Post politico

Da un pezzo rimugino su questo post, ora la cosa che mi fa decidere a scriverlo è l’ultima assemblea CGIL a cui sono stata.

Mentre i relatori esponevano i punti previsti nell’ordine del giorno, quello che notavo in me era una sensazione crescente di estraneità… al di là di qualche punto di non accordo, la cosa particolare era una sensazione di distanza culturale, o almeno “linguistica” (difficile descrivere una sensazione a parole!). E mi veniva in mente un libro letto di recente che mi ha molto colpito:

L’economia della conoscenza oltre il capitalismo : crisi dei ceti medi e rivoluzione lunga / Enrico Grazzini. – Torino : Codice, 2008

Si tratta di un testo molto ricco, che mette ordine in due sfere su cui molto si può leggere, ma difficilmente con lo stesso grado di limpidezza.

Una sfera è quella delle incognite sul futuro della rete: gli ostacoli al libero circolare delle conoscenze, i diritti di proprietà intellettuale, il rischio che il potere economico dei grandi delle telecomunicazioni blocchi la libertà della rete, la censura degli stati, eccetera. Temi non nuovi ma esposti in modo più completo ed equilibrato di quanto non faccia, ad esempio, Nicholas Carr in Il lato oscuro della rete.

La seconda sfera è invece un tentativo di descrivere le caratteristiche di quella che viene definita la categoria dei Knowledge Workers, termine da intendersi in senso molto lato, dal grande ricercatore scientifico all’informatico all’impiegato (al bibliotecario). La categoria è definita come vera nuova classe sociale che, con i suoi elementi di novità, mette in crisi criteri, categorie e persino parole del precedente mondo di colletti bianchi e blu.

La prima descrizione in cui mi sono abbastanza riconosciuta è questa (sì, mi piacerebbe dire che sono una vera anarchica ma… la verità è che non credo che sia vero!):

“La classe dei lavoratori della conoscenza non è certamente a priori anticapitalista né tanto meno rivoluzionaria o sovversiva. Al contrario, è una classe per molti aspetti conservatrice perché sa di godere di ‘privilegi’ rispetto alle classi subordinate, e ovviamente desidera mantenere l’assetto sociale che finora ha garantito un soddisfacente livello di benessere e prospettive di ulteriore progresso. Gli orientamenti culturali e politici dei knowledge workers sono fortemente differenziati in base all’origine di classe, alla posizione professionale e reddituale, allo status sociale, alle prospettive di mobilità, all’adesione alle ideologie prevalenti in un certo momento storico. Ma nel complesso la classe dei lavoratori della conoscenza è innanzitutto portatrice di progetti di sviluppo ordinato e di progresso razionale della società, e chiede che vengano riconosciuti e valorizzati il merito professionale e le competenze. La classe dei knowledge workers ha quindi un orientamento politico e ideologico, una cultura e dei valori molto diversi da quelli che hanno caratterizzato le classi popolari, spesso considerate più predisposte ai cambiamenti radicali e rivoluzionari. La classe proletaria, priva di mezzi di produzione materiali e immateriali, cerca il riscatto sociale, l’eguaglianza e la solidarietà, l’equa distribuzione dei beni e dei redditi, la protezione dello stato. I lavoratori della conoscenza chiedono invece razionalità, ordine e sicurezza, mobilità sociale, progresso della professionalità. Riconoscimento del merito individuale, aumento dei consumi privati ma anche salvaguardia sociale e welfare. In questo senso i knowledge workers oscillano tra individualismo consumistico, desiderio di mobilità e di carriera da una parte, ed esigenze di protezione e giustizia sociale dall’altra.” (p. 154)

Interessante anche l’attrito che si viene a formare fra lavoratori della conoscenza e organizzazioni per le quali lavorano, rispetto al tema delicato dell’innovazione:

“Stiamo assistendo a un rovesciamento davvero epocale: nell’economia della conoscenza sono le aziende ad essere conservatrici mentre i lavoratori della conoscenza sono progressisti, e tendono a mettere in pratica modalità produttive più avanzate e più efficaci basate sulla competenza, la condivisione delle conoscenze e la collaborazione. I knowledge workers vorrebbero essere più produttivi, creativi ed efficaci, ma le aziende, la corsa verso la ricerca del profitto a breve termine e le culture autoritarie e gerarchiche ne frenano le potenzialità.” (p. 164)

Anche se nell’esperienza dei bibliotecari non ci sono in genere padroni che cercano il profitto, credo che a tutti vengano in mente molti esempi di cosa questo significhi in termini di impedimenti burocratici e lentezze nell’adattare l’organizzazione del lavoro al lavoro (al servizio che forniamo) piuttosto che alla sua gestione amministrativa.

Un esempio di organizzazione del lavoro alternativo a quello del modello profitto/controllo burocratico è ad esempio quello fornito dal mondo del free software e dell’open source, in cui:

“Flessibilità, apertura e trasparenza dei processi non comportano … mancanza di strategie, organizzazione e struttura razionale. L’organizzazione è gerarchica ma è democratica e non autoritaria o burocratica: le gerarchie vengono decise dal basso in base alle competenze riconosciute dalla peer review, dal giudizio delle persone competenti.” (p. 205)

“In effetti il free software e l’open source sono diventati una metafora concreta di una nuova possibile organizzazione del lavoro in campo intellettuale, alternativo al modo in cui è tradizionalmente organizzato il lavoro nelle aziende.” (p. 206)

Rispetto al mondo politico tradizionale:

“… nelle società avanzate i lavoratori della conoscenza rappresentano il bacino elettorale più importante dal punto di vista quantitativo e qualitativo, perché spesso tra loro ci sono opinion leader in grado di influenzare notevolmente l’opinione pubblica. Anche se finora nessun partito è nato per difendere esplicitamente gli interessi dei knowledge workers, nessuna formazione politica può ignorarli. Paradossalmente però i partiti politici indirizzano i knowledge workers in maniera indiretta, ovvero non come lavoratori della conoscenza in quanto tali, con necessità ed esigenze specifiche sul piano della sicurezza dell’occupazione e del reddito, del welfare, della formazione, del diritto ad accedere alle informazioni e a comunicare, o anche del diritto alla democrazia economica per avere maggiore potere all’interno delle aziende e della società.
Il problema è che quasi sempre i partiti progressisti o di sinistra rivolgono le proposte politiche prevalentemente ai lavoratori dipendenti dell’industria e ai ceti poveri e svantaggiati, senza invece estendere e articolare il proprio programma a favore dei giovani diplomati e laureati precari, dei lavoratori della conoscenza del settore pubblico e privato, dei knowledge workers attivi nei settori avanzati dell’ICT e delle nuove tecnologie, e a favore dei milioni di knowledge workers autonomi che lavorano senza alcuna garanzia. D’altra parte i partiti conservatori approcciano i knowledge workers con ideologie individualiste e ‘meritocratiche’, considerandoli ad esempio come ‘capitalisti individuali’, senza però tutelarli concretamente sul piano professionale. In effetti i partiti conservatori tendono anche a diffidare dei knowledge workers, considerati talvolta come intellettuali troppo progressisti e poco inclini a ubbidire all’autorità, e spesso preferiscono rivolgersi da una parte alle élite dominanti, dall’altra direttamente a un generico ‘popolo’, con l’obiettivo di coinvolgere i settori popolari in strategie populiste e plebiscitarie.
… la questione dell’auto-organizzazione dei knowledge workers a livello sindacale e politico rimane in larga parte irrisolta, e costituisce uno dei grandi problemi della politica nel presente e nel futuro.” (p. 168-169)

E per finire una ventata di ottimismo, che vorrei poter condividere con lo stesso entusiasmo:

“Il web 2.0 permette per la prima volta ai knowledge workers di esprimersi, di comunicare, di manifestare pubblicamente la propria identità. Questo aspetto è di fondamentale importanza: fino a quando i knowledge workers erano senza voce, anche la loro identità era incerta. Solo la manifestazione pubblica permette alle classi sociali di ‘esistere’. Il processo è travolgente, ma è appena iniziato: questa rivoluzione culturale è destinata a svilupparsi, a diffondersi e ad approfondirsi sia quantitativamente sia qualitativamente a livello globale. Grazie al web 2.0 le masse di lavoratori della conoscenza stanno acquisendo gradatamente identità autonoma e potere di influenza sull’opinione pubblica.” (p. 184)

Di recente sono riuscita ad ottenere un titolo formale che certifica che conosco decorosamente l’inglese. Ne sono molto contenta, nel mio piccolo, salvo che di questo certificato al mio datore di lavoro non interessa nulla… Capite perché dico che vorrei condividere questo ottimismo con lo stesso trasporto, nonostante la mia evidente simpatia per il 2.0?

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