Il bibliotecario e il barista

Creative Commons, by fibroblast

 Pensate a quell’oggetto che l’immaginazione popolare associa alla professione del bibliotecario (occhialini a parte): il banco, anzi, il bancone. Il bancone separa due mondi ma ne è anche il punto di contatto: io qui e tu di là, e sopra al bancone ci parliamo.

Pensate a cosa accade sopra appunto a quel bancone: una transazione di reference, uno scambio informativo, un consiglio, due chiacchiere.
Ora pensate alla professione del barista: alta specializzazione, capacità di adattare il ritmo del lavoro ai diversi afflussi di pubblico, elasticità, servizi personalizzati sulla base delle esigenze del cliente, capacità di gestire gli scontri.
Il lavoro del barista si svolge dietro ad un assai simile bancone: divide due zone di pertinenza e le congiunge. Serve per appoggiarci sopra le consumazioni, ma anche per appoggiarsi coi gomiti e scambiare due parole.
Il bancone è l’oggetto inventato per gestire lo spazio dalle professioni che hanno una facciata (vendere un caffè, una pasta, un’informazione bibliografica) dietro la quale nascondono una sostanza abbastanza diversa (una conversazione).
Lavori ad altissimo tasso di socialità, come ha presente chiunque pensi al bar sotto casa e al ruolo preciso di regolatore sociale che svolge. Nel mio bar sotto casa convivono fellinianamente anziani signori arabi, tossiche di mezza età, alcolisti di ogni sesso e gradazione, mangiatori casuali di Maxibon ed acquirenti di caramelle, il tutto gestito senza uno screzio dalla famiglia di baristi più gentili che si siano mai visti sulla faccia della terra. E funziona!
Scherzi a parte, credo che soltanto ignorando completamente il ruolo e la realtà quotidiana del reference ci si possa scandalizzare di un simile paragone.
Tutto questo per dirvi che è uscito sull’ultimo numero di Bibliotime un breve ma molto interessante articolo di Anna Galluzzi dal titolo Gli Idea Stores di Londra. Biblioteche nel ‘mercato’ urbano e sociale.

Qualche riflessione che ne esce sulle biblioteche pubbliche.
E’ necessario pianificare i servizi bibliotecari a livello territoriale ampio. Essendo mutati l’uso del territorio e la mobilità, una singola biblioteca è solo parte di un insieme. Ne consegue che forse dovremmo smettere di lanciare grida ogni volta che una biblioteca di quartiere viene chiusa: analizziamone i motivi, poi diamo un giudizio. I sette Idea Stores di Londra sostituiranno quindici ex biblioteche di quartiere! Dunque pianificazione cittadina o metropolitana o provinciale, concentrazione delle risorse e delle competenze. (Perché per comprare un tavolo andate all’Ikea e non dal mobiliere all’angolo?)

La pianificazione si fa sulla base di dati statistici e di indagini di mercato. Interrogati se desideravano che le biblioteche di quartiere restassero nelle loro sedi storiche, i cittadini londinesi hanno risposto che la cosa importante era piuttosto che le biblioteche fossero vicine ai luoghi dello shopping e servite dai mezzi pubblici! Nuove aperture di biblioteche non supportate da dati certi e indagini di mercato vanno guardate con sospetto. :-o

Copiare dalle librerie quello che ci può essere utile: vetrine, metodi di esposizione dei libri, cura degli spazi. E in questo ricordiamoci che abbiamo molto da imparare dalle librerie (ma direi dagli spazi di vendita in genere), ma molto più di loro da offrire. Niente meno che una lunghissima coda lunga

Il personale che fa assistenza può anche essere numericamente ridotto, a patto che sia visibile. Da qui lo staff cosiddetto floorwalking (insomma, che va in giro) in cui le persone possono imbattersi informalmente.
Mescolare attività bibliotecaria tradizionale e corsi di formazione, in particolare per adulti.
Mescolare tutto questo con l’idea che la biblioteca è anche un luogo in cui ritrovarsi con gli amici o vedere altre persone. Perciò basta col silenzio religioso in biblioteca, coll’inutile divieto di utilizzare i cellulari, con gli spazi disponibili tutti occupati da tavoli per gli studenti universitari.
Le biblioteche possono anche non chiamarsi biblioteche: “il termine ‘store’ … da un lato evoca il negozio dell’angolo, una struttura finalizzata a un’offerta commerciale, dall’altro appare come un luogo di deposito, di conservazione e preservazione, racchiudendo dunque in un’unica struttura concezioni diverse della biblioteca.”
L’unico appunto che si può fare all’articolo di Anna    è l’aver sottolineato tanto la parentela fra biblioteche e librerie. Eppure la caffetteria del Whitechapel Idea Store, in cui sugli scaffali i libri si mescolano alle bottiglie, avrebbe potuto suggerirle l’idea: non sono le librerie quelle a cui guardare, ma i bar!
Perciò, mentre già qualcuno afferma che da grande vuole fare la bibliotecaria vetrinista, io mi candido da subito alla posizione di cocktail librarian! E magari di floorwalking cocktail librarian!

4 thoughts on “Il bibliotecario e il barista”

  1. Sono Anna Galluzzi e visto che sono citata mi permetto di intervenire per dire che ha effettivamente ragione Virginia, quando dice che il confronto con le librerie è poco dirompente e che bisognerebbe cominciare a confrontarsi anche con altri mondi in cui i libri c’entrano poco e niente…
    Ma credo che in Italia siamo poco preparati anche al confronto tra biblioteche e librerie che alcuni vedono come una bestemmia che solo i “barbari” possono pronunciare… (a questo proposito consiglio vivamente la lettura del librettino “I barbari” di Alessandro Baricco, uscito per la collana economica della Feltrinelli un po’ di mesi fa).
    Volevo inoltre aggiungere una cosa. La mia riflessione sugli Idea Stores e’ per quanto mi riguardo il pezzo di un puzzle, che va letto in maniera integrata con altri tre articoli che purtroppo non sono online, ma su carta:
    Seattle e Vancouver: due modi di fare “esperienza” della biblioteca pubblica, in “Biblioteche oggi”, 26 (2008), n. 2, p. 47-56;
    Bibliothèque Municipale di Marsiglia: un felice incontro tra politiche nazionali e locali, in “Biblioteche oggi”, 26 (2008), n. 5, p. 14-20;
    La Biblioteca Jaume Fuster di Barcellona. Una nuova piazza urbana nella rete metropolitana, in “Biblioteche oggi”, in uscita nel prossimo numero.

    Ciascuna di queste biblioteche, secondo me, consente di fare una riflessione su un aspetto che ritengo fondamentale per l’identità della biblioteca pubblica contemporanea.
    Scusate l’autocitazione, ma mi faceva piacere far capire che gli Idea Stores sono stati per me un’esemplificazione di “un” aspetto di quella che è per me la biblioteca pubblica.

  2. Il web degli Idea stores, comunque, di dati statistici non ne fa vedere neanche uno, neanche per menare vanto di qualche successo sul fronte dei servizi, o della soddisfazione delle persone servite.
    E anche a fornirne, di informazioni di questo genere, non sono tanto propensi.
    Ormai è un po’ che esistono, stupisce – per non dire sconcerta – tanta riservatezza.

  3. Qualche dato lo da’ Sergio Dogliani, direttore responsabile del progetto Idea Stores, che è venuto diverse volte in Italia a parlarne.
    Qualcosina vedi qui: http://www.csbno.net/documenti/convegno10anni/area_download/Dogliani_idea_stores_dati_2008.pdf

    Comunque, credo che dal punto di vista di noi italiani non e’ tanto importante quanto successo hanno avuto queste biblioteche ma cosa possiamo imparare noi e cosa pensiamo possa essere utile per le nostre realtà.
    Il disfattismo preventivo tipicamente italiano credo che sia un errore e uno dei motivi per cui le cose non cambiano mai.
    Anna

  4. Quando ho cercato dati statistici era appunto per vedere *quanto* bene funziona questa iniziativa. Il fatto che né il sito né il servizio di informazioni dell’iniziativa stessa li forniscano, neppure nella forma ultrasintetica citata nel commento precedente, lascia perplessi. Non sul fatto che abbiano fatto poco o tanto (su questo, fin che non ci sono i dati, non si può dire niente) ma sul modo in cui lo fanno. Che razza di servizio di informazioni è un servizio che non informa neppure su sé stesso?

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