Google ci sta rendendo stupidi?

Voglio cominciare a considerare qualche voce in contrasto con l’ottimismo sugli sviluppi del Web di cui sono abituata a scrivere, e comincerò da un articolo di Nicholas Carr pubblicato sull’Atlantic Monthly nel numero di luglio/agosto di cui si è discusso abbastanza in rete e anche sulla lista di discussione sul reference dig_ref e su quella dedicata alle biblioteche pubbliche publib.

Il titolo di questo post è la traduzione del titolo di quest’articolo che, tra le voci critiche di Internet, si segnala per il suo equilibrio.
L’idea di base è l’ipotesi che l’abitudine al surfing in rete disabitui le persone alla lettura approfondita tipica dell’era predigitale, e che ciò abbia un effetto tendenzialmente negativo non solo sul loro modo di leggere, ma anche di pensare. L’autore parte da impressioni personali (una difficoltà prima sconosciuta a restare fermo su un libro per più di qualche pagina), ma poi cita anche studi di tipo psicologico che attestano come le tecnologie dell’apprendimento siano in grado di plasmare persino i collegamenti neuronali in persone adulte, oltre a studi sul comportamento dei ricercatori online come Information Behaviour of the Researcher of the Future di cui si è già parlato in passato.
E’ questo studio, infatti, ad esprimere l’idea che la lettura online si differenzi da quella tradizionale per una certa attitudine alla velocità, al dato di sintesi, al collegamento “orizzontale” di concetti e dati al posto del vecchio approfondimento in “verticale” (essere assorbiti dal libro).
Ma Carr non è un luddista e la sua critica in difesa della capacità di “concentrazione” e di “contemplazione” che forse stiamo perdendo contempla già diverse delle possibili obiezioni.
Intanto il riconoscimento dei vantaggi della Rete è netto. L’autore si chiede però quale ne sia il prezzo.
Inoltre, riconosce che ad ogni cambio di tecnologia importante come questo riappaiano timori simili e cita il Fedro di Platone, in cui Socrate lamenta lo sviluppo della scrittura per timore che essa renda gli uomini meno abili a ricordare e sostanzialmente più ignoranti.
Viene in mente una battuta di David Lankes che all’incirca suona così: con l’apparizione della Bibbia di Gutenberger si temeva di perdere la memoria autentica del sapere, oggi con Wikipedia si teme la stessa cosa, insomma prima o poi questa memoria la perderemo, ma tanto non ci sarà più nessuno a ricordarselo! ;-)

Carr ricorda una scena famosissima di 2001 Odissea nello spazio: il momento in cui il protagonista “sconnette” un po’ per volta i circuiti di Hal, il supercomputer che regola vita e morte all’interno della nave spaziale. L’immagine è usata per sottolineare come, in quel mondo futuribile, la macchina finisca per esprimere un flusso di emozioni che contrasta con la fredda determinazione operativa degli umani sulla nave. E questo viene messo in relazione con quella sorta di taylorismo mentale che le caratteristiche della Rete ci starebbero imponendo: una sempre maggiore velocità finalizzata ad una sempre maggiore efficienza nel processare i dati. Come macchine, appunto.
E a questro scopo cita anche le aspirazioni dei fondatori di Google di lavorare, attraverso il loro motore di ricerca e le infinite possibilità che esso permette, in direzione di una sorta di intelligenza artificiale alla quale finiremo per essere connessi neurologicamente.
Ora, questa mi sembra però un’ingenuità, o forse solo un orizzonte utopico, o anche semplicemente un ricordo cyberpunk, dei fondatori di Google, e non imputerei direttamente questo rischio a quello che la Rete sta effettivamente producendo nelle intelligenze umane!
Ma l’obiezione principale a questo genere di argomentazioni che mi viene in mente è un’altra.
Carr cita un altro autore, Richard Foreman, e la sua descrizione di che cosa sia oggi in gioco:

“Vengo dalla tradizione della cultura occidentale, in cui l’ideale (il mio ideale) era la complessa, densa e ‘cathedral-like’ struttura di una personalità altamente istruita ed articolata – un uomo o una donna che portassero in sé una versione unica e ben costruita dell’intera eredità dell’occidente. Ma ora vedo in tutti noi (incluso me stesso) la sostituzione di una complessa densità interiore con un nuovo tipo di sé che si evolve sotto la pressione del sovraccarico informativo e della tecnologia dell’istantaneamente disponibile.” Rischiamo pertanto di trasformarci in “pancake people – sottili e ramificati per le connessioni con questa vasta rete di informazioni a cui accediamo col semplice tocco di un bottone.” (La traduzione è ovviamente mia).
Questa descrizione della personalità ideale dell’occidente è qualcosa che mi fa pensare a pochissime persone che conosco di persona, generalmente o non giovani oppure provenienti da famiglie colte da generazioni. Ma per quanto riguarda tutti coloro che provengono dalla piccola o minima borghesia e hanno fatto i loro studi nell’epoca dell’università di massa (me compresa), questa descrizione è semplicemente astratta.
Personalmente, mi sono dedicata alla lettura approfondita di molti libri perché lo richiedeva l’organizzazione dei miei studi, ma posso dire che questo non mi ha affatto comunicato un’idea organica e ben costruita della cultura. Piuttosto, se dovessi trovare un’immagine, direi che a me è arrivato solo quello che arriva sulla spiaggia dopo una tempesta: frammenti di qualcosa che si trova sostanzialmente da un’altra parte.
Forse l’ideale che hanno in mente questi autori non è quello tipico dell’era dalla stampa, ma quello di una cultura ancora sostanzialmente aristocratica che ha smesso di esistere da un pezzo.

Recentemente nella biblioteca pubblica in cui lavoro abbiamo smantellato la sala di consultazione in cui volevamo fare reference approfondito a favore di una distribuzione dei materiali per disciplina e di un servizio di informazioni omogeneo in tutte le sale. Di fatto, ci eravamo resi conto che pochi utenti finivano per usufruire di questo servizio che si voleva così utile. All’inizio ho avuto anch’io i miei dubbi, temendo che ciò avrebbe abbassato il livello qualitativo del reference. Poi mi ha convinto l’idea che sì, forse quell’abbassamento era un rischio reale, ma mai tanto pericoloso quanto fare del reference per pochi eletti.
In qualche modo mi pare si tratti dello stesso problema. Ammesso poi che la Rete modifichi in peggio le nostre capacità cognitive, e non, semplicemente, le modifichi.

5 thoughts on “Google ci sta rendendo stupidi?”

  1. Ho letto anch’io l’articolo Is Google making us stoopid?” e l’ho trovato di estremo interesse. Ma ancora più interessante è incrociare quel testo con le riflessioni che hai incluso in questo post.

    In primo luogo, Carr ha certamente ragione quando sostiene (portando l’esempio di Nietzsche e della macchina per scrivere) che il mezzo utilizzato per scrivere influenza le forme dell’espressione: è un’esperienza di tutti, credo, che la redazione di un testo manoscritto (per chi ancora scrive qualcosa con le mani) implica strategie molto diverse da quelle che si adoperano alla tastiera del pc.

    La videoscrittura è — almeno nella mia esperienza personale — molto più fluida, più libera: la consapevolezza di potere ritornare sul testo in ogni momento e per un numero indefinito di volte consente non solo di sprigionare la propria creatività, ma anche di redigere testi “provvisori”, sui quali poi ripassare per raggiungere livelli di pulitura sempre più adeguati.

    Se cambia il mondo in cui assumiamo le informazioni, non può quindi che verificarsi un fenomeno analogo, tanto più che l’acquisizione delle informazioni influisce direttamente sul modo in cui strutturiamo il pensiero “a monte”, con molta maggiore incisività sulle nostre categorie mentali, rispetto al modo in cui articoliamo l’espressione.

    Ciò premesso, mi pare che ci sia una sbavatura nel tuo pensiero, laddove parli di cultura aristocratica versus università di massa; questa contrapposizione mi sembra derivare da un certo sessantottismo di maniera, che non ha più molta ragion d’essere (fra l’altro, opportune revisioni del pensiero sessantottesco ne hanno indicato la pericolosa, e neppure tanto latente, inclinazione verso il totalitarismo).

    La cultura, nella sua accezione più elementare, è la capacità di distinguere le differenze. Ora, se fino a pochi anni fa si riteneva che tale capacità fosse da affinare in un selezionato ambito di discipline per potersi definire come cultura “alta”, oggidì l’affermazione del concetto di “pop” si apre allo sdoganamento (il neologismo è orrendo, ma ha il vantaggio di manifestare in una sola parola un’idea non così semplice) di contesti tradizionalmente non considerati come “culturali”.

    Ci sono persone che si sono appassionate da subito al paradigma “pop”, facendone una sorta di bandiera per lo svecchiamento degli “ambienti polverosi”. Personalmente — e qui arrivo al dunque di un commento che sta già diventando troppo prolisso — ritengo che non si possa “archiviare” senza danno il modo lento di concepire l’acquisizione di informazioni che per
    cinquemila anni (non è poco) ha caratterizzato la nostra civiltà.

    Quando Nietzsche (sempre lui) scriveva che “la filologia è l’arte di leggere lentamente”, diceva almeno due grandi verità: che la lentezza è indispensabile nella maturazione delle convinzioni profonde e che tale atteggiamento (“filologico”) è alla base della nostra intera civiltà.

    Ho letto da poco quel piccolo capolavoro che è Danny l’eletto, di Chaim Potok [ne avete tre copie, di cui due in prestito]: e sono rimasto affascinato da quel prodigio di sapienza ebraica che si concreta nella capacità di discutere per ore le sottigliezze di una riga del Talmud, affinando all’inverosimile le proprie capacità interpretative.

    Un condensato di paziente intelligenza, che solo superficialmente può apparire superato; esso costituiva infatti il
    prerequisito necessario ad acuire le doti individuali di ascolto, che rappresentavano la parte migliore della nostra civiltà e che oggi non possiamo che rimpiangere.

  2. In un’epistemologia di alto livello “cultura aristocratica” sparata in rosso all’improvviso, è veramente forte, attira… Ma questo è il tuo blog non il tuo intervento all’AIB. Entusiasmaci, collega, ed aggiornaci sulle reazioni degli eletti…

  3. Caro zalgiris, è vero: contrapporre cultura aristocratica e università di massa è un po’ uno slogan, ma questo è un blog e i post non sono trattati, solo sollecitazioni rapide… insomma si fa un po’ per intendersi.
    Comunque io credo che la questione sia davvero quella: nonostante la cultura “di massa” sia stata già sdoganata, è difficile negare che di pregiudizi snob, se non aristocratici, ne girino ancora parecchi.
    Ti racconto questo breve episodio: ho sentito una nostra utente, commentando la nuova disposizione del materiale a Sala Borsa, dire storcendo il naso che le sembrava di essere all’Ikea. Ora, l’Ikea con pregi e difetti è comunque un esempio di enorme successo internazionale, sicché a me suona strano che venga utilizzata come esempio negativo… Come dobbiamo leggere una cosa del genere? Che cosa non è piaciuto all’utente? Troppa gente? Troppo rumore? Troppi titoli “bassi”?

    Comunque su questo tema ti consiglio di leggere Un cerino nel buio: come la cultura sopravvive a barbari e antibarbari, di Franco Brevini. Oppure, se hai un po’ di pazienza, di aspettare il mio prossimo post!

    Per quanto riguarda invece quello che dici sulla lettura lenta e approfondita, a dire il vero io non credo che verrà abbandonata come già sappiamo che non verrà abbandonato il libro. Probabilmente mezzi e metodi coesisteranno. Personalmente, io non ho notato un cambiamento nelle mie attitudini di lettura dopo l’avvento della rete. Se nei confronti di un testo procedo con una lettura un po’ di superficie, di solito è perché il testo è prolisso! Non so se voi abbiate notate qualche cambiamento in questo senso…

    Quanto al secondo commentatore, scusa ma non ho capito bene cosa intendi. Che dovrei fare? Spararle meno grosse? Entusiasmarvi? Riportarvi le reazioni di chi? ;-)

  4. IKEA è, soprattutto, un esempio di comunicazione che funziona: dentro l’IKEA, nessuno ha dubbi su dove andare e su quale sia la funzione di ogni singolo spazio

    Se Sala Borsa assomiglia un po’ di più all’IKEA, è un gran bel risultato sul piano della comunicazione: lascerei il commento sprezzante a chi lo ha formulato, e andrei avanti senza esitazioni

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