Biblioteche: che lavoro vogliamo fare da grandi?

Sempre con l’intento di allargare un po’ l’orizzonte delle letture intorno alle biblioteche, ho letto Here comes everybody : the power of organizing without organizations / Clay Shirky. – New York : The Penguin Press, 2008

Clay Shirky è uno dei molti studiosi che si occupano degli effetti economici e sociali di internet. In questo libro in particolare descrive i modi in cui gli strumenti di aggregazione sociale consentiti dalla rete influiscano sui comportamenti delle persone, dalla semplice auto-aggregazione di un gruppo di persone che si unisce per aiutare qualcuno a ritrovare un cellulare perduto a New York, fino al flash mob di stampo politico in Bielorussia.

Alla conferenza 2008 Reference Renaissance, e in particolare nell’intervento di David W. Lewis, Reference in the Age of Wikipedia, Or Not… (slide disponibili online), il libro di Shirky è stato citato in qualche passo cruciale che ci fa capire subito perché in qualche modo ci riguardi:

“… quando una professione è stata creata in conseguenza di qualche genere di scarsità, come con i bibliotecari o i creatori di programmi televisivi, i professionisti sono spesso gli ultimi ad accorgersi del momento in cui tale scarsità svanisce. E’ più facile capire che ci si trova di fronte alla competizione, piuttosto che alla propria obsolescenza.” (versione originale a p. 58, qui tradotta da me)

C’è dunque qualcosa che sta accadendo sotto i nostri occhi e che fatichiamo ad interpretare nel modo giusto?

La lettura di Shirky è basata sull’idea che la presenza della rete abbia prodotto cambiamenti radicali nell’intero ecosistema dell’informazione.

Come molti altri studiosi hanno notato, un dato incontrovertibile è il passaggio da un mondo in cui l’informazione viveva in uno stato di relativa scarsità a un mondo di assoluta abbondanza. Anzi, di un’abbondanza tale da indurre a pensare che il problema del’information overload vada affrontato in termini nuovi, ovvero non più come un problema, ma come un dato di fatto. Su questo si può vedere un intervento in video dello stesso Shirky dal titolo piuttosto stimolante It’s Not Information Overload. It’s Filter Failure.

Il punto è che alcune professioni – anzi, in un certo senso tutte le professioni intese in senso stretto – possono essere viste come intimamente legate alla gestione di un bene in regime di scarsità:

“Una professione esiste per risolvere un problema difficile, che richieda qualche sorta di specializzazione. Guidare una macchina da corsa richiede un allenamento speciale – infatti, i piloti da corsa sono professionisti. Guidare un’auto normale, invece, non richiede che l’autista appartenga ad una particolare professione, dato che è facile abbastanza perché la maggioranza degli adulti possa farlo con un modesto allenamento. La maggioranza delle professioni esistono perché si è in presenza di una risorsa scarsa che richiede una gestione costante: i bibliotecari sono responsabili dell’ordinamento dei libri sugli scaffali, i dirigenti dei quotidiani sono responsabili di cosa vada pubblicato in prima pagina. In questi casi, la scarsità stessa delle risorse crea la necessità di una categoria professionale – ci sono pochi bibliotecari ma molti utenti, pochi canali televisivi ma molti telespettatori. In questi casi i professionisti diventano custodi (“gatekeepers”), figure che, allo stesso tempo, forniscono e controllano l’accesso all’informazione, all’intrattenimento, alla comunicazione…” (p. 57, sempre traduzioni mie)

Quando il regime di scarsità va stemperandosi, può accadere qualcosa di simile a quello che è capitato agli scrivani, intesi come categoria professionale, le cui iper-competenze furono travolte e cancellate dall’invenzione della stampa a caratteri mobili.

Shirky ricorda la difesa della professionalità degli scrivani fatta dell’abate benedettino Johannes Trithemius nel De laude scriptorum manualium (1492):

“Il monaco devoto gode di particolari benefici dalla scrittura: il tempo prezioso è speso con profitto; la sua comprensione è illuminata dalla scrittura; il suo cuore è acceso alla devozione; e dopo questo genere di vita egli è ricompensato con un premio unico.”

Quello che salta agli occhi naturalmente è l’autoreferenzialità della difesa: la professione deve essere mantenuta non per i benefici che porta alla società, ma al professionista!

Questo mi ha fatto pensare a come ci siamo abituati – in qualche misura – a riflettere sul futuro delle biblioteche, in un ecosistema completamente mutato come direbbe Shirky, anziché, direttamente ed esplicitamente, sul futuro della loro funzione.

Facciamo un’ipotesi ampiamente ottimistica e irrealistica, ma per capirci, sul mondo dell’informazione di qui a 50 anni.

Immaginate vostro nipote e il suo amichetto alieno insieme nel salotto di casa, mentre guardano un documentario storico sul triste mondo passato del digital divide. Per capire meglio, potranno consultare la relativa voce su una Wikipedia in qualunque lingua, arricchita e rifinita dalle correzioni costanti di milioni di persone (umane e aliene). Se proprio si appassionano al tema, il giorno dopo scaricheranno libri, articoli, filmati eccetera su comodi supporti domestici, senza essere costretti ad infrangere leggi sul copyright e ad abbattere foreste per stampe usa e getta. A questo punto, capiranno che la migliore fonte per capire quel tempo lontano è il loro bisnonno bibliotecario (cioè voi!), e vi chiameranno in videoconferenza evitandovi scippi e fratture del femore… ;-)

Scherzi a parte, che cosa ci sta veramente a cuore? La diffusione della conoscenza o la persistenza delle biblioteche intese in senso tradizionale?

“L’auto-percezione e l’auto-difesa dei professionisti, così importante in tempi ordinari, diventa un svantaggio in tempi rivoluzionari, perché i professionisti sono sempre preoccupati dalle minacce alla loro professione. Nella maggioranza dei casi, quelle minacce sono anche minacce alla società; nessuno di noi vuole assistere ad un allentamento degli standard per diventare un chirurgo o un pilota. Ma in alcuni casi il cambiamento che minaccia la professione beneficia la società, come nel caso della diffusione della stampa; anche in queste situazioni è possibile che i professionisti facciano affidamento più all’auto-difesa che al progresso. Quello che un tempo era un servizio diventa un collo di bottiglia.” (p. 69)

L’industria musicale riesce a farsi pagare a caro prezzo supporti da due lire solo perché è una lobby abbastanza potente da forzare artificialmente un mercato (alla faccia del liberismo!).
Ma ci sono modelli alternativi che offrono esempi diversi.
Nel mondo del software il costo del software non si paga più, si pagano però i servizi di assistenza. Nel caso della telefonia mobile non si pagano (quasi) le telefonate, ma le suonerie, i loghi, la connessione a internet.

Se né la conservazione né, col tempo, l’accesso fossero più una funzione specifica delle biblioteche, che cosa potremmo fare? Forse quello che fanno i settori che si trovano a perdere un monopolio, trovare un altro “modello di business” , riconvertirsi, ad esempio puntando sui servizi avanzati se quelli di base sono già disponibili sul mercato.

Oppure, resta sempre l’alternativa di trasformarsi nei bisnonni che parlano del tempo che fu… un po’ come l’abate Trithemius…

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