QR codes: link fra mondo fisico e mondo virtuale

Alla fine di On the Move with the Mobile Web: Libraries and Mobile Technologies, l’articolo di Ellyssa Krosky che riporta una carrellata di possibili applicazioni delle tecnologie mobile (anche) al mondo delle biblioteche, ho notato una cosa che non avevo mai visto prima: una serie di strutture quadrate piene di quadretti bianchi e neri come questi:

Non ho fatto indagini finché non mi è ricapitato di vedere qualcosa di simile in giro per la rete, ad esempio qui.

Seguendo un po’ di link, ho cominciato a capire che si tratta di una specie di codice a barre che, anziché essere a righe, è a quadretti!

Ovvero che, invece di contenere un’unica stringa di informazione (un numero identificativo di un prodotto, di un utente, ecc.), contiene informazione bidimensionale, e quindi un quantitativo maggiore di informazione (non il 2 x 1 = 2 del codice a barre tradizionale, bensì qualcosa come 2 x 2 = 4!)

Si tratta del QR code, Quick Response Code, codice a risposta veloce.

Il sistema, già ampiamente in uso in alcuni paesi come il Giappone, è nato per la gestione industriale, ma poi ha conosciuto un’estensione per l’uso comune sui telefoni cellulari. In quest’ultimo senso il funzionamento è all’incirca questo: voglio comunicare in modo rapido e facilmente memorizzabile qualcosa come un url, un numero di telefono, un testo, ecc. Cerco un generatore di codici in rete, ad esempio se ne trova uno su Kaywa. Faccio un semplice copia-e-incolla del testo che voglio trasformare in codice grafico e ottengo il simpatico quadrettino. Salvo il quadrettino e lo stampo, ad esempio su un foglio, un biglietto da visita, un adesivo, un manifesto, un cartellone pubblicitario, ma anche una sciarpa o un braccio (!). Diciamo che in giro è pieno di gente con cellulari particolarmente smart, con fotocamera, software necessari per l’elaborazione delle immagini come ad es. un QR reader, e collegamento alla rete. A questo punto, ogni persona che vedrà l’immagine la potrà scansionare (in sostanza, fotografarla). Il QR reader rifarà all’indietro il passaggio da immagine a testo, restituendo direttamente sul cellulare, ad esempio, un url a cui ci si potrà immediatamente collegare.

Il codice QR crea un cosiddetto hardlink, un link fra mondo fisico e digitale, con applicazioni che sono ad esempio molto ben illustrate dal progetto Semapedia, nato per creare QR di voci di Wikipedia da “distribuire” nel mondo fisico.

Immaginate ad esempio una sorta di guida turistica universale: state visitando una città, un edificio vi incuriosisce, vi avvicinate e fotografate il codice che qualcuno avrà incollato all’entrata. Non resta che collegarsi alla relativa voce di Wikipedia che vi darà tutte le informazioni sull’edificio, leggere, e godersi la visita!

Nelle biblioteche ci siamo abituati a riflettere sul rapporto fra collezione fisica e collezione digitale, fra spazio fisico e servizi digitali. I due mondi, però, restano ancora spesso separati e, specie nelle biblioteche pubbliche, sembrano destinati a sfere di utenti molto diverse tra loro. In Italia siamo però dei campioni nell’uso del cellulare, anzi, in particolare degli smart phones. Perciò, possiamo immaginare delle applicazioni dei codici QR in biblioteca?

Esempi? Me ne vengono in mente a proposito di promozione dei servizi, come l’url della biblioteca che invade la città con piccoli adesivi sui muri, i semafori, le sale di attesa, gli ambulatori, oppure l’url del servizio di reference digitale distribuito nelle sale studio, nelle mense, negli uffici pubblici, all’URP…

Oppure un uso “interno” allo spazio della biblioteca: i dizionari, le enciclopedie, i repertori e, sullo stesso scaffale… il link al Dizionario biografico degli italiani che la Treccani ha messo online, il cui QR code (generato da me) è quello che vedete qui a sinistra.

Tra i molti materiali divulgativi sui codici QR si possono vedere il play story di Kaiwa Reader, diversi video fra cui vi consiglio (anche per l’inglese-italiano del relatore e la sua impressionante somiglianza con George Clooney!) quello di Marcello di Pietro su YouTube, e – naturalmente – le voci di Wikipedia in inglese e in italiano.

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