I ricercatori del futuro

Grazie alla segnalazione di un simpatico bibliotecario americano, Aaron Schmidt, che lo ha segnalato sul suo blog Walking Paper, ho letto il resoconto di uno studio commissionato dalla British Library e da JISC (Joint Information Systems Committee), ente britannico di supporto al mondo della formazione e di ricerca nel campo delle nuove tecnologie.

Lo studio si intitola Information Behaviour of the Researcher of the Future e nella mia testa si è ricollegato ad alcune delle domande che sono emerse nel mio ultimo post: le persone che hanno abbandonato la stampa e che utilizzano le nuove tecnologie per soddisfare i loro bisogni informativi finiranno per assomigliare a coloro che nel mondo della stampa non sono mai entrati e si affidano quasi esclusivamente alla tv? Ci sono delle caratteristiche distintive della ricerca in rete? Sono anche differenze di tipo generazionale?

Lo studio analizza la cosiddetta ‘Google generation’, ovvero i nati dopo il 1993, per chiedersi se e in che modo i nati in un mondo già completamente digitalizzato si rapportino al mondo dell’informazione in un modo diverso rispetto a chi è venuto prima, e come si possa ipotizzare che ciò influirà sul mondo della ricerca del futuro.
Tralascio le questioni metodologiche, che sono puntualmente elencate nel resoconto, salvo chiarire che una delle fonti utilizzate sono stati gli accessi a importanti piattaforme britanniche per la formazione (BL Learning e Intute), attraverso una log analysis in profondità che ha permesso di analizzare il comportamento reale di navigazione degli utenti.

Sintetizzando quella che è già una sintesi, si può dire che le principali caratteristiche del comportamento degli utenti delle biblioteche virtuali sono:

  • Metodo orizzontale di ricerca: si “sfiorano” diverse pagine per breve tempo anziché soffermarsi a lungo su una sola risorsa
  • Uso del tempo di navigazione: orientarsi fra le risorse utili occupa all’incirca lo stesso tempo che viene poi dedicato a visualizzare le risorse stesse
  • Come si legge online: il tempo medio di permanenza su e-book e periodici elettronici va dai 4 agli 8 minuti! E’ evidente perciò che non si legge nel senso tradizionale del termine, ma che sta emergendo una modalità di lettura veloce che utilizza “visivamente” titoli, sommari ed abstract per farsi un’idea generale dei contenuti
  • Comportamento “da scoiattolo” (squirreling): forte tendenza, soprattutto in presenza di materiali gratuiti, a scaricare e “mettere da parte per l’inverno”, senza che ci sia  alcuna possibilità di sapere quanto di tale materiale venga poi effettivamente letto ed utilizzato
  • Elementi di diversità: collocazione geografica, genere, tipo di università e condizioni anagrafiche incidono sul comportamento degli utenti. Essendo impossibile stabilire nessi certi di causa ed effetto, al momento ciò conferma semplicemente il vecchio adagio del one size does not fit all
  • Controllo di qualità: gli utenti valutano l’autorità di una risorsa in pochi secondi attraverso un meccanismo di controlli incrociati su differenti siti, ma basandosi ampiamente su siti che funzionano come “brand” (Google ad esempio).

“In general terms, this new form of information seeking behaviour can be characterised as being horizontal, bouncing, checking and viewing in nature. Users are promiscuous, diverse and volatile and it is clear that these behaviours represent a serious challenges for traditional information providers, nurtured in a hardcopy paradigm and, in many respects, still tied to it.” (p. 9)

Tornando al tema principale della ricerca,la GoogleGeneration, gli autori elencano punto per punto alcune affermazioni che circolano comunemente (“i ragazzini di oggi sono così diversi da quelli di un tempo…”), mettendole alla prova dei risultati ottenuti:

  1. I ragazzi sono più competenti in materia di tecnologie: in linea generale vero, ma con un ritmo di recupero alto da parte delle altre generazioni.
  2. Hanno alte aspettative in materia di tecnologie dell’informazione e della comunicazione: probabilmente vero, ma chi di noi non è un consumatore di informazione oggi?
  3. Preferiscono sistemi interattivi e non amano essere consumatori passivi: generalmente vero, i media passivi come tv e quotidiani sono in declino.
  4. Si stanno spostando verso forme digitali di comunicazione (messaggi di testo anziché conversazioni a voce): nonostante la diffusione evidente del messaging, questa preferenza può anche essere spiegata semplicemente in termini di minor costo economico.
  5. Approccio multitasking, ovvero la capacità di fare più cose contemporaneamente (in questo contesto ad es. scorrere una pagina online, dare un’occhiata alla posta, mandare un sms sul cellulare…): non ci sono prove che i molto giovani siano più abili in questo. E’ probabile che essere esposti ai media online fin da piccoli possa sviluppare abilità di “analisi parallela”,  resta però la questione se vengano similmente sviluppate anche le capacità di “analisi sequenziale” necessarie per la lettura tradizionale.
  6. Sono abituati ad un approccio da entertainment e si aspettano di trovarlo anche nelle loro esperienze formali di apprendimento: il giudizio resta aperto. Anche in questo caso, la domanda più ampia che ci si può porre è se si stia ripresentando uno scenario simile a quello dell’introduzione 20-30 anni fa delle tecniche dell’intrattenimento nelle trasmissioni di news. Le ricerche mostrarono allora che queste tecniche aumentavano sì il livello di interesse, ma impedendo l’assorbimento delle informazioni.
  7. (Devo dire onestamente che, per quanto riguarda l’Italia, sarà pur sempre meglio dell’approccio solidamente nozionistico che alcune Facoltà esibivano almeno fino alla metà degli anni ’90!).
  8. Preferiscono al testo un’informazione visiva: vero ma con riserva, il testo scritto conserva ancora la sua importanza.
  9. Non hanno tolleranza per l’attesa e pretendono che le loro esigenze informative siano soddisfatte immediatamente: secondo i termini della ricerca questo risulta falso. Ci si potrebbe trovare di fronte ad un truismo: semplicemente, le persone più vecchie hanno memoria di un’esperienza dei media pre-digitale, quelle più giovani no, ma senza che questo comporti atteggiamenti radicalmente differenti.
  10. (Insomma si tratterebbe di un luogo comune che nasconde nient’altro che il nostro – di persone predigitali – stupore di fronte alla velocità di accesso alle risorse).
  11. Ritengono i propri pari più credibili come fonti di informazione rispetto alle figure tradizionali dell’autorità: si tratta di un mito. Insegnanti, parenti e libri di testo resistono come fonti di autorevolezza. Si potrebbe trattare in questo caso di una confusione generata dall’ampia abitudine degli adolescenti ad intrattenere rapporti di social networking coi propri coetanei. Insomma, sono sempre connessi fra di loro, ma ciò non dimostra che i meccanismi della fiducia e dell’autorevolezza si siano trasformati considerevolmente.
  12. Hanno bisogno di sentirsi costantemente connessi al web: non è necessariamente un tratto tipico dei giovani. In alcuni paesi, sono i navigatori over 65 quelli che stanno connessi più a lungo.
  13. Sono la generazione “taglia e incolla”: vero. Si fa un ampio ricorso alla citazione “aneddotica” e il plagio è un problema diffuso.
  14. Apprendono per un meccanismo di prova ed errore ad utilizzare sistemi ed apparecchi informatici: completamente falso.
  15. Preferiscono un’informazione rapida, anche condensata in pezzi e riassunti, piuttosto che il full text: falso, nel senso che una tendenza alla navigazione “in superficie”, che scivola via da una risorsa all’altra con facilità, è la norma per tutte le categorie di utenti. Si tratta probabilmente di una caratteristica indotta dal mezzo, non dall’età.
  16. Sono ricercatori esperti: si tratta di un mito, e anche pericoloso. L’abitudine al digitale e l’information literacy non vanno per mano. In compenso, una ricognizione della ricerca sul tema durante gli ultimi 25 anni mostra che non ci sono né miglioramenti né deterioramenti nelle abilità informative dei giovani.
  17. Pensano che sul web si trovi tutto, e gratis: il giudizio resta aperto. Non ci sono ricerche in grado di dimostrare o confutare questa ipotesi nonostante la sua apparente veridicità. Ribaltando la questione, è invece certo che i giovani sono poco consapevoli delle risorse messe a disposizione dalle biblioteche, o per lo meno sono riluttanti ad usarle. Ma questo va imputato alle biblioteche, non ai giovani.
  18. Non rispettano la proprietà intellettuale: parzialmente vero. Il concetto di proprietà intellettuale è conosciuto nei suoi principi basilari, ma il regime di copyright viene ampiamente percepito come ingiusto.

Cercando di tirare qualche conclusione,

“In a real sense, we are all Google generation now: the demographics of internet and media consumption are rapidly eroding this presumed generational difference.” (p. 21)

Piuttosto che sottolineare un gap generazionale che ha evidentemente caratteri più incerti di quello che il senso comune afferma, può essere più utile focalizzarsi sul alcuni caratteri generali diffusi della ricerca in rete. Ad es.:

  • la preferenza accordata al linguaggio naturale anziché all’uso di parole chiave frutto di un’analisi concettuale
  • una scarsa comprensione delle proprie necessità informative con la conseguente difficoltà nello sviluppare strategie di ricerca efficaci
  • lo scarso tempo dedicato alla valutazione delle risorse (ad es. di fronte ad una lunga lista di risultati)
  • la scarsa comprensione del fatto che internet è una rete di risorse collegate fra loro ma prodotte da fornitori diseguali, con ancora per conseguenza un abbassamento delle capacità di valutazione
  • la preferenza per motori di ricerca “di marca”, con un processo che porta dall’abitudine alla fiducia senza meccanismi intermedi di pensiero critico.

Alcune raccomandazioni finali si concentrano sulla necessità per le biblioteche di essere più e-consumer friendly, meno pesanti e intellettuali, di osservare costantemente i comportamenti informativi dei propri utenti e di analizzarli senza dare nulla per scontato, di mettere in agenda il tema dell’information literacy prima di tutto.

“The library profession desperately needs leadership to develop a new vision for the 21st century and reverse its declining profile and influence. This should start with effecting that shift from a content-orientation to a user-facing perspective and then on to an outcome focus.” (p. 34)

I risultati, non le collezioni!

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