Per chi scartare o conservare?

Spostare una biblioteca è una grande opportunità per rivedere le proprie collezioni. Un po’ per questo motivo, un po’ per i soliti ineludibili problemi di spazio mi è stato dato l’incarico di fare lo spoglio della raccolta della “vecchia” saggistica di politica di Sala Borsa.
Ne stanno uscendo un sacco di sorprese…

Libri mai usciti una sola volta dal 2001, edizioni della stessa opera collocate su diverse Dewey, ma questo è niente rispetto alla fantasmagorica apparizione di titoli che oggi risultano bizzarri e, a volte, quasi incredibili.
Ad esempio i discorsi non di Mao, ma dei suoi compagni di partito, oppure tutta la produzione controculturale degli anni ’70. Oggi quasi rarità editoriali…

Alcune riflessioni che mi stanno venendo in mente mano a mano che vado avanti:

Trattandosi di discorso politico, la velocità con cui il tempo stravolge le certezze di un tempo: certi libri sembrano piovuti da un altro pianeta e, a volte, vorresti avere davanti chi li ha scritti per sapere cosa ne pensa oggi.
Un esempio?
Il diritto all’odio : dentro, fuori, ai bordi dell’area dell’autonomia / Gabriele Martignoni, Sergio Morandini ; in appendice Convegno dei circoli del proletariato giovanile : Milano, dicembre 1976. – Verona : Bertani, [1977]. – 423 p. ; 19 cm
Un libro di cui si può dire che esce in prestito una o due volte all’anno, che è un documento storico di sicuro interesse (infatti non l’ho scartato), che per fortuna i tempi sono cambiati e di ricordarsi di citarlo al prossimo nostalgico degli anni ’70 che incontro!

L’assoluta mancanza, nel passato ma anche nel presente, di una qualsiasi politica di scarto condivisa a livello cooperativo.
Proprio lavorando su questa vecchia produzione politica, sto notando come essa sia largamente presente nelle biblioteche dei quartieri della città e nelle civiche della provincia. Come mai biblioteche “pubbliche” all’ennesima potenza, se così si può dire, conservano questo tipo di materiale?
A meno di ipotizzare un’irriducibile presenza di lettori della Samonà e Savelli nascosti negli angoli più lontani della città (oddio, a Bologna potrebbe anche succedere…), l’unica risposta che sono stata in grado di darmi è, temo, che se queste opere sparissero dagli scaffali, gli scaffali resterebbero vuoti! :-(
Chi ha oggi i soldi per comprare sul serio, in modo continuativo, in biblioteche di così piccole dimensioni?
Quello che sta accadendo insomma è che io scarto, e le biblioteche più piccole continuano a conservare. Avremo quindi fra qualche anno una grande biblioteca nel centro della città che risponde alle esigenze di un’intera provincia e, nello stesso tempo, una rete di minuscole biblioteche di conservazione? E chi saranno gli utenti di quelle biblioteche, a parte i soliti studenti universitari che necessitano unicamente di una sedia e un tavolo?

Da questo la necessità di ripensare il rapporto fra biblioteche centrali e decentrate. Non è un tema su cui sia molto ferrata, ma sicuramente mi pare che andrebbero indagati il modo in cui le persone vivono attualmente le periferie e l’estrema mobilità che caratterizza tutti, cose sicuramente molto diverse dal panorama in cui – almeno a Bologna – le biblioteche di quartiere sono nate negli anni ’70.
Una biblioteca non è necessariamente un avamposto della cultura. Se la si abbandona a se stessa senza mezzi per sopravvivere e non la si confronta mai col suo pubblico diventa solo un caso di cattiva amministrazione.

Un’ultima riflessione mi riporta ad una fissazione personale.
Quanto avrà influito sul mancato scarto nel passato, oltre alla mancanza di politiche di coordinazione e di consapevolezza professionale, la vecchia, cara idea del libro come oggetto sacro?
Mi torna in mente quando qualche mese fa il povero Veltroni è cascato nella trappola della polemica sullo scarto dei classici della letteratura nelle biblioteche americane. Quella che era l’applicazione di una banale – e corretta – routine professionale, riportata dai giornali italiani è diventata subito una levata di scudi a difesa della “Vera Cultura”. Se volete rivedere questa polemica, di cui si parlò anche su aib-cur, potete leggere l’articolo firmato dallo stesso Veltroni il 4 gennaio 2007 sulla Repubblica, dal titolo Se l’auditel delle biblioteche elimina Joyce dagli scaffali. Gli effetti perversi della tendenza nelle librerie pubbliche Usa. Nell’articolo, con originalità degna di essere sottolineata, Walter cita la biblioteca di Babele di Borges, “illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile e armata di volumi preziosi”. Si tratterà solo di una citazione letteraria, d’accordo, ma guarda caso se un intellettuale italiano parla di biblioteche quello che gli viene in mente è infinitamente lontano da quello che una biblioteca pubblica dovrebbe essere, esattamente il contrario che solitaria e perfettamente immobile…

E mi allargo ad un’altra considerazione: non sarà che la sinistra perde le elezioni in Italia perché per decenni si è nutrita di un misto di convinzioni ideologiche e di snobismi che hanno allargato di molto la sua distanza dalla realtà?

Per dirla in termini più professionali, è questo che vogliamo? Biblioteche preziose e perfettamente vuote e schiere di cittadini ignoranti?

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