Diete mediatiche: cerchi, spirali e vitamine

Questa volta è il turno di Le diete mediatiche degli italiani nello scenario europeo. – Milano : Franco Angeli, 2007, ovvero il sesto rapporto sulla comunicazione Censis-Ucsi (una sintesi dei risultati è disponibile online se vi accreditate – gratuitamente – sul sito del Censis).

Per prima cosa quello che a me piace di questo genere di pubblicazioni è, a parte il taglio statistico-sociologico, il fatto che considerano i consumi culturali nel loro complesso, e non ad es. la lettura, il cinema, i musei separatamente.

Siete autorizzati a leggere come sottotesto di ciò una certa ostilità nei confronti di quel pericoloso hobby nel quali indulgono diversi bibliotecari ;-) che è occuparsi di “promozione alla lettura”. La lettura di per sé non dice niente né sulla cultura di un paese, né sull’uso che le persone ne fanno, né sulla tenuta dei servizi culturali. Sarebbe come chiedersi se gli italiani mangiano abbastanza vitamine solo dividendo la popolazione italiana per il numero di fragole vendute l’anno scorso!

Quest’anno il Rapporto ha anche un taglio comparativo rispetto ad alcuni paesi europei (Spagna, Francia, Gran Bretagna e Germania) più accentuato rispetto a quelli degli anni passati.
Così vengono fuori alcuni risultati che si possono riassumere in alcune frasi-chiave:

“In Europa la trasformazione del modello televisivo sta procedendo velocemente” (tv tradizionale + digitale terrestre, via cavo, satellitare)
“Solo in Italia il cellulare compete in termini di prestazione d’uso con la televisione”
“La radio e i quotidiani hanno un grande pubblico in Europa” (ma per entrambi l’Italia è agli ultimi posti)
“Nei principali paesi europei sono almeno quattro o cinque i media ad avere una autentica diffusione di massa. Solo l’Italia appare ‘teledipendente’, ma non per l’estensione del pubblico televisivo, quanto per la limitazione riscontrata nel pubblico degli altri media”
“E’ la Francia ad avere un profilo più simile al nostro” e non la Spagna che mostra invece grande vitalità.
“Leggere libri non è un lusso per pochi” (ma l’Italia è ultima in classifica)
“Nel nord Europa internet è un vero mass media” (Italia ultima, Gran Bretagna prima)
(p. 17-19)

Un assaggio su acquisti e lettura di libri, rispetto ad un elemento che mi ha sempre dato da pensare:

“Conquistano l’interesse in prevalenza femminile i classici (soprattutto in Germania con 41,5%), i romanzi d’amore (le più romantiche le francesi con il 40,2%), le scienze umane (tranne in Italia dove interessano di più ai maschi con il 6,8%), la spiritualità (solo in Italia è più appannaggio degli uomini, con il 5,2%), la psicologia e il benessere (tranne in Spagna dove interessa più agli uomini con il 5,3%).
Raggiungono invece un pubblico sostanzialmente maschile i temi di attualità e politica …, la fantascienza …, la scienza e la tecnologia … e i libri d’arte” (p. 56)

Di fronte ad una sostanziale parità fra donne e uomini, in Italia, per acquisti e lettura di libri, si conferma invece una tendenza consolidata alla polarizzazione fra lettura di narrativa (dai classici al puro intrattenimento) sul fronte femminile, contro la lettura più rivolta alla saggistica e alla scienza propria degli uomini (ovviamente si tratta di generalizzazioni, intendiamoci) . Tempo fa non so più dove lessi una descrizione di questa polarizzazione in termini di lettura di “intrattenimento-introspezione” contro una lettura di tipo “strumentale” che, fra l’altro, mi stupì perché fu lì che mi accorsi di non seguire le abitudini del mio sesso!

A questo proposito vorrei fare una sola riflessione (anche ironica): tante volte noi signorine ci vantiamo di essere più colte, più raffinate, più intelligenti… ma come si coniuga tutto ciò col fatto che le nostre letture sembrano relegate a quella sfera che – guarda caso – è proprio quella che ci impone la tradizione? Che facciamo quando posiamo il romanzo sul tavolino: ci mettiamo a ricamare? :-)
Io vedrei molto bene un atteggiamento un po’ più strumentale, se strumentale significa conoscere e impadronirsi di mezzi per agire sulla realtà. Se leggere non risponde a delle necessità, non perde in parte il suo valore?

Sull’uso di internet:

“Per quanto riguarda internet, il motivo principale per cui non si utilizza è, in tutti i paesi, la mancanza di collegamento … una risposta che ci dice poco, perché a questo punto bisognerebbe chiedersi: perché manca il collegamento? … Per gli italiani è poi l’incapacità ad usarlo ad essere indicata con più forza (29,3%), denunciando così un’arretratezza del nostro paese sul piano dell’alfabetizzazione informatica … Sono in particolare le donne italiane a non possedere le adeguate competenze per navigare nella rete (32,6%, contro il 24% degli uomini), gli adulti (31,8%) e, a sorpresa, le persone più istruite (34,1% contro il 27,4% dei meno istruiti).” (p. 64-67)

Ma il rapporto parla soprattutto di diete mediatiche. Di cosa si tratta?
La dieta mediatica è semplicemente la combinazione di media che utilizziamo, scelti fra tv (tradizionale, digitale terrestre, via cavo, satellitare), radio, internet, cellulare, quotidiani, settimanali, mensili e libri.
L’interesse per questo approccio sta nel fatto che poiché “i diversi mezzi di comunicazione non possono che presentare del mondo quegli aspetti che risultano coerenti con il proprio modo di rappresentarli – cioè con i linguaggi, i processi produttivi, le forme della fruizione che li caratterizzano – solo accostandosi ai messaggi veicolati da più media i cittadini possono sperare di formarsi un’opinione corretta degli avvenimenti che accadono nel mondo.” (p. 79)
Insomma frutta e verdura, non solo fragole!

Per chiarezza espositiva, sono state create delle categorie ad hoc che esprimono i tipi di dieta sulla base della loro minore o maggiore varietà:
Marginali = utenti di un solo media
Poveri di media = utenti di 2-3 media
Consumatori medi = 4-5 media
Onnivori = 6-7
Pionieri = 8 e oltre

Ho messo insieme qualche grafico sugli aspetti che mi sono sembrati i più interessanti, a partire da uno sguardo d’insieme sulla distribuzione delle diete in Italia, a seconda del sesso (i valori sono in percentuale):

Verrebbe da dire che ogni commento è superfluo… viste nell’ottica della varietà degli strumenti utilizzati, le donne risultano davvero sfavorite per capire il mondo che hanno intorno.

Ma se questo primo grafico rappresenta quanti media le persone usano, ci si può chiedere anche quali vengano usati e crearne nuove categorie di interpretazione.

Nel secondo grafico ho messo dei dati, sempre in percentuale, divisi per sesso e ancora relativi alla sola Italia, sulla composizione delle diete in termini di minore o maggiore “componente digitale”. Per intenderci, si va dai “premoderni” che rappresentano le diete dolo audiovisive (il fronte tv-cellulare), ai “moderni” che prevedono diete basate anche sui mezzi a stampa, ai “post-moderni” aperti anche a internet, fino all’estremo dei “nuovi post-moderni” che rappresentano il solo fronte digitale (diete prive di mezzi a stampa):

“Esistono … molte persone che vivono in un mondo in cui la comunicazione avviene principalmente attraverso la diffusione di messaggi veicolati da suoni ed immagini. Non importa che si tratti della televisione, della radio, del telefonino o di tutti e tre gli strumenti, l’essenziale è che si tratta di persone per cui la comunicazione è essenzialmente orale e iconica, ed è per questo che possono essere circondati da mezzi tecnologicamente molto avanzati, ma vivono un’esperienza che può essere definita pre-moderna. Storicamente si può dire che a questo gruppo appartengono persone che per tradizione sono sempre state escluse dalla comunicazione e che grazie alla radio e poi alla televisione sono entrate nel circuito della comunicazione …
Ad un secondo livello possiamo collocare quanti si sono formati attingendo principalmente agli strumenti della comunicazione scritta. Ovviamente si tratta di persone che usano anche televisione, radio e telefonini, ma tendono a valutarli a partire da categorie costruite sulla base dei criteri tipici della ‘età della stampa’, per cui attribuiscono grande importanza a temi di grande rilevanza politica e sociale, di cui pretendono una trattazione analitica e il più possibile razionale. Si possono definire moderni proprio perché condividono i tratti tipici della mentalità che ha caratterizzato le classi dirigenti dei secoli scorsi: distinzione tra emozioni e ragionamenti, fiducia nella capacità dell’uomo di dominare il caos del mondo grazie alle sue qualità intellettuali, costruzione di discorsi edificanti, identificazione di benessere e felicità. Proprio per queste loro caratteristiche si trovano in difficoltà di fronte ai nuovi strumenti della comunicazione, che rimescolano le carte, contaminando linguaggi e aprendo prospettive ‘scandalose’ per chi è abituato a valutare il mondo sulla base di rassicuranti categorie estetiche e morali fondate su distinzioni quali alto/basso, colto/incolto, utile/inutile, razionale/irrazionale. I protagonisti di questa mutazione sono i post-moderni, quelli che per età, mentalità, necessità hanno compiuto il salto nella multimedialità, ma che ci si trovano anche bene, perché hanno in larga parte fatto saltare gli steccati che separano le diverse esperienze, e non si domandano se e quanto è utile o apprezzabile la visione di un film o la lettura di un libro, ma si accostano di volta in volta a ciascuno strumento per cogliere da esso il meglio che gli possa dare.
Alcune avvisaglie introducono, però, ad un nuovo ulteriore cambiamento, per ora appena accennato ma che potrebbe essere prossimo a manifestarsi con ben altro vigore … sono, infatti, emersi dei nuovi personaggi, che usano tutti gli strumenti elettronici e anche quelli informatici, ma non si accostano più alla lettura di testi a stampa … Non trovando nulla di meglio li chiamiamo nuovi post-moderni, sapendo che la loro stessa definizione è estremamente problematica e sfuggente.” (p. 92-93)

Ci sono almeno due questioni interessanti.

Una prima domanda che si può porre è: il percorso dai premoderni ai nuovi post-moderni è meglio rappresentato da un cerchio che si chiude o da una spirale? Vale a dire: l’apparente abbandono del mezzo a stampa degli ultimi verrà a coincidere con una situazione di relativa deprivazione, paragonabile a quella dei primi, oppure si tratterà di una evoluzione su un altro livello, in cui le somiglianze saranno solo apparenti?

In qualche modo, il rischio del cerchio che si chiude pare confermato almeno in via ipotetica da altri dati, quelli relativi alle funzioni svolte dai media.

Come macro-funzioni sono state identificate l’informazione, l’approfondimento, l’interesse per la musica, l’usufruire di servizi utili e l’intrattenimento. Ponendo l’accento sulla funzione informativa (che è comunque quella prevalente), si può dire che:
“Considerando la funzione informativa dal punto di vista delle nuove mappe della comunicazione che si stanno profilando tra gli utenti dei media, non stupisce che si disegni una parabola con il minimo tra i pre-moderni (69,4% di massimo interesse), un netto innalzamento tra i moderni (82,7%), il massimo tra i post-moderni (93%) e una brusca ricaduta tra i nuovi post-moderni (80,4%): l’allarme già paventato di una regressione verso comportamenti pre-moderni da parte specialmente delle nuove generazioni che stanno perdendo il contatto con l’abitudine della lettura dei testi a stampa risulta confermata da questi dati.” (p. 106-109)

Un secondo punto riguarda la categoria – apparentemente meno problematica – dei cosiddetti “moderni”. L’Italia sembra infatti differenziarsi da altri paesi europei anche in questo campo.
I dati europei sembrano infatti indicare che “ad essere più affezionati ai modelli culturali legati alla lettura di testi a stampa siano persone non giovani con una istruzione non elevata, cioè quanti hanno avuto accesso alla formazione in anni precedenti al grande successo dei media elettronici ed informatici e che, pur non avendo proseguito gli studi superiori, hanno acquisito l’abitudine alla lettura e hanno imparato a far coincidere la lettura con la loro emancipazione. Nei paesi i cui è più forte la presenza di questi soggetti troviamo un gran numero di persone in grado di collocarsi oltre la soglia del cultural divide, che però non ha intenzione di fare un altro salto per superare anche il digital divide. Nei paesi come l’Italia, in cui questo insieme di persone è meno esteso, il problema principale è ancora quello del superamento del cultural divide, mentre è tra quanti hanno avuto accesso ad una formazione superiore che è molto viva l’identificazione tra lettura ed emancipazione personale, per cui è alto il numero dei più istruiti che stentano a fare il passaggio ulteriore verso la post-modernità.” (p. 100)

Questo è molto interessante… e potrebbe persino aiutare a fare qualche ipotesi sul perché l’Italia si trascini dietro come un peso micidiale una concezione della cultura ancora libresca e accademica (vi ricordate Veltroni che deplorava la pratica dello scarto da parte delle biblioteche americane?). E’ cioè la minore presenza di un “ceto medio della cultura” che sposta all’indietro anche il fronte dell’accettazione del digitale come strumento legittimo della cultura?

 

 

 

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