Manifesto per la lettura

“L’Italia condivide con Grecia e Portogallo un triste primato europeo: il più basso indice di consumi culturali. Dai musei ai teatri, dai giornali ai libri fino al computer e a Internet, gli italiani – stregati dalla televisione e dal cellulare – si distinguono per difetto.
Non c’è da stupirsi che il Paese sia risucchiato da un alto tasso di analfabetismo di ritorno. Non ci si può neanche meravigliare che ne risenta lo sviluppo sociale ed economico del Paese.”

Così comincia il Manifesto per la lettura che Giovanni Solimine ha invitato su aib-cur a firmare.
Voglio rilanciarlo anch’io ed invitare tutti a firmarlo a dispetto della mia radicata idiosincrasia verso l’espressione “promozione della lettura”. Al di là del titolo, infatti, una cosa che mi piace di questo Manifesto è proprio la sua apertura in nome dei consumi culturali nel loro complesso: questa è la prospettiva corretta entro cui vedere il nostro lavoro.
Sulla “lettura” in quanto tale si è fatta e si fa moltissima retorica: sorellina della sacralità del libro, non può che essere spesso presentata come attività redentrice delle masse, al di là e anche contro gli altri consumi culturali. Qualche esempio banale: tra un libro e un film tratto dal libro è sempre meglio il libro, tra un film d’autore e un film d’azione è ovvio che il film d’autore è più significativo eccetera… questo il genere di discorso che mi ha sempre infastidito.

Ma mi pare che dovremmo sentirci sollecitati tutti anche da questo passaggio:

“Una delle cause di lontananza di molti italiani dalla pratica della lettura, a partire dagli anni della scuola, è l’atteggiamento elitario ed esclusivista di chi ritiene di possedere “la cultura” e dunque la chiave per la vera conoscenza del mondo. Un’efficace promozione della lettura ha come presupposto una radicale “autoriforma” di coloro che ne dovrebbero essere i protagonisti e che, invece, per molti versi si considerano, come ha scritto Daniel Pennac, più “guardiens” che “passeurs” del sapere.”

Per questa volta voglio perciò evitare uno snobismo al quadrato (sono così raffinata che non voglio neppure parlare di libri, guardo oltre …) e firmo con entusiasmo un vero manifesto PER LA LETTURA. Divento bibliofila ;-), mi unisco al coro e spero lo facciate anche voi!

Le ultime elezioni ci hanno sbattuto in faccia la potenza e la persistenza di una massa di italiani che se ne sbattono dei graziosi progetti culturali che abbiamo coltivato per loro. Chi sono queste persone? Come si fanno un’idea del mondo? Quali sono le loro legittime esigenze (che evidentemente la sinistra non ha ascoltato)? E quali sono le responsabilità di chi lavora nella cultura?

Mi viene da ricollegare tutte queste domande al tema dello scarto di cui ho scritto di recente. Sarà per i tanti ragionamenti fatti coi colleghi, sarà perché ci sono momenti storici in cui la complessità si fa sentire così forte che fa capolino, per così dire, “dietro ogni scaffale”!
Ma certo lo scarto si presta bene: che cosa deve diventare la collezione di una biblioteca pubblica? Cosa significa mantenerla ricca?
L’unica risposta di cui al momento sono certa è che significa mantenerla, o renderla ricca, per un pubblico vero, quello reale e quello potenziale. E il pubblico vero in Italia comprende quella metà degli italiani con la terza media che la scuola ha completamente schifato col suo nozionismo ottocentesco e le sue retoriche da parrocchia progressista (vi assicuro che c’è quasi riuscita anche con me!). Se quel pubblico lo perdiamo, le nostre biblioteche possiamo anche chiuderle. Quanto a noi, potremmo anche allegramente andare a lavorare per Wikipedia, che almeno una funzione evidente ce l’ha.

Come vedete l’umore non è dei migliori, spero nei vostri contributi per dare un taglio un po’ più positivo a questo ragionamento!

11 thoughts on “Manifesto per la lettura”

  1. Difficile trovare un nesso tra scartare le opere di Togliatti e invitare a firmare un manifesto per la lettura…
    O forse invece una coerenza di fondo c’è: non è con gli appelli e con delle trovate pubblicitarie che si può invertire la tendenza degli ultimi decenni.
    Forse non è utilizzando la stessa retorica dei popolari mezzi di comunicazione che si avvicinano gli Italiani ai libri, perchè tra un originale e la copia si preferisce comunque l’originale. Senza contare quanto questo modo di fare abbia spesso svilito il ruolo e l’importanza dei libri.
    La strada da seguire è diversa da quello che si è fatto finora. Lo dice anche lo stesso Solimine: “Non c’è bisogno di interventi dall’alto spesso improvvisati e dispendiosi”…”Alcune delle migliori esperienze di promozione della lettura si trovano in provincia e in piccole realtà”.

  2. Sono un po’ stufa di sentire sempre l’esempio degli ideastore inglesi. Lassù hanno deciso che volevano ottenere quel risultato e ci hanno messo su un sacco, ma davvero un sacco di soldi. Ed entrambe le condizioni – volerlo fare e investirci un bel po’ di denaro – da queste parte mi pare brillino per assenza pressoché totale. Le amministrazioni che hanno voglia di spendere un po’ non dimostrano alcuna voglia di articolare un po’ il progetto – e comunque che la spesa per la biblioteca non vada a toccare quella per la fiera del fagiolino tipico o la conferenza del luminare più o meno conosciuto. E poi ci sono tutti quelli che non hanno *nemmeno* voglia di spendere senza pensarci.

  3. A proposito di responsabilità di chi lavora nel campo della cultura:

    “In alcune regioni settentrionali la carenza di personale specializzato rischia di divenire un male endemico, capace d’infettare il cuore della produzione. I giovani spesso non hanno frequentato le scuole tecniche, hanno un diploma superiore generico o sono laureati in materie poco appetite dal tessuto imprenditoriale … Per farla breve, mandiamo in pensione tornatori, saldatori, tecnici, fresatori e avremo in cambio ragazzi che, nel migliore dei casi, possono fare i centralinisti.”
    Da: Così perdiamo il Nord : come la politica sta tradendo una parte del nostro paese / Riccardo Illy ; a cura di Enzo D’Errico. – Milano : Mondadori, 2008, p. 72

    E’ chiaro che qui si parla di un sistema scolastico completamente destrutturato. Cosa c’entra questo con le collezioni delle biblioteche?

    Potrebbe c’entrare ad es. perché per anni abbiamo privilegiato la narrativa e la saggistica di stampo umanistico, le “belle arti” insomma, ignorando (anche perché le ignora la stessa editoria italiana, diciamo la verità) la manualistica di divulgazione scientifico-tecnica.

    Devo ammettere che la definizione di essere in grado di fare al massimo la centralinista rappresenta abbastanza bene me stessa appena uscita dall’Università, con in tasca il massimo dei voti e il minimo di conoscenze applicabili ad un lavoro qualsiasi. La bibliotecaria l’ho fatta per caso, ed è stato facendo questo mestiere che ho persino imparato a leggere (nel senso di creare un percorso di letture sensato e applicare metodo e senso critico).

  4. Ciao, è da un po’ che leggo questo blog e ho prontamente aderito all’appello segnalato da Virginia!

    Sono una bibliotecaria precaria, assunta da un Consorzio del Nord Italia, a quanto pare uno dei più grandi e “meglio messi” della mia zona. Che tra l’altro ha molto studiato il caso Idea Store e ha cercato di applicare qualche spunto tratto da questi studi.

    Vorrei scrivere solo qualche riflessione, sicuramente parziale (perché si occupa solo di parte del problema ed è anche “di parte”, cioè mia personale) dopo aver letto alcuni commenti prima del mio.

    1) biblioteche aperte al pomeriggio e al sabato: sacrosanto, sacrosantissimo, ancora non riesco a capacitarmi di come certe biblioteche pubbliche, comunali, siano aperte solo la mattina…

    2) biblioteche aperte la sera e i festivi. Qui si dovrebbe pensare a cosa questo significa. Dipendenti comunali che accettano di lavorare sera e festivi? Non succederà mai. Mandano, forse meglio dire “affittano”, noi co-co-pro. Io faccio delle aperture serali e di domenica, il mio guadagno netto per questa cosa che ovunque sarebbe considerata STRAORDINARIO, va dai 10 ai 20 CENTESIMI l’ora. La trovo una cosa indegna.
    Seconda considerazione: chi credete che VENGA la sera? Le amministrazioni “si fanno belle” offrendo le aperture serali a studenti che poi non si fanno vedere, ci sono serate dove la prima biblioteca in cui lavoro è vuota. In un’altra biblioteca dove lavoro, e dove offriamo il servizio navigazione internet, la sera siamo invece io e un’altra ragazza che spesso abbiamo a che fare con gente poco raccomandabile che non fa altro che chattare, guardare siti porno, o giocare a poker online. Zero studenti e quasi nessun prestito. Quale valore educativo o sociale ha, così, il nostro lavoro?

    Prima di chiedere certe aperture che avallano logiche che io trovo “da ipermercato” (consumo bulimico sempre e ovunque di… qualsiasi cosa), misuriamoci con la realtà, chiediamoci quali sono le esigenze e le abitudini degli utenti, e se abbia veramente senso una biblioteca aperta di sera per esempio in un contesto non universitario (dove invece appoggerei totalmente la richiesta), o slegato da altri eventi di culturali o di aggregazione…
    E chiediamoci anche CHI è chiamato a garantire questi servizi e in quale situazione contrattuale si trova.

    Sugli Idea Store invece, una realtà comunque da conoscere, vorrei evidenziare per esempio che non effettuano alcun tipo di interprestito, servizio che da noi è invece fra i più apprezzati e richiesti, e su cui lavoriamo di più: quindi non sempre è appropriato tirarli in causa quando si ragiona su certe nostre realtà.

    Spero di non essere stata troppo “dura” per quanto riguarda i punti di cui sopra, ma purtroppo tira una bruttissima aria per noi bibliotecari atipici, e se ci si richiede flessibilità vorremmo che fosse fatto con cognizione di causa, per scopi concreti e non solo d’immagine, e soprattutto con stipendi adeguati all’impegno.
    Scusate lo sfogo, ma io credo che tutte le belle cose che si chiede di sottoscrivere proprio con il manifesto della lettura, legate alla fine a una cosa enorme come “lo sviluppo sociale ed economico del paese”, vadano di pari passo con il riconoscimento della dignità dei lavoratori – tutti, ma in questo caso ancor di più quelli che hanno scelto proprio il campo della cultura, e che sempre più lo fanno veramente solo se sorretti da una “vocazione”, e ingoiando tantissimi rospi.

    Milli

  5. Grazie anche per l’intervento di Milli, che mi trova d’accordo. Fino a qualche anno fa, anche a Sala Borsa era stata “imposta” (dall’amministrazione del centro-destra) un’apertuta serale fino alle 21.30. Il personale in servizio era quello della cooperativa che collabora con noi da sempre, più un bibliotecario comunale (dunque è possibile costringere anche i dipendenti tipici a lavorare la sera, almeno fino alle 22). Il pubblico presente era scarsissimo. Calcoli alla mano (ecco a cosa servono le statistiche), si è dimostrato essere uno spreco di soldi pubblici.

  6. Salve,

    da bibliotecario atipico del centro italia mi sento di rispondere e lasciare delle mie considerazioni.

    Sulle biblioteche aperte il sabato pomeriggio e festivi trovo che debba e dovrà essere un servizio quasi necessario (non tutte dovrebbero restare aperte, ma certo le principali biblioteche cittadine sì). Su tutte le considerazioni del tipo: chi ci lavorerà? Quale sarà lo stipendio? E quale l’utenza? Sono dubbi sacrosanti e da prendere in considerazione. Io penso, tuttavia, che un’esperienza debba cominciare ad esistere per capire concretamente come operare.
    Che saranno i precari e i “subappaltati” a lavorarci è, purtroppo, quasi una certezza e per chi ci è dentro come me sa benissimo che il trattamento economico di questo tipo di lavoratori è imbarazzante (per non usare termini peggiori!). Questa, tuttavia, è una lotta politica e il fatto di lavorare per un servizio culturalmente necessario è l’unica forza che abbiamo. Se in Italia la maggioranza dei cittadini è ingabbiata tra televisione (quella italiana!!!) e cellulare significa che la politica culturale degli ultimi anni è stata quanto meno fallimentare. Il principale nodo da sciogliere è sicuramente quello della scuola che è vista come inutile; poi è compito degli adettio alla cultura alzare la qualità del servizio offrendo eventi differenziati e che arrivino ad interessare la maggioranza della popolazione. In questo le biblioteche potrebbero avere un ruolo fondamentale come spazi di cultura aperti al pubblico; nella biblioteca aperta la sera potrebbero svolgersi eventi culturali dei più vari, da mostre fotografiche e di pittura fino alle rappresentazioni teatrali e ai concerti oltre ovviamente alla classiche letture e presentazioni di libri.
    Bisogna entrare nell’idea che la biblioteca e tutti i centri culturali devono offrire alternative valide e accatrtivanti al televisore, devono levarsi di dosso l’aura elitaria e intellettualistica che hanno, altrimenti dobbiamo rassegnarci all’idea che non solo le biblioteche rimarrano chiuse il sabato sera e i festivi, ma comincieranno a chiudere del tutto perchè considerate economicamente non utili! La politica sta dando segnali evidenti di questa tendenza.

    Ci sarebbero molte altre cose da aggiungere, ma mi sono dilungato già troppo.

    Simone (bib. Oblate – Firenze)

  7. Non c’è bisogno di fare presentazioni, proiezioni, mostre. Se una biblioteca è aperta e offre servizi decenti (cioè non semplicemente uno spazio al coperto per studenti fuori sede e vagabondi) la gente la usa.

    Non finisco quasi mai di lavorare prima delle sei/seiemmezza. A quell’ora di biblioteche aperte non se ne parla, naturalmente. Ma nelle grandi librerie, che chiudono alle otto e verso la fine della settimana anche più tardi (alle nove o alle dieci), le persone entrano, e tante, fino all’ora di chiusura. Molti non sono lì per comprare, ma per fare esattamente quello che si potrebbe fare in una biblioteca ben fatta.
    E, per inciso, gli orari di quelle librerie dimostrano che ci sono anche persone disposte a lavorare, in quegli orari.

  8. Complimenti Bette, commento perfetto!
    Non è che poi dipende anche un pò dalla disponibilità e dalla cortesia dei bibliotecari se la gente non frequenta le biblioteche? Mi sembra che spesso abbiano la puzza sotto il naso, sarà insicurezza nei propri mezzi? O per il fatto che lavorano in mezzo ai libri hanno la sensazione di essere talmente saggi che non possono più confrontarsi con il resto degli umani…

  9. Per solidarietà e non per vanteria posso dire che nella mia biblioteca anche i dipendenti comunali lavorano fino alle 19.30. Ho sentito di parecchi casi in cui si usano gli
    atipici per gli orari disagiati e devo dire che in effetti la cosa è un po’ raggelante…

    Bette ha ragione, ma anch’io penso che l’apertura domenicale sarebbe più gradita di quella serale. Salvo che costa di più.

    Rispetto all’ultimo commento: certo! Mi pare una buona idea soprattutto mettere in relazione la puzza sotto il naso con l’insicurezza nei propri mezzi. A volte ci si fa forti di una retorica pseudo-culturale proprio perché in realtà si è lontani dalla cultura reale…
    Sicuro è che atteggiamenti di supponenza se non di superiorità sono un segno di mancata professionalità, se assumiamo quanto dichiarato nelle linee guida dell’ALA sul reference http://www.aib.it/aib/cen/ifla/rusa0804b.htm e http://www.aib.it/aib/cen/ifla/rusa0804a.htm

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