Settimo rapporto sulla comunicazione Censis – Ucsi (1)

A gennaio 2008 ho scritto un post sul Sesto rapporto sulla comunicazione Censis-Ucsi che poi mi ha dato materiale su cui lavorare per un bel pezzo.

Perciò, sperando che dia un buon avvio all’anno nuovo, eccomi con il Settimo rapporto sulla comunicazione, che quest’anno è dedicato in particolare alle diete mediatiche dei giovani italiani ed europei, ma che come al solito non manca di presentare anche i dati relativi alla popolazione in generale, che sono quelli da cui parto perché, in qualche modo, riprendono il discorso che era rimasto in sospeso un anno fa.

Un confronto di base fra il 2006 e il 2007 sull’utilizzo complessivo di media mostra un aumento lieve, ma generalizzato, su tutti i fronti. Sono riportati qui i dati relativi ai cosiddetti utenti “abituali”, le persone cioè che usano i media indicati almeno 3 volte a settimana e hanno letto in un anno almeno 3 libri:

Se il quadro generale è positivo, si può affermare però che

“Nel contesto di un generale ampliamento delle competenze multimediali, il mezzo che stenta di più a radicarsi nelle consuetudini d’impiego della popolazione italiana è proprio internet, che consolida la sua diffusione tra quanti avevano già confidenza con esso (il consumo generale del 2006 era al 37,6%, quanto quello abituale del 2007, attestato al 38,3%), ma non diventa media generale, anche perché è ancora uno strumento sentito come proprio dai giovani, dagli uomini e dai più istruiti.” (p. 91)

Ancora più interessante è però analizzare la composizione delle diete mediatiche. La dieta mediatica è la combinazione di media che ciascuna persona utilizza scegliendo fra tv, radio, internet, cellulare, quotidiani, settimanali, mensili e libri. A questo elemento il Rapporto attribuisce sempre una grande importanza, sulla base dell’idea che è l’accostamento a media diversi, più che l’uso intensivo di uno o pochi di essi, a dare ai cittadini una maggiore capacità di comprensione della realtà.

Si tratta anche di una prospettiva in grado di dare a chi si occupa di biblioteche una visione del panorama dell’informazione più ricco di quella su cui a volte ci attardiamo: la promozione della lettura, i dati su quanti siano i lettori in Italia… tutto questo è importante, ma è solo un lato della medaglia.

Per chiarezza espositiva il Rapporto raggruppa i dati in 4 categorie, separate a metà dall’elemento del digital divide:

  • persone con diete solo audiovisive (tv, radio, cellulare)
  • persone con diete basate anche su mezzi a stampa

        digital divide

  • persone con diete aperte a internet
  • persone con diete aperte a internet ma prive di mezzi a stampa (una categoria su cui il Rapporto dell’anno scorso gettava parecchie domande rimaste aperte)

Rispetto al 2006, ci sono differenze significative rispetto a queste categorie:

Questa tendenza è comune (nonostante le differenze interne) a tutti i paesi europei analizzati:

“Nei cinque paesi posti sotto osservazione sono circa cinquanta i milioni di cittadini che hanno superato in un anno il digital divide, mentre sono non meno di trenta quelli che, specie nei paesi mediterranei, hanno abbandonato le diete basate solo sugli audiovisivi … La dipendenza dalla televisione non costituisce più un fattore preponderante in nessun paese, con il risultato che nell’area mediterranea la quota più ampia di popolazione si è spostata verso una dieta centrata su media audiovisivi e a stampa, mentre in quella nordica (dove questo equilibrio era stato già raggiunto in passato) il gruppo più numeroso è diventato quello che si accosta anche a internet. Probabilmente a determinare questo rapido cambiamento nelle abitudini d’impiego dei media hanno concorso due fenomeni diversi anche se contemporanei: la diffusione della free press e dei libri in edicola per i più anziani, la familiarità acquisita con internet per i più giovani. Infine quella quota piccola, ma non indifferente, di popolazione, specie giovanile, che ha una dieta mediatica ampia eppure non mostra confidenza con i mezzi a stampa non solo non è aumentata, ma si è ridotta.” (p. 143-144)

La maggioranza della popolazione italiana si colloca nelle due categorie centrali, felicemente se si guarda l’evoluzione rispetto al 2006, infelicemente se si osserva che che ci troviamo ancora saldamente a cavallo del digital divide. Qualche elemento di riflessione in più si ottiene se si analizzano questi stessi dati dal punto di vista delle differenze tra uomini e donne:

Insomma, la maggioranza delle donne italiane resta ancora legata ad un modello basato sulla lettura tradizionale (libri e settimanali).

Il Rapporto comprende anche una parte di analisi di tipo qualitativo, relativa cioè alle percezioni di quali siano i media preferiti per passare il tempo libero, quali mezzi si sentano più vicini alla propria vita quotidiana e così via. Questa la conclusione relativa anche alle ragazze giovani, che pure – quantitativamente – hanno fatto un bel balzo in avanti nel recupero del digital divide:

“Il contatto con i media, almeno a livello giovanile, sta diventando dunque sempre più simile tra uomini e donne, ma il piacere che ne ricavano rimane abbastanza differenziato. La centralità dell’esperienza della narrazione (siano le storie pubbliche della televisione, quelle universali della letteratura o quelle personali della conversazione telefonica) non è messa in discussione tra le donne, anche tra le più giovani, mentre la composizione a mosaico dell’esperienza del mondo (la giustapposizione delle informazioni nei quotidiani che si trasferisce in internet, ma che si trova anche nella saggistica) risulta sempre preferita tra gli uomini.” (p. 23)

Che dire a tutte le italiane che si gettano famelicamente sulla narrativa, affollano i gruppi di lettura, riempono le statistiche dei lettori forti e si vantano di essere un po’ più “sgrezzate” dei loro corrispettivi maschili?

Io forse direi loro che incarnano un modello di consumo culturale ricco, probabilmente appagante, ma che vive di un’autorevolezza che viene tutta dal passato, e forse del bell’orgoglio di leggere tanto quando nonne e bisnonne non avevano i mezzi per farlo.

Ma non sarà mica il momento di passare anche ad altro?  ;-)

 

 

 

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