Divide culturale

Un piccolo articolo su Nòva del 23 ottobre (Il divide è culturale) aggiorna sullo stato del digital divide in Italia riportando dati discordanti da quelli diffusi da Telecom Italia. Mentre Telecom parla di una percentuale di utenti non coperta da adsl pari al 6%, con una previsione del 4% entro quest’anno, altri operatori calcolano una percentuale che arriva al 20%.

La cosa interessante è che il calcolo, in questi casi, viene fatto tenendo conto anche di tutti quei casi di copertura “teorica” che non vanno a buon fine per una serie di problemi tecnici come la famigerata “centrale satura” e altri mostri come il mux e acronimi vari. Insomma, si apprezza almeno l’intenzione di fare una stima realistica…

In chiusura l’articolo riporta però un’affermazione di Franco Bernabè, attuale amministratore delegato di Telecom, secondo cui uno dei motivi per i quali in Italia c’è una bassa percentuale di utilizzatori dell’adsl è il “digital divide culturale”, ovvero una scarsa consapevolezza del mezzo.

Che il problema sia di natura culturale prima che tecnologica, in realtà, fa gridare vendetta sentito dalla bocca di Telecom che di quei problemi tecnologici è responsabile, ma non è cosa priva di interesse…

Nel penultimo rapporto Censis Ucsi Le diete mediatiche degli italiani nello scenario europeo (Franco Angeli, 2007), un passaggio che mi aveva molto colpito è questo:

I dati europei sembrano indicare che “ad essere più affezionati ai modelli culturali legati alla lettura di testi a stampa siano persone non giovani con una istruzione non elevata, cioè quanti hanno avuto accesso alla formazione in anni precedenti al grande successo dei media elettronici ed informatici e che, pur non avendo proseguito gli studi superiori, hanno acquisito l’abitudine alla lettura e hanno imparato a far coincidere la lettura con la loro emancipazione. Nei paesi in cui è più forte la presenza di questi soggetti troviamo un gran numero di persone in grado di collocarsi oltre la soglia del cultural divide, che però non ha intenzione di fare un altro salto per superare anche il digital divide. Nei paesi come l’Italia, in cui questo insieme di persone è meno esteso, il problema principale è ancora quello del superamento del cultural divide, mentre è tra quanti hanno avuto accesso ad una formazione superiore che è molto viva l’identificazione tra lettura ed emancipazione personale, per cui è alto il numero dei più istruiti che stentano a fare il passaggio ulteriore verso la post-modernità.” (postmodernità significa qui l’uso di tecnologie digitali) (p. 100)

Questa lettura risponde perfettamente ad un’impressione che si è consolidata in me lavorando a contatto col pubblico.

Un caso esemplare è rappresentato dagli insegnanti. Generalizzando (me ne scuso con gli insegnanti “illuminati”), potrei dire che essi rappresentano una delle categorie che più resistono ad un uso anche basilare della rete.

Persone di mezza età (dunque giovani, per la nostra società) che si lamentano di non trovare il programma di un’iniziativa culturale già stampato e di doversi “arrangiare” a cercarlo in rete.

Donne con anni di esperienza di lavoro nell’insegnamento che si trincerano dietro l’atteggiamento della femmina che non sa usare il cacciavite (“non porto i ragazzi in aula informatica perché ho paura che rompano i mouse”).

Professori che chiedono ai loro alunni di fare complesse ricerche interdisciplinari in rete, senza alcun suggerimento su strategie e strumenti. Questo è in realtà il caso più frequente e anche più disarmante, una specie di “armiamoci e partite” che dà l’impressione di un’assoluta non conoscenza della rete, ma forse neppure di come si faccia una ricerca in generale.

Mi chiedo se sono io che ho incontrato dei casi limite oppure se questa è un’esperienza comune fra i bibliotecari. Cosa si può fare per recuperare questa fascia di persone (non solo gli insegnanti, naturalmente)?

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