Bridging the gap: realizzare e diffondere nuovi servizi per creare insieme agli utenti la biblioteca del futuro (o che verrà)

Lunedì 9 giugno si è svolto a Bologna un seminario organizzato da Data management dal titolo Bridging the gap: realizzare e diffondere nuovi servizi per creare insieme agli utenti la biblioteca del futuro (o che verrà). Qui il programma.
Come sempre, quello che segue è un personalissimo e non esauriente riassunto di quello che ho sentito.
Ha aperto la mattinata l’intervento di Paul G. Weston, che dobbiamo davvero ringraziare per il profluvio di esempi che ha portato, tutti casi di opac o di servizi che si possono riandare a vedere in rete.
L’intervento riguarda appunto gli opac di nuova generazione, in particolare non presenti sul mercato italiano e quindi poco conosciuti.
La parola chiave intorno a cui ruotano tutte le interfacce mostrate è un neologismo, “Googlezon”, metà Google metà Amazon, che sta ad indicare la convergenza delle interfacce di interrogazione verso modelli che combinano alcune caratteristiche tipiche di questi due mostri sacri.
Weston cita il documento Perceptions of libraries and information resources, ricerca di OCLC del 2005 sulle aspettative degli utenti rispetto agli opac e sulle loro modalità di ricerca in rete.
Secondo i risultati del documento alle biblioteche è riconosciuto in linea generale un ruolo importante, ma la dura realtà è che, a fronte dell’84% delle ricerche che prendono avvio su Google, solo l’1% degli utenti dichiara di cominciare invece da un catalogo di biblioteca (vorremmo conoscerli!).
Quello che gli utenti individuano come elementi da migliorare negli opac sono la semplicità d’uso, l’interattività, la tolleranza agli errori (Google: “forse stavi cercando xy”), i tempi di risposta, l’ordinamento dinamico dei risultati, l’ordinamento per rilevanza (di nuovo Google: relevance ranking)e i servizi web (i “banali” servizi come prenotazioni, rinnovi, storico prestiti, tutti esempi che credo a ciascuno di noi vengano facilmente in mente).
Gli Integrated Library Systems (ILS) da cui tutti i nostri opac provengono sono nati come strumenti prima di tutto inventariali, per una gestione da parte degli addetti professionali, e questo spiega la loro scarsa rispondenza rispetto alle esigenze degli utenti. In più, oggi tali sistemi sono in competizione con un numero sempre in aumento di servizi paralleli. Dal solo mondo open source si possono citare Koha, Evergreen, Scriblio e Librarything. Per non parlare dell’e-commerce (Amazon, appunto, ma anche i nostrani IBS, Deastore e simili).
FRBR è stato citato a più riprese come una risposta possibile alle richieste degli utenti nei termini di semplificazione delle ricerche. Ad esempio consentirebbe migliori aggregazioni dei risultati di ricerca collazionando le diverse versioni di un testo pubblicato in più formati.

Gli opac portati come esempio da Weston rispondono a vario titolo ad un ‘ipotetica “lista dei desideri” che sono, in qualche modo, un tentativo di tradurre in pratica le esigenze espresse dagli utenti. La lista può comprendere ad esempio:

  • relevance ranking
  • uso delle radici delle parole
  • verifica della digitazione
  • uso facilitato degli operatori logici
  • suggerimenti (recommandations)
  • filtri (faceting), ad es. per disciplina, genere della pubblicazione, formato, autore.

Si tratta comunque di interfacce che estraggono i dati da sistemi gestionali di tipo più tradizionale, e va subito detto che questo passaggio non è privo di controindicazioni. Ad esempio, può andare perduta la tenuta di strutture semantiche complesse (come nei soggetti). Vantaggio sicuro è, al contrario, la riduzione dei tempi della ricerca e, solo in secondo luogo, la semplificazione della ricerca stessa.
Ecco alcuni degli esempi citati.
Come esempio di opac quello delle NCSU Libraries, North Carolina University. Da notare, oltre alla semplicità dell’avvio della ricerca ed all’apparizione successiva di filtri di ricerca, anche la possibilità di scorrere virtualmente lo scaffale seguendo i raggruppamenti semantici, con tanto di copertine dei libri:


Come esempi in particolare di recommandations:
Relvyl, che restituisce nella stessa videata tre categorie di record, Similar Records, Patrons who borrowed this item also borrowed, Amazon recommandations.
Encore, che oltre a faccette più “classiche” mostra voci come Most relevant titles e Popular choices.
Reading matters, bookchooser inglese indirizzato ai ragazzi, che compilando un semplice questionario possono ottenere consigli di lettura adatti ai loro gusti. Indirettamente, il servizio aiuta le biblioteche ad orientare la loro politica degli acquisti.
Whichbook.net è un esempio simile per la ricerca di narrativa per adulti. Un altro servizio sostenuto dai ricavi della lotteria inglese come People’s Network. Prendetevi il tempo di scavarci un po’ dentro, dice veramente qualcosa su come si possa intendere la promozione pubblica della cultura.
In sintesi, Weston delinea in questi passaggi lo sviluppo degli opac: da semplice database bibliografico, a portale che integra altri elementi come i servizi della biblioteca, a dispositivo promozionale della biblioteca stessa, e infine a gestore della ricerca testuale. Insomma, un approdo finale molto più ambizioso, che si candida ad essere il fulcro della ricerca degli utenti.
Un processo parallelo è quello che vede la sganciamento della gestione dei servizi basata a livello territoriale, in favore di meta-servizi di cui possono usufruire sistemi bibliotecari differenti. L’esempio perfetto, che rientra nella tipologia dei servizi di recommandations, è FictionFinder di OCLC. FictionFinder si ispira alle FRBR e aiuta a trovare suggerimenti di lettura.
Ancora altri esempi:
Libris (l’esempio utilizzato è nella gestione degli authority files, ad es. quello di Omero):


Tripod
, che ai risultati di ricerca aggiunge l’indice del libro e la possibilità di spedire i dati direttamente sul proprio cellulare.
Evergreen (open source), di cui si possono vedere le suddivisioni per soggetti.
Plymouth State University, che consente di tradurre i risultati di ricerca in altre lingue (a destra, sotto Bookmark & Feeds > Translate).
Biblioteca aperta, versione italiana di Open Library che, al di là della sua grafica retrò coinvolge l’utente persino nella descrizione dei documenti (cercate il magico pulsante Edit!)

Due altri testi citati da Weston, su cui si possono approfondire i temi dell’intervento:

The Changing Nature of the Catalog and its Integration with Other Discovery Tools di Karen Calhoun (2006)
The Online Library Catalog. Paradise Lost and Paradise Regained? di Karen Markey, D-Lib Magazine, n. 1/2 (2007).

Segue l’intervento di Anna Busa di Data Manegement, che inserisce la presentazione del nuovo opac Sebina You, ancora largamente in progress, in un contesto più ampio, quello del rapporto fra opac e social networking. Tale contesto conduce ad opac avanzati o “sopac” (social opac), che costituiscono un passaggio oltre gli opac arricchiti.
Sebina You è una nuova componente di Sebina Open Library, a cui si affianca con nuove funzionalità e, soprattutto, nuove finalità d’uso: l’orientamento all’utenza e la divulgazione (sono parole che ci piacciono!)
Qualche dettaglio in più: un monocampo di ricerca stile Google, con raffinamenti successivi attuati tramite “filtri” (ma il termine ormai in uso è “faccette”, ma non nel senso di Ranganathan) che si visualizzano solo in un secondo momento. L’associazione con altri canali di ricerca a scelta dell’istituzione (Wikipedia, YouTube, Google, ecc.). L’integrazione della ricerca su risorse selezionate (Open Search). Oltre al pacchettino classico del 2.0: feed RSS, tagging, inserimento di commenti e rating (ma da parte di utenti profilati e previa verifica dell’istituzione).
Il tutto ancora da discutere e verificare (su questo DM esprime a più riprese una forte volontà di collaborazione).

Il terzo intervento è di Vincenzo Bazzocchi dell’IBC, che illustra il progetto COME, Comunicazione audiovisiva e cultura. In sostanza, si tratta di un progetto di repository istituzionale di materiale audiovideo (cinema, documentari, teatro, ecc.) in formato digitale. Il materiale dovrebbe provenire non solo da cineteche ed enti istituzionali di questo genere della regione Emilia Romagna , ma anche da associazioni, scuole, università, mediateche di ogni natura.
Il progetto prevede l’utilizzo di Sebina You e l’attivazione di un servizio di reference digitale specializzato.
Su quest’ultimo punto non posso non esprimere una certa perplessità che si concretizza in due domande: con quali risorse si pensa di sostenere un servizio di reference digitale nuovo? E sarà davvero il caso di moltiplicare i servizi di fronte ad una situazione internazionale in cui si tende largamente a convergere in servizi a fortissimo tasso di cooperazione?

L’ultimo intervento, dopo un bel pranzetto sotto agli alberi (in perfetto stile centro anziani bolognese!), è stato quello di Giovanni Solimine.
Alcuni dei punti toccati sono il fascino del tema della biblioteca come conversazione (Lankes), a fronte del quale però dobbiamo essere consapevoli degli oneri che comporta (quanto lavoro redazionale dietro a tutti i magnifici esempi visti durante la mattinata!). La biblioteca non può fare un passo indietro rispetto alla sua tradizione di affidabilità per abbracciare acriticamente l’ideale della partecipazione degli utenti e dovrà quindi conservare tutte le sue attività tradizionali più qualcosa di diverso.
Gli utenti remoti, quelli che sembrano maggiormente chiamati in causa dai servizi 2.0, sono un mondo sconosciuto e difficilmente valutabile, su cui andrà fatto molto lavoro di analisi. Una prospettiva a cui molti bibliotecari potrebbero non essere pronti è ad esempio che l’utente remoto sia anche un non utente delle biblioteche e possa vederle unicamente come una delle molte risorse disponibili in rete.
La cooperazione, che da pratica a base territoriale o istituzionale dovrebbe diventare “ad assetto variabile” incentrandosi più sulle competenze di fatto che sulle appartenenze formali.
E infine la necessità di pensare alle biblioteche digitali non solo nei termini delle biblioteche storiche o specializzate. Qual è un modello possibile di biblioteca digitale civica, una biblioteca che si metta in relazione con le reti civiche e le altre forme di rete presenti sul suo territorio?

Molto in breve un paio di interventi che si sono susseguiti da parte dei partecipanti al seminario.
Alcuni sono stati racconti di esperienze singole, come il caso dell’utilizzo di Delicious da parte del sistema bibliotecario bresciano, esperimento di utilizzo del noto sito di social bookmarking come “archivio” di descrizioni bibliografiche tratte da opac e taggate dai bibliotecari. Se ne può leggere un resoconto sul numero di marzo di Bibliotime.
Altri interventi sono stati domande dirette rivolte ai relatori. La migliore, a mio parere, quella di un giovane collega che ha chiesto ai rappresentanti di Data Management quando verranno rilasciate le API di Sebina You. Il tema non è da poco: le API sono – lo dico come lo so dire – pezzetti di codice software che consentono l’integrazione di un applicativo in sistemi diversi da quello in cui è nato. Ad esempio, utilizzano le API i sistemi di georeferenziazione basati su Google Maps. O, per capirci fra bibliotecari, se fossero note le API di una release Sebina sarebbe possibile fare apparire in qualunque contesto web la maschera di ricerca dell’opac.
Dopo tanto parlare di integrazione dei sistemi, di partecipazione e di social networking, in effetti, si tratta di una domanda legittima.
La risposta di DM è stata di interesse e di disponibilità. La consideriamo una promessa… ;-)

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