Gaming in biblioteca

“Leggere libri sottostimola cronicamente i sensi. A differenza della lunga tradizione dei videogiochi – che assorbono il bambino in un mondo vivido, tridimensionale, pieno di immagini in movimento e paesaggi sonori, che si esplora e si controlla attraverso complessi movimenti muscolari – i libri sono semplicemente un’inutile striscia di parole su una pagina. Durante la lettura viene attivata soltanto una piccola parte del cervello dedicata all’elaborazione del linguaggio scritto, mentre i videogiochi impegnano l’intera gamma delle cortecce sensoriali e motorie.
I libri inoltre portano tragicamente a isolarsi. Mentre i videogiochi da anni impegnano i giovani in complesse relazioni sociali con i loro coetanei, che costruiscono ed esplorano mondi insieme, i libri costringono il bambino a rinchiudersi in uno spazio silenzioso, lontano dall’interazione con altri bambini. Queste nuove ‘biblioteche’ che sono sorte negli ultimi anni per facilitare le attività di lettura sono spaventose alla vista: decine di ragazzini, normalmente vivaci e socialmente interattivi, seduti soli in degli stanzini, a leggere in silenzio, incuranti dei propri coetanei.
Molti bambini amano leggere libri, ovviamente, e di certo alcuni voli di fantasia trasmessi dalla lettura hanno i loro meriti. Ma per una considerevole percentuale della popolazione, i libri sono assolutamente discriminatori. La mania della lettura degli ultimi anni è una crudele derisione per i dieci milioni di americani che soffrono di dislessia: una condizione che non esisteva nemmeno in quanto tale prima che il testo stampato facesse la sua comparsa a stigmatizzare chi ne è affetto.
Ma forse la caratteristica più pericolosa di questi libri è il fatto che seguono un percorso lineare fisso. Non è possibile controllarne la narrazione in alcun modo: ci si siede semplicemente in disparte e la storia viene imposta. Per chi di noi è cresciuto con la narrazione interattiva, questa caratteristica può sembrare incredibile. Perché dovremmo imbarcarci in un’avventura totalmente preparata da un’altra persona? Eppure la generazione di oggi lo fa milioni di volte al giorno. Questo rischia di instillare una passività generale nei nostri figli, facendoli sentire impotenti di cambiare gli eventi. Leggere non è un processo attivo, partecipatorio; è un processo remissivo. I lettori di libri della generazione dei giovani stanno imparando a ‘seguire la trama’ invece di imparare a condurla.”
;-)

Così Steven Johnson immagina un mondo capovolto, in cui l’apparizione di libri e videogiochi sia cronologicamente invertita, e delinea una critica parodistica degli ultimi arrivati. Il tutto per sottolineare non i vantaggi dei videogiochi sui libri, ma la limitatezza a volte un po’ ridicola di chi guarda un mondo nuovo con gli occhi del vecchio.
(Tutto quello che fa male ti fa bene, Mondadori, 2006, p. 22-23, e grazie a chi di voi me l’ha segnalato).
Sul numero 1/2008 del Bollettino AIB è uscito finalmente un articolo denso e sintetico allo stesso tempo sul tema dei videogiochi: Il gaming in biblioteca, di Patrizia Boschetti.

L’articolo ha il pregio di spazzare via un po’ di cliché, ma su questo inviterei davvero tutti i bibliotecari a leggere Steven Johnson e ad accettare il suo invito di non confondere contenuti e senso di videogiochi, serie televisive e altri oggetti dell’industria culturale.
Nell’articolo trovate ampi riferimenti a materiali sul tema, in buona misura scaricabili dalla rete. Un esempio fruibile via video è ad es. quello prodotto dalla biblioteca pubblica di Delft nei Paesi Bassi.
Ma voglio anche aggiungere che di questo articolo si apprezza persino lo stile assolutamente non italiano in cui è scritto.
Le prime otto righe contengono un micro-sommario del testo, un’indicazione dei suoi intenti e la tipologia delle fonti utilizzate (magari qualcosa del genere fosse uno standard per le pubblicazioni professionali: ci eviterebbe di perdere un sacco di tempo in letture che poi non si rivelano quello che pensavamo!).
Il testo nella sua interezza è articolato, ma privo di divagazioni non necessarie e di ricostruzioni storiche inutili nel contesto (avete presente quei manuali della Bibliografica che impiegano 200 pagine per raccontarvi la storia di una procedura biblioteconomica, e due per dare qualche consiglio utile?).
Contiene riferimenti a punti di vista diversi sulle nuove tecnologie (il “tecnofondamentalismo” di Siva Vaidhyanathan).

E infine, non disdegna una strizzata d’occhio al lettore (date un’occhiata ai titoli dei paragrafi…), e ci dimostra che, se i contenuti ci sono, non occorre paludarsi dietro un atteggiamento troppo serioso!

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