I metadati della conversazione

Everything is miscellaneous di David Weinberger (in uscita in traduzione col titolo di Disordine digitale) è una piccola miniera di idee.
Fra le molte che sarebbero da segnalare, riappare qui il concetto di “saggezza delle folle”, che Weinberger declina in direzione della saggezza “dei gruppi”, con un piccolo slittamento rispetto alla vulgata (una massa indistinta che con pratiche come il social tagging riesce ad esprimere una visione del mondo comunque organizzata e significativa).
Saggezza dei gruppi significa che, piuttosto che immaginarci il Web 2.0 come una somma di individui che lavorano facendo confluire la loro attività in un unico mare, ma partendo da posizioni sostanzialmente isolate, quello che più realisticamente possiamo ipotizzare è che si creino gruppi legati socialmente da una sorta di cultura locale (in senso virtuale ovviamente!).
Prendiamo come esempio la solita Wikipedia!
Anche se il libro sta per uscire in traduzione, voglio riportare qualche elemento:
Nel 2005, ad esempio, l’affare Seigenthaler: un noto giornalista statunitense appare per 4 mesi su una voce di Wikipedia come implicato negli assassini Kennedy. Quando il malcapitato se ne accorge, naturalmente si scandalizza e pretende scuse e spiegazioni.
Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, cambia in risposta le regole di scrittura delle voci: nessun utente anonimo potrà più dare inizio ad una nuova voce.
I titoli dei media riportano la notizia dicendo che Wikipedia ha finalmente ammesso che la vera conoscenza viene da esperti accreditati, prendendo in realtà un bel granchio: sono infatti soltanto gli utenti anonimi quelli di cui l’enciclopedia prende nota degli IP (e che sono quindi, potenzialmente, rintracciabili come persone con nome e cognome). Agli accreditati si richiede invece soltanto il classico nome utente + password. Dunque la decisione di Wales aumenta, e non diminuisce il tasso di anonimato. Dice infatti:
“Ci occupiamo delle pseudoidentità, non delle identità. Il fatto che un determinato utente conservi una pseudoidentità persistente nel tempo ci permette di misurare la qualità di quell’utente senza aver idea di chi realmente sia” (trad. mia, p. 135)
Insomma, in questo modello la credibilità si basa non sulle credenziali, bensì sui contributi reali di ciascuno.
In secondo luogo, per avere successo come wikipediani occorre non solo essere di fatto esperti nella propria materia, ma anche sapere relazionarsi costruttivamente con gli altri.
La definizione di quello che è il giusto livello di “punto di vista neutrale”, uno dei capisaldi di Wikipedia e che trovate citato ad ogni piè sospinto se vi avventurate a leggere le discussioni dietro la creazione delle voci, è infatti frutto di un’operazione generalmente collettiva e a volte assai combattuta.
Un meraviglioso esempio di pragmatismo statunitense: all’obiezione fatta dallo stesso Weinberger a Wales sull’impossibilità di una neutralità assoluta, la risposta di Wales è stata pari pari “Un articolo è neutrale quando la gente ha smesso di modificarlo”.
Una bella provocazione…!

L’opposizione che si delinea è fra autorità e credibilità. Il sistema solido e maturo di secoli della stampa tradizionale, basato sull’accreditamento accademico degli autori e sul meccanismo della peer review da un parte. Un mondo in cui una miscellanea collezione di autori anonimi e pseudonimi riesce a creare un enorme deposito di conoscenza dall’altro.
Quello che sta mutando nell’ipotesi di Weinberger è la natura stessa del concetto di autorevolezza, e l’esempio che porta è quello (ormai un vero classico!) del confronto tra l’Encyclopaedia Britannica e Wikipedia:
“Wikipedia e Britannica derivano la loro autorevolezza da fonti differenti. Il puro fatto che un articolo sia compreso nella Britannica significa che dovremmo probabilmente dargli credito perché sappiamo che è passato attraverso un’estesa revisione editoriale. Ma che un articolo appaia in Wikipedia non significa che sia credibile. Dopo tutto, potrebbe accadere di leggerlo subito dopo che un anonimo ha scritto che Seigenthaler è coinvolto negli assassini Kennedy. Eppure – ragionevolmente – diamo credito agli articoli di Wikipedia. Ci sono altre indicazioni disponibili: è un articolo tanto minore che pochi ci hanno lavorato sopra? Ci sono segni evidenti di mancanza di NPOV [Neutral Pont of View]? E’ scritto e organizzato male?Ci sono note nella pagina delle discussioni? E’ coerente con quello che sappiamo del mondo? Questi segni non sono così lontani da quelli che ci portano a fidarci di una persona nel corso di una conversazione: qual è il suo tono di voce? Abbiamo l’impressione che la sua opinione sia stata mitigata dalla conversazione, oppure sta dogmaticamente urlando verso di noi le sue opinioni? In una conversazione ci basiamo su questo tipo di metadati contestuali, e solo occasionalmente ci portano fuori strada…
La fiducia che poniamo nella Britannica ci mette in grado di essere conoscitori passivi. Dobbiamo solo cercare un argomento per scoprirne qualcosa. Wikipedia fornisce invece i metadati che circondano un articolo – revisioni, discussioni, avvisi, link ad altre revisioni fatte da contributori – perché si aspetta che il lettore sia coinvolto attivamente e sia conscio dei segnali… Decidere a che cosa credere è ora il nostro incarico. Lo è sempre stato, ma nel mondo dell’ordine cartaceo in cui la pubblicazione era così dispendiosa da rendere necessarie persone che fungessero da filtri, era più facile pensare la nostra passività come una parte inevitabile dell’apprendimento; credevamo che la conoscenza funzionasse proprio così.” (p. 142-143)

L’attenzione ai metadati come parte integrante della conoscenza.
L’apprendimento come fatto attivo e partecipato. Come conversazione.
Il ruolo di filtro di alcune professioni e la sua calante necessità nel mondo digitale.
Sono temi sufficienti su cui fare qualche riflessione? ;-)

Sul sito di Everything is miscellaneous è scaricabile in mp3 (ma c’è anche la trascrizione a testo) di un’intervista fatta da Weinberger a Wales. Ve la segnalo senza neppure averla sentita. Mi piace l’idea che delle persone si possano anche sentire direttamente le voci…

2 thoughts on “I metadati della conversazione”

  1. Sto leggendo questo libro. Dovrei dire: stavo leggendo. Dopo poche decine di pagine l’ho trovato così noioso e prevedibile che non mi viene più voglia di riaprirlo.

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