Reference Renaissance

A Denver, in agosto, si è tenuto un colossale convegno sul reference che porta proprio questo titolo, con l’idea di fornire una risposta costruttiva alle ipotesi che circolano da un po’ di tempo su una possibile “morte del reference”.

L’idea del titolo sembra invece essere proprio che, anziché ipotizzare la fine del reference, si possa ipotizzare la fine del reference come lo conosciamo adesso, con sviluppi futuri paragonabili in qualche misura alla rivoluzione che Gutenberg portò alla cultura umana nel suo complesso.
Sul programma dettagliato del convegno sono ora disponibili molte delle slide utilizzate negli interventi, si può perciò spulciare e cercare qualcosa che ci interessi nonostante le molte differenze fra il nostro paese e il loro.

Ho dato una prima occhiata veloce all’intervento di David W. Lewis che ha aperto i lavori, dal titolo già significativo Reference in the Age of Wikipedia, Or Not…

Da lì ho preso giù rapidamente qualche riferimento a cose da leggere, che danno anche un’idea dei contenuti dell’intervento.
La Disruptive Innovation Theory di Clayton M. Christensen, in riferimento a due testi fortunatamente tradotti anche in italiano:
Il dilemma dell’innovatore : come le nuove tecnologie possono assicurare il successo alle imprese agili e intraprendenti / Clayton M. Christensen ; postfazione di Roberto Panzarani. – Milano : F. Angeli, 2001
Il dilemma dell’innovatore: la soluzione : creare e mantenere nel tempo business innovativi e di successo / Clayton M. Christensen, Michael E. Raynor ; prefazione di Alessandro Di Fiore. – [Milano] : ETAS, 2004
E già che una conferenza di bibliotecari si apra con testi classici sull’innovazione nel mondo aziendale mi sembra significativo…
Ampie anche le citazioni tratte da Here Comes Everybody: The Power of Organizing Without Organizations, di Clay Shirky.
Un paio di traduzioni di citazioni riportate nelle slide:
“La centralità del lavoro di gruppo per la vita umana significa che tutto ciò che modifica il modo in cui i gruppi funzionano avrà profonde ramificazioni in ogni campo, dal commercio e il governo ai media e alla religione”.
E’ quella che Lewis chiama la rivoluzione cooperativa in atto nel mondo del web e della creazione condivisa di contenuti.
La seconda ci chiama in causa più direttamente:
“Quando una professione è stata creata in seguito a qualche forma di scarsità, come per i bibliotecari o i produttori di programmi televisi, i professionisti sono spesso gli ultimi ad individuare il momento in cui quella scarsità se ne va. E’ più facile comprendere che stai fronteggiando la competizione che l’obsolescenza”
I bibliotecari sono dunque paragonabili agli scrivani? Siamo incapaci di renderci conto del cambiamento come lo erano loro di fronte alla portata dell’invenzione della stampa?
Poi un breve articolo dell’economista Paul Krugman, New York Times del 6 giugno 2008, dal titolo Bits, Bands and Books, su e-book e proprietà intellettuale.
Sempre su questa scia, l’articolo di Chris Anderson, Free! Why $0.00 Is the Future of Business, Wired Magazine del 16 marzo 2008, che sostiene come il modello di business del futuro sia basato su un assunto ancora per noi inimmaginabile, quello della vendita a costo zero!
Chris Anderson è l’autore de La coda lunga, che in realtà di recente ha anche ricevuto qualche critica… (lo riporto come dato di fatto, non essendo in grado di esprimermi a proposito).

E infine Better than Free di Kevin Kelly, pubblicato sulla rivista online The Technium e tradotto in italiano per noi da Internazionale.
L’articolo cerca di individuare gli elementi che creano valore aggiunto in un contesto in cui tutto è gratis, ad es. la credibilità, l’immediatezza, la personalizzazione, l’accessibilità e possibili forme di “patronage”, cioè forme di remunerazione degli autori differenti da quelle del copyright tradizionale.
In conclusione, Lewis si pone quattro domande che mi pare sintetizzino bene alcuni punti focali per la nostra professione:

  1. Che cosa succede se le abilità legate all’informazione (information skills) diventano un’attività amatoriale di massa? Insomma facciamo l’ipotesi di un mondo di information literacy realizzata e di produzione di contenuti di massa: che succede allora al mestiere di bibliotecario?
  2. Possiamo sopravvivere con un piede nel mondo dei contenuti proprietari e uno nel mondo dell’open web?
  3. Qual è il ruolo dei servizi prodotti a livello istituzionale in un mondo di servizi a livello di rete?
  4. Al momento, focalizziamo il nostro supporto agli utenti nel loro ruolo di consumatori di informazione o di creatori di informazione?

Le risposte le lascio scoprire a voi! ;-)

Ma possiamo dire che l’idea di Lewis è quella di alzare il tiro del reference, creando bibliotecari specializzati piuttosto che bibliotecari generalisti, in grado di tessere relazioni con utenti esperti; creare strumenti sociali che rendano possibile open access ed open scholarship; produrre contenuti locali che possano essere fruiti con strumenti di rete; e (ovviamente) focalizzarsi sulla crescente importanza del ruolo dei nostri utenti come creatori attivi di contenuti.

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