Perché mio nipote, giocando col Nintendo, diventerà un cittadino politicamente attivo

La recente elezione di Obama mi ha reso particolarmente sensibile a un’altra via attraverso cui Henry Jenkins sviluppa il tema delle nuove tecnologie in Cultura convergente.

Oltre al fatto di riportare l’esperienza della campagna elettorale di Howard Dean, candidato democratico alle elezioni USA del 2004, che per molti versi anticipa alla lettera quella di Barack Obama, Jenkins allarga il discorso al nesso fra le forme di partecipazione permesse dalla rete e la partecipazione dei cittadini al processo politico.

Innanzitutto, Jenkins definisce come superata la posizione che vede nella contrapposizione netta ai mass media tradizionali l’unica risposta possibile al loro potere:

“… la cultura convergente è altamente prolifica: alcune idee si diffondono dall’alto al basso, partono dai media commerciali e vengono adottate e fatte proprie dai diversi pubblici mentre si aprono verso l’esterno attraverso l’elaborazione culturale. Altre idee emergono dal basso dei vari siti di cultura partecipativa ed entrano negli spazi più commerciali se qualche impresa vi vede qualche possibilità di profitto. Il potere dei media grassroots sta nella diversificazione, quello dei media broadcast nell’amplificazione. Ecco perché dovremmo occuparci più che altro della loro interazione: l’espansione del potenziale partecipativo rappresenta la più grande opportunità per la diversità culturale. Se gettassimo via il potere del broadcasting avremmo solo frammentazione culturale. Il potere della partecipazione non ha origine dalla distruzione della cultura commerciale, ma dalla sua riscrittura, dalla sua correzione ed espansione, dall’aggiungervi una varietà di prospettiva, poi dal rimetterla in circolo diffondendola attraverso i media mainstream.
Letta in questi termini, la partecipazione diventa un diritto politico fondamentale.” (p. 282)

Superando il discorso intorno al digital divide – che si focalizza sull’accesso ai mezzi di comunicazione – Jenkins parla del “gap di partecipazione”, una specie di participation divide basato su differenze di razza, classe e lingua (insomma, cultura) che fa sì che anche a parità di accesso non tutti i cittadini siano in grado di partecipare alla pari al discorso politico collettivo:

“La ragione fondamentale per la quale ci sono degli early adopters non è tanto e solo la loro confidenza nei confronti delle nuove tecnologie, quanto il fatto che certi gruppi sembrano più a loro agio nell’intervenire pubblicamente con le loro idee sulla cultura.” (p. 284)

Detto fra noi, questo è il motivo per cui dovremmo essere contenti, e non sorpresi o scandalizzati, se video filo-nazisti girano su YouTube: è segno che l’espressione di idee politiche non è monopolio di una parte… (Sulla condanna morale dei contenuti ci siamo già capiti).

Jenkins delinea il passaggio dal vecchio modello del “cittadino informato” a quello attuale del “cittadino monitorante”.

Semplificando, il cittadino informato è il cittadino mediamente colto che legge un quotidiano ogni mattina – modello così novecentesco che sembra di vederlo con bombetta e bastone, ma anche con un eskimo e Il manifesto in tasca! ;-)

Il cittadino monitorante non può più coincidere con il suo predecessore per il semplice fatto che l’informazione su qualsiasi argomento è quantitativamente esorbitante. Piuttosto, “tiene d’occhio la scena” ed è pronto ad intervenire con nuove forme di attivismo politico quando diventa necessario.

“Il cittadino monitorante è più impegnato nel controllo dell’ambiente informazionale che non nella raccolta dell’informazione” (p. 246).

L’idea è un po’ quella di blog molto seguiti che fanno una sorta di rassegna stampa degli eventi in corso, mettono in collegamento fatti che l’informazione mediale quotidiana tende a disperdere, e riescono a mobilitare gruppi di cittadini su singoli eventi, con una manifestazione, una petizione e così via.

In ogni caso, ciò che rende attivo politicamente questo tipo di cittadino è il fatto di essere in connessione con altri, di fare parte di comunità più o meno ampie.

“Nella storia, l’educazione pubblica degli Stati Uniti è stata il prodotto del bisogno di distribuire le capacità e le conoscenze necessarie alla preparazione di cittadini informati. Il gap di partecipazione acquista ancora più importanza se pensiamo a che cosa vorrebbe dire favorire le competenze e le conoscenze necessarie ai cittadini monitoranti: in questo ambito, la sfida non riguarda solo il saper leggere e scrivere, ma l’essere in grado di deliberare su quali sono i problemi importanti, quali conoscenze contano, e quali metodi di conoscenza meritano autorevolezza e rispetto. L’ideale del cittadino informato sta crollando perché ci sono troppe conoscenze che qualsiasi individuo dovrebbe sapere. L’ideale della cittadinanza monitorante dipende dallo sviluppo di nuove capacità di collaborare e di una nuova etica del sapere condiviso …” (p. 284)

L’idea di Jenkins è che la nuova “cultura popolare” (tutto quello che fiorisce intorno a reality show, produzioni cinematografiche basate su sequel, riprese e rielaborazioni, grandi saghe narrative che esplodono in rivoli di fanfiction e così via) possa essere una palestra per l’addestramento di capacità di lavoro collettivo spendibili anche in un contesto politico.

Questo il finale di Cultura convergente:

“Alla fine della stesura di questo libro, la mia attenzione si è concentrata in maniera crescente sull’importanza dell’educazione all’alfabetismo mediale. Molti degli attivisti impegnati su questo fronte si comportano ancora come se il ruolo dei mass media fosse rimasto immutato nonostante l’introduzione delle nuove tecnologie. I media sono letti più come minacce che come risorse. La maggiore attenzione nei loro confronti è rivolta ai pericoli della manipolazione piuttosto che alle possibilità di partecipazione, alla necessità di restringerne l’accesso – spegnere la tv, dire no a Nintendo – piuttosto che ad applicare le capacità acquisite nel loro impiego per i propri scopi e nella riscrittura della nostra cultura. Uno dei modi per plasmare il futuro della cultura consiste nel resistere a questi approcci che scoraggiano e deresponsabilizzano gli approcci basati sull’alfabetizzazione ai media. Abbiamo bisogno di rivedere gli obiettivi dell’educazione ai media in modo che i giovani possano sentirsi produttori partecipi alla cultura, e non solo consumatori, critici o meno.” (p. 285)

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