai mass media.” (p. 301)
“Gli studi sulla topologia della Rete ci mettono a disposizione un’immagine più ricca, dettagliata e supportata da dati empirici del modo in cui Internet può diventare una piattaforma per una sfera pubblica strutturata in modo fondamentalmente diverso dal modello mass media. Il problema viene affrontato e risolto seguendo un principio di autorganizzazione: a partire da comunità di interessi su scala ridotta, da pratiche di puntamento reciproco e dal fatto che, in presenza della libertà di scegliere cosa vedere e chi linkare e di un po’ di interdipendenza tra le scelte delle persone linkate, anche alle scale più piccole emergono punti molto connessi che continuano a replicarsi man mano che il cluster cresce, acquisendo visibilità sempre maggiore. Senza bisogno di alcuna gerarchia formale e senza creare singoli punti di controllo, ogni gruppo genera un insieme di siti che effettuano il primo lavoro di filtro, aderendo ai giudizi dei partecipanti. Il processo viene replicato in gruppi più grandi e più generici, fino a che la posizione sintetizzata ‘localmente’ e ‘regionalmente’ diventa visibile e rilevante per tutto il web … per mezzo di questi processi iterativi di filtrazione cooperativa e reiterazione attraverso i nodi più visibili, la sottile coda finale della distribuzione dell’attenzione sulla Rete risulta essere un filtro e un mezzo di trasmissione per un numero di speaker immensamente più grande di quello immaginabile nel modello dei mass media.” (p. 320)
“Il web sta sviluppando un ordine fatto di nodi ad alta visibilità, insiemi di ‘regioni’ strettamente connesse tra loro dove i vari siti si accreditano l’uno con l’altro attraverso continui rimandi reciproci. I siti più visibili rappresentano punti di condensazione dell’informazione necessaria alle scelte individuali, e nello stesso tempo ogni loro bit contribuisce allo sviluppo del dibattito pubblico. L’enorme varietà di raggruppamenti che si formano sulla base dei contenuti o che dipendono dal contesto … fornisce un modo per farsi largo tra l’informazione e renderla comprensibile, ma anche un modo per trovare nuove fonti di informazione oltre a quelle con le quali si interagisce normalmente. L’obiezione di Babele [la cacofonia dell’informazione in rete], dunque, è confutata dal fatto che la gente tende ad aggregarsi attorno a scelte comuni. Non lo facciamo perché siamo soggetti a una manipolazione deliberata, ma semplicemente perché sulla scelta di leggere o meno qualcosa ha un certo peso il fatto che altre persone abbiano letto oppure no la stessa cosa … Inoltre, il profilo di clustering degli utenti nella Rete suggerisce che le persone non seguono il gregge: non leggono tutto ciò che legge la maggioranza. Piuttosto, valutano per approssimazione quale preferenze abbiano maggiori possibilità di collimare con le loro.” (p. 218-219)

In conclusione:
“Come singoli individui noi utilizziamo un processo iterativo di assegnazione di una particolare pertinenza alle valutazioni espresse dagli altri. Nel corso di questo processo, conteniamo il sovraccarico di informazione che minaccerebbe di sommergere la nostra capacità di comprensione; diversifichiamo le fonti di informazione ed evitiamo la dipendenza soffocante da un singolo editore di cui non potremmo aggirare le valutazioni.” (p. 220)

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