Settimo rapporto sulla comunicazione Censis – Ucsi (2)

Continuando con il Settimo rapporto sulla comunicazione Censis-Ucsi, un’analisi annuale del consumo di media intesi come sistema unico e interconnesso, ecco ora le buone notizie, anche se, in verità, buone notizie ci sono anche per la popolazione italiana in generale, come potete leggere dai pochi dati riportati nell’ultimo post.

Il Rapporto di quest’anno è però incentrato sui giovani (classe d’età 14-29 anni), ed è da loro che provengono le maggiori novità:

Il confronto è in questo caso fra il 2003 e il 2007 perché fu appunto nel 2004 che uscì l’ultimo rapporto dedicato al tema (Giovani & media : terzo rapporto sulla comunicazione in Italia / Censis ; U.C.S.I. – Milano : F. Angeli, 2004).

Se dati come l’uso del cellulare non si sono quasi modificati dal punto di vista quantitativo (com’è naturale in un mercato praticamente già saturo), spicca l’aumento nell’uso della rete (e anche questa naturalmente è semplicemente una conferma).

La cosa sorprendente, invece, è l’aumento parallelo di tutti i media. Anche l’unico dato in calo, quello relativo alla tv tradizionale, finisce per avere un saldo positivo se letto insieme a quello della tv satellitare.

Una delle interpretazioni possibili di questi dati è che sia stata proprio internet a trascinare tutti gli altri media.

Muta, inoltre, il funzionamento complessivo del sistema:

“Dal punto di vista del panorama mediatico che si presenta la rivoluzione assume il segno della moltiplicazione e dell’integrazione. E’ aumentato il numero dei media ed è sempre più difficile tracciare un confine tra i media. Non è più possibile parlare semplicemente di televisione, bisogna spiegare se si tratta di terrestre o satellitare, via etere o via internet, e non è neanche chiro se You Tube sia televisione o no; lo stesso accade per i quotidiani, le cui edizioni a stampa e on line si intrecciano, per non parlare della radio, che si trova ovunque come messaggio e non si distingue più da dove viene come strumento.

I giovani si trovano a loro agio in questo contesto e hanno elaborato strategie di adattamento all’ambiente mediatico all’interno del quale sono nati. La molteplicità dei media li spinge a passare da uno all’altro, favorendo in loro la nascita di un vero e proprio nomadismo mediatico, che si accompagna a una forma di disincanto, prodotta dall’integrazione e cioè dall’assenza di una prospettiva gerarchica tra i media. Nomadismo e disincanto portano a passare velocemente da un’esperienza mediatica all’altra senza attribuire molta importanza a nessuna di esse.” (p. 10-11)

Buone notizie, questa volta, anche rispetto alle differenze fra ragazzi e ragazze, che si sono molto ridotte:

“Le donne diffidano dell’informatica perché, a differenza degli uomini, non subiscono il fascino fine a se stesso della tecnologia. Non appena le giovani donne hanno capito che attraverso internet possono mettersi in relazione con le persone a loro care e godersi i loro programmi preferiti quando vogliono, si sono subito impadronite degli strumenti tecnologici. La confidenza con internet poi, secondo lo schema già evidenziato, ha trainato anche l’impiego di altri media. La differenza di genere rimane, ma assume sempre più una natura qualitativa piuttosto che quantitativa.” (p. 19)

La parte qualitativa dell’analisi, oltre a mettere in luce le differenze nell’approccio secondo il genere, arriva ad un’altra interessante conclusione:

“… considerati dal punto di vista della gratificazione personale che si ricava dal contatto con i media, questi dati ci suggeriscono che si sta passando da una situazione in cui si collocavano in alto nella scala dei valori i media orientati verso la passività audiovisiva (tv e radio) ad una realtà in cui si preferiscono i media di tipo alfabetico interattivo (internet e libri).” (p. 22)

Si segnala anche una tendenza comune rispetto agli altri paesi analizzati (Italia, Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna):

I giovani europei stanno convergendo verso un modello uniforme di impiego dei media. In tutte le principali nazioni europee i giovani entrano in contatto con un elevato numero di media, internet ha conosciuto un elevatissimo indice di penetrazione, i consumi maschili e femminili tendono ad uniformarsi, ovunque ai primi posti nell’uso abituale dei media si trovano televisione, cellulare e internet, seguiti da radio, libri e quotidiani, sempre a livelli più alti di quanto registrato per le fasce d’età più elevate e tra i giovanissimi queste tendenze risultano ancora più accentuate.” (p. 74)

Naturalmente ci sono delle differenze, che in piccola parte si possono vedere qui ma che vengono ben descritte nel testo:

Chi ha steso il Rapporto procede nel ragionamento ponendosi una domanda che a me sembra però un po’ strana: questa tendenza nell’allineamento dei consumi va vista come un processo di sviluppo verso una comune identità europea, oppure come un fenomeno di conformismo?

Forse io non capisco quale differenza ci sia in fondo tra l’avere una comune identità ed essere un po’ conformisti… In ogni caso, risponderei con un’altra domanda: era forse meglio quando i giovani europei, forti delle loro identità nazionali, si prendevano a colpi di baionette su frontiere prive di senso? ;-)

L’interpretazione, gioia e dolore delle statistiche…

Una differenza rilevante consiste invece nella diversa combinazione, nei vari paesi, di cellulare (la prima colonna nel diagramma) e internet (la colonna verde acqua):

“… considerando l’uso italiano degli smartphone, è possibile dire che si presentano già due modelli di accesso al mondo digitale, una via italiana in cui è il telefonino a trainare internet e una via nordica in cui è internet a trovarsi direttamente al centro della cultura digitale giovanile. Una terza via esiste, ma non è quella che media tra le prime due, bensì quella di chi è rimasto indietro sia nell’uso del telefonino che di internet, una via su cui si sono attardate sia la Francia sia la Spagna. L’esaltazione della vitalità che accompagna la descrizione dei progressi di questi paesi non trova riscontro nei consumi mediatici giovanili.” (p. 77)

Verrebbe voglia di tirare conclusioni ottimistiche sull’Italia, se non fosse che:

“Parlare, come abbiamo fatto, di rivoluzione mediatica e di rivoluzione digitale potrebbe ingenerare qualche fraintendimento, poiché la statica evoluzione demografica della società italiana e la lentezza dei processi di diffusione di titoli di studio elevati frenano enormemente i flussi di innovazione tecnologica, cognitivi, generazionali e infine economici…” (p. 12)

“Il passaggio alla società digitale … è per prima cosa un fenomeno generazionale. In Francia, che pure è il paese rimasto più indietro in questo processo, ben il settanta per cento dei giovani si colloca oltre il confine del digital divide, mentre in Gran Bretagna arriva a sfiorare il novanta per cento. L’altissima percentuale di giovani italiani che vive a proprio agio nel mondo digitale … suggerisce alcune considerazioni tra loro contrastanti: da una parte vi è la conferma della capacità mostrata dai nostri giovani di di collocarsi allo stesso livello dei loro coetanei dei paesi più evoluti; d’altra parte c’è la constatazione della lontananza di questi giovani dal resto della popolazione italiana … in Italia sembra che i giovani vivano in un altro pianeta rispetto agli adulti, per non parlare della distanza che li separa dagli anziani. Se pensiamo che l’Italia è il paese in cui, a tutti i livelli, risulta più difficile il ricambio generazionale, ne risulta un quadro in cui ad avere un ruolo dirigente in tutte le realtà operative … è una generazione estranea ai processi di rapida trasformazione in atto su scala planetaria, che non ne comprende il senso e la portata, che non è in grado di confrontarsi con le classi dirigenti degli altri paesi e che al massimo ha imparato a usare un vocabolario attraverso il quale impiega parole nuove per parlare di cose che non esistono più.” (p. 144-145)

p.s. i diagrammi li ho fatti io sulla base dei dati riportati nel testo, perciò eventuali errori sono da imputare solo a me!

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