Hai letto Freud. Nell’originale in tedesco? No, in un riassunto sul retro di una scatola di cracker Ritz (D. Luttazzi)

Come promesso (e con un grande grazie a Laura che me l’ha segnalato!), vi segnalo:

Un cerino nel buio : come la cultura sopravvive a barbari antibarbari / Franco Brevini. – Torino : Bollati Boringhieri, 2008

Per entrare subito in argomento, ecco come Brevini (docente di letteratura e di giornalismo) presenta il suo libro:

“Il libro prende partito per due tesi principali. La prima riguarda la diffusione della cultura: nonostante gli allarmi lanciati da alcuni intellettuali, la cultura non ha mai goduto di una salute tanto buona come nella società dei media, sia per la disponibilità degli strumenti, sia per la capillarità della penetrazione sociale. La seconda tesi concerne invece il destino della cultura nel prossimo futuro: quello che a taluni appare solo come un amaro crepuscolo, a me sembra l’annuncio di una stagione segnata dall’affacciarsi di nuovi saperi, di nuovi pubblici e di nuove dinamiche, che per ora possiamo cogliere solo in parte… Sostituire all’idea della civiltà quella della decadenza, quando non della degenerazione, è un’operazione quanto mai sospetta e del resto basta scorrere qualche millennio di storia per ritrovare il periodico riaffacciarsi del terrore per le orde barbariche di turno.” (p. 10)

Siamo tutti abituati a stigmatizzare l’ignoranza che vediamo intorno a noi (nei casi migliori, anche a partire da noi), e questo certo significa dare vita ad una forma di pensiero critico. Se non l’ignoranza, che forse è un termine troppo forte, almeno l’abbassamento generalizzato del livello culturale e una certa volgarità diffusa nei prodotti culturali di massa.

Tutto potrebbe dipendere però da quale termine di paragone stiamo utilizzando, e qui il pensiero critico inciampa, a volte rovinosamente, perché spesso il termine di paragone è inconsapevole, non detto, e non sempre privo di ambiguità.

Il mio parrucchiere che lavora ai capelli otto ore al giorno, ma che ha in tasca un ipod, si tiene costantemente in contatto con molte persone, la sera vede ore di trasmissioni in tv, nei weekend va a vedere un film fra quelli disponibili in multisale che offrono una scelta fra quattro o cinque titoli, ogni estate visita un paese straniero diverso…

Questo sarebbe (si fa per dire e con tutto il rispetto per il parrucchiere) l’ignorante. Ma ignorante rispetto a chi?

Prendiamo mia nonna: nata in un famigerato paese della Romagna da un padre con una piccola segheria, confusamente educata ai valori del ventennio, poi sposa di un ferroviere socialista, poi madre e casalinga. A casa sua non mancava mai una bella pila di fotoromanzi, e la sera poteva scegliere cosa guardare in tv fra due (massimo 3-4) canali televisivi. Sullo scaffale del soggiorno, qualche giallo in edizione economica.

Andiamo indietro fino alla bisnonna: casolare nella bassa bolognese, sopravvissuta a epidemie che portarono via la maggioranza dei bambini della sua famiglia, titolare di imprese come l’essere andata a Caporetto in calesse per riportare a casa il marito e l’aver salvato casa e terreni perduti al gioco (dal recuperato marito) accogliendo i creditori col fucile spianato. Campata un’infinità di anni, deve aver visto il suo panorama culturale estendersi dalle storie raccontate nella stalla d’inverno ed al messale in un incomprensibile latino, ai primi esperimenti televisivi in bianco e nero della RAI.

Immaginatevi di arretrare ancora di più nel tempo ed ora rifate il paragone col parrucchiere.

Questo per dire che i prodotti dell’industria culturale, coi suoi alti e bassi e bassissimi, ha comunque prodotto una popolazione che ha a sua disposizione un’infinità di opportunità di conoscenza e di svago, se paragonate al passato.

“A guardare con occhi liberi da pregiudizi ai processi culturali che hanno scandito i decenni che abbiamo alle spalle, si copre che la cultura ha conosciuto una penetrazione sociale che quanto alla sua capillarità non ha alcun precedente.” (p. 70)

Ma perché non esplicitare il termine di paragone dei nostri giudizi critici ha in sé un potenziale elemento di ambiguità?

“… una delle maggiori contraddizioni con cui si trovano a misurarsi i critici della cultura di massa riguarda il carattere fortemente elitario e discriminatorio della grande tradizione classico-umanistica che essi oppongono all’esecrata industria culturale. I grandi libri sono infatti maturati all’interno di orizzonti culturali dominati dall’oppressione e dalla violenza. Tutta l’alta cultura reca un drammatico imprinting di classe. Dirò di più: ha coperto, giustificato e sostenuto sistemi che perpetuavano l’autoritarismo e la repressione. Chi condanna senza appello la strumentalizzazione operata dall’industria culturale mostra spesso una strana amnesia a proposito di quell’umanesimo, che, nel promuovere un universalismo riservato a strettissime élite, ricorda un po’ la democrazia ateniese. Quando sento parlare con nostalgico rapimento dei sistemi in cui l’uomo era misura del mondo, mi viene sempre di chiedere: quale uomo, il signore o il servo?” (di nuovo Brevini, p. 87-88)

Personalmente ho il sospetto che il nostalgico rapimento sia proprio non solo di chi apertamente rimpiange una cultura elitaria, ma anche di una certa critica “da sinistra” per la quale, ad esempio, la televisione non è mai all’altezza, il film d’azione è disdicevole, la macroscopica libertà che il web ci ha messo a disposizione non è mai abbastanza radicale e così via.

Semplificando un po’ le cose, ci potremmo chiedere a che gioco sta giocando chi tenta di metterci in guardia contro le insidie della bassezza dei media e contro la falsa libertà dei nuovi media. Si tratta di pensiero critico o di un tentativo di lottare contro la perdita di un ruolo sociale, più o meno consapevole, condotta magari anche solo attraverso gli strumenti dell’inerzia?

“Ho sempre diffidato di quelli che si ritengono portatori di un messaggio di salvezza, capace di arrestare la corsa della maggioranza verso il baratro. Possibile che noi, pur figli della società moderna che ha significato emancipazione e disincanto, educati ai valori della democrazia e dell’autodeterminazione, cresciuti alla libertà e al criticismo, continuiamo nostro malgrado a venire aggirati, turlupinati, ghettizzati in un’umiliante immaturità, in un’ostinata incapacità di intendere e di volere culturale? E all’opposto, è verosimile che solo una minoranza illuminata, che peraltro è sottoposta agli stessi meccanismi condizionanti, abbia serbato occhi per vedere e testa per capire e continui animosamente a battersi per svelare l’inganno e fare risplendere i valori del progresso e della cultura? Non sarà invece in gioco il tradizionale ruolo di mediazione delle élite intellettuali?” (p. 90)

Rispetto al mondo dell’istruzione:

“Pur non ritenendo, come fanno alcuni, che la società occidentale sia una gigantesca cospirazione contro la cultura e la letteratura, va riconosciuto che negli ultimi decenni qualcosa di importante è avvenuto, qualcosa di cui non abbiamo ancora piena consapevolezza, ma di cui sperimentiamo ogni giorno le conseguenze. Indubbiamente la cultura che aveva costituito il nutrimento delle nostre adolescenze e giovinezze è stata archiviata nei ripostigli dello specialismo, dell’accademia, della ricerca e dell’editoria specializzata, insomma si è definitivamente museificata. Se questo fenomeno di obsolescenza traspare in modo più visibile dal mondo della scuola, è solo perché i giovani sono termometri più sensibili e registrano con ingenua e generosa immediatezza una disfatta, che impareranno poi con gli anni a stemperare nell’ipocrisia delle ritualità culturali: il teatro, le mostre, i concerti di musica classica, magari qualche presentazione di libro, qualche dibattito e qualche conferenza. Qualcosa di simile a quello che si fa con la natura nei parchi e nelle aree protette: buonismo e rimorsi da riserva indiana.” (p. 53-54)

L’unica osservazione che mi pare si possa fare a Brevini è che forse la sua visione di quanto siano diversi gli studenti di oggi andrebbe retrodatata di 10-15 anni: penso a quando parla di studenti diligenti, ma in cui non scatta “l’esperienza del riconoscimento” nel sapere accademico tradizionale, “un sapere autoreferenziale, sterilmente autoriproduttivo, che è solo materia di studio e ai nostri studenti non serve più per decifrare se stessi e il mondo.” (p. 51)

Beh, questo è il ritratto perfetto di me come studente (laurea nel 1993), e credo anche di parecchi miei coetanei ai quali, ad esempio, del liceo classico è rimasta solo qualche frase di latino maccheronico di registro molto, molto basso… La differenza rispetto agli studenti di oggi forse sta solo nel fatto che allora non si era schermati da alcun avvento del digitale, che oggi inevitabilmente (e ovviamente anche con buone ragioni) è additato come causa ultima di ogni trasformazione percepibile.

Oppure sono l’unica della mia età che ha letto Freud sulla scatola dei cracker?  ;-)

Il libro di Brevini, non volendo essere un testo accademico, riporta molte esperienze dirette prese dalla vita dell’autore e, come accade in questi casi, è anche di lettura piacevole. Se vi interessano il mondo dell’educazione, gli sviluppi recenti del giornalismo, l’infinita diatriba fra alta e bassa cultura, l’industria culturale vista in un’ottica di grande equilibrio e con gli occhi di una persona colta “alla vecchia maniera”, probabilmente questo libro vi piacerà.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...