“Non so più dove mettere i libri”

By sabellachan. Alcuni diritti riservati.

Sto traslocando, e qualcuno mi dice che è, questa, una delle esperienze più affascinanti che possano capitare, soprattutto quando arriva il momento di spostare la libreria.

Io onestamente di libri ne ho davvero pochi. Eppure, al momento di spolverarli e metterli nelle scatole dove sosteranno per un po’, parecchi sono finiti destinati al riciclo della carta. E parecchi si sono salvati soltanto grazie ad una vocina che mi suggeriva di essere cauta, e di conservare alcune cose almeno per i ricordi che portano con sé.

Non si tratta solo di libri, ma anche di cartoline di persone di cui non riconosco più neppure il nome, di scarpe, di confezioni dei cibi finiti… buttare via le cose esaurite mi dà sempre un sottile piacere… come di qualcosa che ha fatto la sua parte ed è servita a uno scopo, un ciclo che si è concluso, il doveroso termine di ogni cosa. Forse è triste buttare solo le cose che non sono servite a niente: i regali sbagliati, i vestiti comprati perché erano un affare e non perché erano belli, i libri inutili.

I libri che ho scartato non erano né belli né brutti, erano solo invecchiati: a cosa mi serve un saggio sul fondamentalismo islamico scritto qualche anno prima del 2001? Il manuale sul buddhisimo previsto per un esame all’università in anni in cui c’era minore abbondanza di buoni testi sulle religioni orientali?

In ogni caso, cosa contenevano quei libri che avrei sentito mai il bisogno di andare a rileggere, rispetto a quello che trovo in una buona enciclopedia in biblioteca (ma forse anche su Wikipedia)?

E poi mi viene in mente l’immagine di tanti soggiorni in cui troneggia (è il caso di dirlo!) una enorme libreria a parete, evidentemente amata e coltivata come una sorta di focolare domestico.

Che cosa significa quella libreria? Facciamo delle ipotesi:

E’ un segno di distinzione sociale. Si fa parte di un ceto e si vuole ricordare a sé stessi qual è (non ho il SUV, io, ho la libreria).

E’ qualcosa che definisce la nostra identità. L’identità vacilla, perciò ci fa piacere cercare di intrappolarla nelle sue manifestazioni materiali (chi entra in casa vedrà i libri di Pasolini e da questo saprà qualcosa in più di me).

E’ una raccolta di voci che ci hanno parlato, e si vorrebbe che continuassero a farlo per sempre (io ad esempio ho comprato per questo unico motivo l’autobiografia giovanile di Edith Stein).

Ma pensiamo al rovescio della medaglia: guardiamo quella massa di libri acquistati per i motivi più diversi o avuti in regalo dalle persone più diverse, in momenti della nostra vita che magari non ci rappresentano più (è questo il lato affascinante del trasloco, no? trovarsi di fronte alle tracce dei propri sé passati). Non rappresentano anche, nella loro obbligata pochezza, tutta la massa di conoscenza che è assente da qualunque libreria di casa? E non è anche un po’ soffocante cercare di racchiudere la conoscenza, l’identità, l’eredità lasciata scritta da altri, tutta nei nostri scaffaletti dell’Ikea?  ;-)

E poi, non rappresenta questo un’idea della conoscenza fatta “per pezzi”, per atomi, anziché quella che invece come bibliotecari potremmo facilmente fare nostra, una conoscenza come sistema e “insieme di relazioni”? Non è la grande libreria di casa la versione tardiva e disperata della “biblioteca” dell’erudito di un tempo? Quell’erudito per cui poteva avere un senso l’aspirazione a costruire un sistema fisico e nello stesso tempo individuale di raccolta del sapere?

Devo dirlo, quelle gran librerie a parete sono anche un po’ tristi, mostrano i limiti e il vecchio anziché alludere alla possibilità del futuro e della scoperta.

Perciò, la prossima volta che vi trovate a dire “non so più dove mettere i libri”, ricordatevi del cassonetto (del riciclo, naturalmente!)  :-)

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