Pervasive IA: 3. summit italiano di Architettura dell’Informazione


Venerdì 20 ero a Forlì per togliermi la curiosità di sapere che cosa significhi “architettura dell’informazione”, quali siano le professioni che se ne occupano e se questo c’entri qualcosa con le biblioteche. Il convegno si estende a sabato, spero che qualcuno presente vorrà poi raccontarci qualcosa degli interventi che mi sono persa.

Non è facile fare un vero resoconto della giornata in particolare perché – ma questo è anche esattamente quello che speravo – ci siamo trovati in un contesto non bibliotecario, con la naturale conseguenza di trovarsi di fronte a linguaggi che vanno da una forte affinità di concetti e categorie a tecnicismi, specie informatici, parecchio lontani dalle conoscenze tipiche di un bibliotecario.

Quello che sicuramente si può dire in generale è che lo sfondo di tutte le riflessioni fatte è il panorama di una sempre più forte – quasi totale – convergenza. Convergenza mediatica, convergenza culturale… sono stata davvero contenta di aver letto Cultura convergente di Henry Jenkins e di averci anche riflettuto un po’ sopra qui e qui.

La giornata è partita con un tono amichevole, con l’analisi fatta da Joe Lamantia e Reinoud Bosman di una comunità online di videogiocatori, presa come esempio per descrivere gli aspetti di progettazione di un sito di interazione sociale. Da vedere: Building Social Web Experience di Laurent Goffin, di cui ho trovato delle slide su Slideshare. Un campo da iniziare ad esplorare se abbiamo in mente di aggiungere un elemento sociale ai siti delle biblioteche, superando il modello repository – erogazione di servizi.

Paolo Bottazzoni ha illustrato come l’introduzione di software di ricerca specifici nel campo della giurisprudenza abbia modificato non solo l’esperienza quotidiana di lavoro degli operatori del diritto, ma anche il modo stesso di analizzare e quasi di “concepire” i casi alla ricerca dei principi del diritto applicabili.

Passando ad un’esperienza completamente diversa, Renata Durighello, insegnante di scuola primaria, ha illustrato la sua esperienza di tagging collaborativo coi bambini: attraverso un’attività di tagging svolta dapprima su carta (d’altra parte tag significa etichetta!) e poi su piattaforma WordPress, il tentativo è stato fornire ai bambini un percorso per riflettere collettivamente intorno ad un argomento attraverso sistemi di categorizzazione non preordinati. L’esperimento ha riguardato immagini di varia natura a cui sono stati attribuiti tag descrittivi (il migliore? “col gonnellino” di un’immagine che ritrae una donna!), per poi passare ad una fase di successiva definizione di regole condivise per uniformare le modalità del tagging.
La cosa abbastanza curiosa è che bambini e adulti condividono all’incirca gli stessi elementi di criticità in questo campo, gli “errori” sono gli stessi: problemi di ortografia, uso indistinto delle forme singolari e plurali, associazioni non appropriate, prevalenza di termini non descrittivi (foto, immagine…).

Leonora Giovanazzi ha parlato dei diversi ambienti d’uso del web, intendendo con questo termine l’insieme dei supporti su cui si può usufruire di contenuti (pc, palmare, cellulare, console, wii, ecc.) ma anche l’insieme delle piattaforme software su cui questi si basano. Ne esce l’idea di un ecosistema, di una molteplicità di periferiche su cui gli utenti usufruiscono di contenuti in modo elastico. Dal punto di vista del progettista di tutti questi ambienti, occorre garantire usabilità riuscendo al tempo stesso a sfruttare le possibilità specifiche del mezzo (esempio: visualizzo meglio le foto digitali sul pc o sul televisore di casa? E che succede quando quelle stesse foto voglio farle vedere a qualcuno sul mio cellulare?).

Una cosa che mi ha colpito è questa riflessione: neanche il progettista sa in partenza quale fra i molti sarà il canale primario. Sarà solo l’uso autonomo degli utenti a deciderlo. Se lancio un servizio web multicanale, avrà più successo la fruizione da casa, dall’ufficio, in mobilità…?

La cosa ironica che mi è venuta da pensare è che i nostri servizi bibliotecari li offriamo belli impacchettati (es: reference digitale via form sul web) senza mai porci nessuno di questi problemi. Come si vede la pagina del mio chiedilo al bibliotecario sul monitor dell’iPhone? Passare a reference via cellulare ne aumenterebbe l’uso?

In un certo senso collegabile a questo intervento quello di Brugnoli sull’esperienza utente nei sistemi di interazione, che evidenzia l’indifferenza degli utenti rispetto ai supporti. Ottimo l’esempio della musica, che è diventata una sorta di streaming continuo – un’esperienza, appunto – che passa senza soluzione di continuità dallo stereo di casa, al lettore mp3 per strada, al lettore in auto, eccetera. Lo strumento e il supporto perdono quasi completamente di importanza, mentre passano in primo piano l’utilizzo e il contesto (come uso il telefono per strada, come lo uso in macchina…).

Questo potrebbe essere secondo me il motivo per cui non ha più senso parlare di promozione della lettura… La lettura come attività a sé potrebbe non significare più molto.

Altro elemento interessante è che la focalizzazione passa dall’elemento della produzione, diventato in alcuni casi quasi banale, a quello della condivisione. In questo caso l’esempio ottimale è la fotografia digitale, che può essere scattata ovunque producendo una ridondanza totale, una massa di informazione il cui elemento interessante sta appunto nei modi di condivisione, condivisione che viene quasi a coincidere con la fruizione.

Passando al campo dell’open access, Elisabetta Poltronieri ha invece fatto un intervento più classicamente descrittivo di Dspace ISS, repository istituzionale dell’Istituto Superiore di Sanità. Più affine al nostro linguaggio anche la riflessione fatta sul lavoro di traduzione della terminologia medica in uso a partire da MeSH, Medical Subject Headings.

Potente e Bussolon hanno parlato di design partecipativo, tecnica di progettazione che tiene conto delle esigenze espresse direttamente dagli utenti nel campo dell’urbanistica, del software e del web. Gli scopi del design partecipativo sono inserire un elemento di democraticità nelle fasi della progettazione ma anche – soprattutto? – cercare di superare le resistenze al cambiamento. Nel caso illustrato di progettazione di uno spazio fisico (un aeroporto), sono state utilizzate due tecniche, il Free Listing ed il Card Sorting. Con la prima, si chiede al gruppo di utenti coinvolto che cosa si aspettino di trovare, ad es., in un aeroporto. La lista dei risultati definisce un primo contesto informativo sulla base del quale avviene poi l’attività di categorizzazione del Card Sorting, che consiste nel raggruppamento in cluster delle voci indicate, fino alla creazione di una struttura ad albero.

L’obiettivo dei progettisti è collocare spazialmente vicino spazi cognitivamente simili, dove i casi più interessanti sono però costituiti dagli elementi meno ovvi che sono, guarda caso, i meno facili da inserire in categorie univoche (esempio: dove mettere una chiesa o una cappella dentro un aeroporto?)

Letizia Bollini ha illustrato il caso del progetto sperimentale Orchidea, sistema per la condivisione delle informazioni ambientali dalla Val di Ceno (Parma) basato sull’integrazione di banche dati preesistenti, un database di informazioni testuali e uno di ortofoto – dunque, georeferenziazione. Il risultato è un sistema di interrogazione pensato per pubblici anche molto diversi (dalla pubblica amministrazione, agli imprenditori, ai turisti), basato su navigazione gerarchica, ricerca logica o ricerca visuale, che valorizza un lavoro già accumulato nel passato.

Lascio per ultimo l’intervento della collega Giulia Visintin, incentrato sui sistemi di collocazione fisica dei libri negli scaffali nella storia delle biblioteche, per evidenziare soprattutto come l’intervento abbia prodotto una certa curiosità fra i presenti. Diverse le domande poste alla relatrice, una fra tutte mi è sembrata però significativa sia per i contenuti, sia perché mi pare segnasse proprio la differenza di approccio della maggioranza dei partecipanti all’incontro.

Trasponendo la domanda così come me la ricordo, più o meno ci si chiedeva perché noi bibliotecari non smettiamo di preoccuparci della collocazione fisica dei libri, dal momento che possiamo lavorare su motori di ricerca che potremmo configurare come vogliamo.

E’ un’ottima domanda, no?

A ruota libera, mi sembra che si potrebbe rispondere che questa è la direzione da seguire, ma che si tratta di un lavoro molto complesso per infinite ragioni, e anche che la domanda rivela una certa ingenuità su quali siano le caratteristiche dei pubblici reali delle biblioteche (non solo pubbliche), che spesso stentano anche a compilare da soli un campo autore e titolo.

Se l’intervento della collega ha suscitato però interesse, mi chiedo perché noi bibliotecari non siamo un po’ più attivi nel presentarci anche a convegni e seminari non strettamente inerenti alla nostra professione. Le curiosità nei nostri confronti sono molte e le esperienze da presentare (anche a livello di semplici case studies) sarebbero tantissime. Così come noi per primi abbiamo bisogno di allargare un po’ i nostri orizzonti… evidentemente non siamo gli unici ad occuparci di organizzazione dell’informazione!

Dal 23 febbraio dovrebbero essere disponibili sul sito del Summit tutti i paper delle presentazioni.

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