Partecipazione e credibilità nell’epoca del reference 2.0

Giovedì scorso ho partecipato al seminario I servizi messi a disposizione dalle Biblioteche con e per l’utente alle Stelline, in una sala minore ma strapiena di gente, insieme a Serena Sangiorgi, Bonaria Biancu, Ian Pattenden e Mary Joan Crowley. Un bel seminario organico, in cui i diversi contributi si sono integrati insieme piuttosto bene.

Le slide che ho utilizzato si possono vedere su Slideshare. Si tratta di vere slide illustrative, con molta immagine e poco testo e perciò aggiungo qui il testo della presentazione vera e propria.

In sostanza, ho voluto semplicemente estrapolare alcuni dei concetti che ruotano attorno ad alcune pratiche del 2.0, in contrapposizione più o meno netta con le pratiche più tradizionali dell’editoria tradizionale. Per farlo ho descritto il funzionamento di Wikipedia confrontandolo coi portali di due grandi realtà enciclopediche classiche, Britannica e Treccani. Poi ho considerato due casi provenienti dal mondo del reference per vedere se gli stessi concetti riapparivano e come si potevano ricombinare.

Per partire con Wikipedia, l’analisi che segue è quasi integralmente debitrice di tre importanti libri:

Here comes everybody : how digital networks transform our ability to gather and cooperate / Clay Shirky. – New York : Penguin Press, 2008

Everything is miscellaneous : the power of the new digital disorder / David Weinberger. – New York : Times Books, 2007

La ricchezza della rete : la produzione sociale trasforma il mercato e aumenta le libertà / Yochai Benkler. – Milano : EGEA, 2007

Il dibattito “standard” che si tende a fare su questo tema casca sempre sull’opposizione fra Wikipedia e le enciclopedie tradizionali, e sul tema della mancata possibilità di verificare l’autorevolezza delle voci in Wikipedia. Chi è l’autore delle voci è la domanda con cui – specie noi bibliotecari – partiamo e, paradossalmente, anche quella con cui ci fermiamo.

Per non fermarsi a quelle che sono le premesse, occorre fare un passo avanti e chiedersi come Wikipedia funzioni e con quali effetti. Insomma bisogna aprire l’oggetto e guardarci un po’ dentro…

Wikipedia è l’intersezione fra uno strumento (un software wiki) e una comunità.

La voce di Wikipedia è un processo, non un prodotto, dunque è per definizione in corso d’opera, aperta, migliorabile.

Si basa sulla possibilità di una libertà totale: chiunque può accedere in scrittura e modificare voci. Sulla base di questa libertà, il processo si svolge sulla base di una forma spontanea di divisione del lavoro: 1 persona crea una nuova voce, x persone la arricchiscono sostanzialmente, x² persone correggono piccoli errori, aggiungono link, ecc.

Da notare che:

  1. Se non ci fosse una libertà totale il processo si interromperebbe
  2. La qualità (relativa) delle voci si basa sull’interezza del processo collettivo
  3. C’è una questione di quantità (size matters!): il processo funziona solo se x persone al quadrato partecipano.

La costruzione collettiva di una voce di Wikipedia si basa su quello che apparentemente sembra un elemento negativo, mentre va invece considerato come un semplice modello di funzionamento.

Tale modello – comune a tutti i media sociali – è uno squilibrio nella partecipazione. Nel nostro caso, vediamo lo squilibrio nella differenza fra 1, x, x². Questo squilibrio è rappresentabile con la forma che conosciamo per descrivere l’effetto della “coda lunga”. In realtà, si tratta di modello matematico detto in inglese Power Law Distribution che descrive eventi naturali e sociali e si applica a moltissimi fenomeni. Nel caso di Wikipedia, l’elemento in gioco è la frequenza dei contributi fatti dai singoli partecipanti. Nel picco a sinistra si colloca un piccolo numero di contributori che fanno molti interventi, e nella coda lunga un numero molto maggiore di persone che ne fanno pochi.

La stessa legge si trova in altri media sociali come Flickr (la maggioranza delle persone inserisce un numero basso di foto) o nei commenti ai blog (ho il lettore affezionato che commenta sempre, e un numero molto più alto di lettori anonimi e completamente silenziosi).

Questa legge è nota anche come regola dell’80/20, regola che viene dal mondo commerciale, ma che sappiamo applicabile anche alle collezioni della biblioteca (il 20% dei libri produce l’80% dei prestiti. Il resto è lunga coda per lettori di nicchia). E’ dunque un modello che si applica sia ai beni, sia ai comportamenti sociali.

Per capire il funzionamento di Wikipedia occorre dunque cambiare il nostro focus: non concentrarsi sul contributore individuale (sarà un esperto oppure un vandalo?) ma sul comportamento collettivo. Il meccanismo funziona sulla premessa della libertà totale, il suo funzionamento è descritto da una distribuzione del tipo Power Law, e funzione perché è un progetto mondiale. Nessun altro progetto “editoriale” classicamente inteso potrà mai competere con questo aspetto globale.

Inoltre, Wikipedia non è in realtà il regno del caos. Esistono regole formalizzate su come vi si lavora, anche se non esiste alcuna forma di costrizione a priori che obblighi a rispettarle.

Una regola fondamentale è quella del Neutral Point of View (NPOW), il punto di vista neutrale:

“Non usare Wikipedia per esprimere posizioni personali (ideologiche, politiche, filosofiche, religiose, di mera partigianeria o tifoseria), sia perché verrebbero in breve tempo sostituite o cancellate da altri utenti, sia perché gli stessi amministratori potrebbero intervenire con misure precauzionali. Cerchiamo perciò di meritare la libertà che ci si concede usando al meglio e con onestà la nostra abilità dialettica.”

La cosa da sottolineare è che l’applicazione del NPOV è sempre frutto di una discussione collettiva. Troverete infatti citato spesso questo termine se vi avventurate a leggere le discussioni dietro la creazione delle voci. Dunque, per avere successo come wikipediani occorre non solo essere di fatto esperti nella propria materia, ma anche sapere relazionarsi costruttivamente con gli altri. Pensiamo alle implicazioni in termini di apprendimento ed auto-formazione…

Per capire come funziona questo principio dobbiamo comunque dimenticarci un atteggiamento filosofico troppo formalizzato e favorire un approccio empirico del tutto USA, di cui dà un esempio Jimmy Wales parlando dell’impossibilità di una neutralità assoluta: “Un articolo è neutrale quando la gente ha smesso di modificarlo” (Weinberger, p. 136)

Inoltre, esistono dei meccanismi correttivi alla possibilità di vandalismi che si sono accumulati nel tempo sulla base di casi accaduti realmente, come ad esempio:

  1. “Lock a page”: chiusura temporanea di una pagina in un momento di eccesso di discussione intorno ad essa.
  2. Regole speciali per la redazioni di voci biografiche su persone viventi.
  3. La creazione dal nulla di una nuova voce può essere fatta solo dagli utenti accreditati. Da notare però che l’utente accreditato può comunque restare un utente anonimo. Dunque quello che si premia non è la certezza della fonte o l’autorevolezza ma la volontà di partecipare (devo essere abbastanza interessato da accreditarmi). Wales: “Ci occupiamo delle pseudoidentità, non delle identità. Il fatto che un determinato utente conservi una pseudoidentità persistente nel tempo ci permette di misurare la qualità di quell’utente senza aver idea di chi realmente sia” (Weinberger, p. 135)

I casi di vandalismo ci sono (in genere Wikipedia arriva alla cronaca per questo), ma nella grande maggioranza dei casi vengono corretti in tempi incredibilmente veloci. Come mai?

Perché Wikipedia è appunto un ibrido fra uno strumento e una comunità. La comunità svolge una funzione collettiva di vigilanza ed è più facile cancellare un vandalismo che inserirlo. Esistono più persone interessate alla buona qualità che alla cattiva, e cancellare i vandalismi è anche tecnicamente più semplice, richiede meno fatica.

La domanda “chi controlla i controllori” si adatta ai grandi progetti classici di raccolta del sapere enciclopedico, che sono chiusi e la cui autorevolezza viene assunta a priori. In Wikipedia la risposta a questa domanda è “chiunque” (ricordatevi l’approccio empirico del tutto americano!)

Tutto è comunque potenzialmente variabile. Nella storia dei progetti di questo tipo ci sono sempre stati annunci di possibili cambiamenti di strategia, nascita di fork più o meno venuti alla luce, progetti concorrenti (es: KNOL di Google e Citizendium, basati entrambi sull’idea delle certificazione dell’autorevolezza degli autori).

Una possibilità di cui si sta parlando ora è quella della “Flagged Revision”, che prevederebbe un doppio registro di utenti: utenti registrati come affidabili le cui modifiche verrebbero pubblicate istantaneamente, e utenti non registrati le cui modifiche finirebbero in coda in attesa di approvazione prima di venire pubblicate.

Come si crea una comunità intorno al progetto?

Questa comunità esiste perché esistono motivazioni non economiche all’agire umano che la rete ha spostato dal campo ristretto della vita privata a quello globale degli strumenti sociali.

In sintesi, partecipo a Wikipedia per:

  1. esercitare una capacità chi di solito non uso (ad es. sono esperta di qualcosa perché me ne occupo come hobby)
  2. piacere di cambiare qualcosa, lasciare la mia impronta
  3. fare una cosa buona.

Dal mondo dell’open source e del blogging sappiamo inoltre che esistono altre motivazioni non economiche al lavoro, come:

4. crearsi una reputazione
5. essere riconosciuti dagli altri esperti.

Viceversa, senza comunità di riferimento che ne riconosca l’utilità e ne condivida i valori nessun wiki ha speranza di funzionare.

Inoltre, l’impegno intorno a Wikipedia è anche basato su precise scelte politiche che hanno aumentato la probabilità di trovare contributori volontari, in particolare l’adozione nel 2002 di una GNU Free Documentation License (GFDL), licenza che garantisce la libera distribuzione e la modificabilità di tutti i contenuti di Wikipedia. Siamo in ambito Copyleft, che da solo tende a creare intorno a sé comunità d’interesse.

Ma come accade che Wikipedia risulti credibile?

“Poiché Wikipedia è un processo e non un prodotto, sostituisce le garanzie offerte dalle istituzioni con le probabilità supportate dal processo: se abbastanza persone si interessano abbastanza di un articolo da leggerlo, allora abbastanza persone si interesseranno a sufficienza di migliorarlo, e col tempo ciò porterà ad un nucleo largo abbastanza di lavoro buono abbastanza da dare per scontate sia la disponibilità sia la qualità degli articoli, e da integrare Wikipedia nell’uso quotidiano di milioni di persone” (Shirky, p. 139-140)

L’opposizione che si delinea è fra autorità e credibilità: il sistema solido e maturo di secoli della stampa tradizionale, basato sull’accreditamento accademico degli autori e sul meccanismo della peer review da un parte. Un mondo in cui una miscellanea collezione di autori anonimi e pseudonimi riesce a creare un enorme deposito di conoscenza dall’altro.

Quello che sta mutando è la natura stessa del concetto di autorevolezza: progetti come Wikipedia sostituiscono ai metodi tradizionali di validazione (peer review, controllo editoriale) elementi diversi. Quando guardiamo una voce di Wikipedia ci poniamo implicitamente una serie di domande come: è un articolo tanto minore che pochi ci hanno lavorato sopra? Ci sono segni evidenti di mancanza di NPOV? E’ scritto e organizzato male? Ci sono note nella pagina delle discussioni? La pagina delle discussioni è molto affollata? Ci sono avvisi particolari?

Tutti questi elementi sono una sorta di “metadati della conversazione” che ha portato alla creazione della voce così come la vediamo. Mentre il sapere enciclopedico tradizionale ci richiedeva un atto di fiducia a priori (fiducia ben riposta nella maggioranza dei casi, beninteso), quello che ci viene richiesto oggi è un atteggiamento attivo di interpretazione dei segnali circostanti l’informazione (dei metadati):

“Decidere a che cosa credere è ora nostro compito. Lo è sempre stato, ma nel mondo dell’ordine cartaceo in cui la pubblicazione era così dispendiosa da rendere necessarie persone che fungessero da filtri, era più facile pensare la nostra passività come una parte inevitabile dell’apprendimento; credevamo che la conoscenza funzionasse proprio così.” (Weinberger, p. 143)

Esiste infine un elemento di trasparenza dovuto alla leggibilità di tutte le modifiche apportate a qualunque voce. Se ne può vedere una rappresentazione grafica attraverso Wikidashboard, progetto curato da PARC, Palo Alto Research Center, che mostra visivamente la quantità di lavoro di elaborazione dietro ogni voce. La voce “barack obama” costituisce anche un esempio di pagina “locked” (lucchetto in alto a destra: “This article is semi-protected indefinitly in response to an ongoing high risk of vandalism”).

Si può arrivare a sostenere che modelli come Wikipedia aumentano il “grado di autocoscienza realizzabile da una cultura aperta” e “il grado di scrivibilità della cultura, cioè la misura in cui gli individui possono rimodellare, per sé e per gli altri, l’insieme esistente di simboli.” (Benkler, p. 370).

“Grazie agli strumenti di base utilizzati su Internet (il copia e incolla, la rielaborazione, i commenti), è diventato più semplice creare, sostenere e in generale leggere gli usi attivi e consapevoli dei simboli culturali.” (Benkler, p. 370)

L’avvento di Wikipedia ha avuto un effetto dirompente anche sulle enciclopedie tradizionali, che hanno dovuto fare i conti sia con un vero e proprio “concorrente” che ha sconvolto il loro assetto commerciale, sia con i metodi collaborativi che Wikipedia (insieme a tutti gli altri strumenti 2.0) ha diffuso nel panorama dell’informazione.

Può essere interessante fare a questo punto un paragone “alla pari” (cioè tra versioni gratuite) fra Wikipedia, Britannica e Treccani.

La Britannica è classicamente il metro di paragone di Wikipedia. E’ nota l’indagine di Nature del 2005 (vol. 438, 15.12.2005, p. 900-901) sul tasso di errore medio sulle due piattaforme, che si era rivelato molto somigliante facendo vacillare l’idea stessa che controllo editoriale e credibilità coincidessero completamente.

La versione su cd rom della Britannica è della prima metà degli anni ’90. Oggi, con il nuovo portale Britannica ha cominciato un processo di “allargamento” al mondo della rete, consistente in sostanza di:

Contenuti parzialmente accessibili online. Per ogni voce, appaiono alcune funzionalità come:

  • Suggest edit: apre una pagina di modifica nel formato wiki classico, ma per proporre modifiche bisogna essere iscritti alla community.
  • Share: link ad aggregatori come delicious o a siti web.
  • Comment: invia un’email alla redazione. I commenti sono tutti moderati dallo staff editoriale.
  • Topic history: equivalente di “cronologia” in Wikipedia.

Blog interno. I blogger sono tutti chiamati da Britannica su invito e scelti fra personalità note. Commenti moderati.

WebShare: “program of Encyclopaedia Britannica that makes it easy for publishers of Web content —such as bloggers, webmasters, writers, and editors—to use the premium information in Britannica Online for their own research at no cost, as well as to share it with their readers by providing them with easy access to individual articles.”
In realtà, non risulta vero che chiunque “pubblichi contenuti web” abbia accesso a questa possibilità: provare per credere!  ;-)

La politica di apertura è stata descritta in diverse pagine ufficiali, ad es. in Britannica’s New Site: More Participation, Collaboration from Experts and Readers, 03.06.2008. E’ chiaro che il nucleo fondante dei contenuti resta l’enciclopedia con la sua tradizione di autorevolezza.

L’ apertura è tale nei confronti di esperti con cui si intrattengono già rapporti e di altri studiosi (non ben definiti), attraverso la possibilità di sottomettere contenuti e aggiornamenti.

I contributori mantengono la paternità esplicita dei loro scritti. Per loro pubblicare su Britannica acquista dunque un significato autopromozionale e di ricerca di collaborazioni con altri esperti del campo. Siamo dunque agli antipodi della politica di anonimato di Wikipedia.

Permangono un vaglio editoriale stretto da parte della redazione, affiancato dalla volontà di creare una community di condivisione.

Interessanti anche i commenti all’annuncio – positivi e negativi. Tra questi qualcuno si spinge a profetizzare il crollo della Britannica come dell’omonimo impero!

La versione beta del portale Treccani si segnala per diverse potenzialità.

Liberamente consultabili nel “Vocabolario” si trovano le voci del cosiddetto “conciso”, il monovolume del ’98: Il vocabolario Treccani. Il conciso. – Roma : Istituto della Enciclopedia italiana, 1998

Molto più incerto invece che cosa vada a confluire in “Enciclopedie”, i cui contenuti non paiono corrispondere né alla Treccani classica né alla piccola.

Dalle pagine dei risultati si possono in ogni caso:

  • Aggiungere tag (se si è iscritti alla comunità)
  • Ampliare la ricerca ad altre risorse in rete come Answers, Brockhaus, Google, Larousse e Wikipedia: un misto di portali stranieri paragonabili a quello Treccani (grandi editori di reference) e di risorse differenti (da notare Answers.com).
  • Commentare, condividere (cioè segnalare la notizia a qualcun altro tramite email), tenere d’occhio, ecc.

I risultati sono presentati sotto una forma di ipertestualità totale, con uno stile simile a quello di Wikipedia, in cui ogni parola è cliccabile e collegata alle alte voci di Vocabolario ed Enciclopedie.

Il Dizionario biografico degli italiani online è la versione integrale dell’opera a stampa, comprese note e riferimenti bibliografici, con la differenza che arriva alla Z, mentre l’opera a stampa è ferma alla M. I personaggi da M a Z sono estratti dalla “dalla Banca Dati Treccani, che comprende anche personaggi viventi”. Non è chiaro a cosa si riferisca, ma di fatto questa è una versione più ricca di quella su carta.

Il dizionario comprende anche l’opzione ‘Proponi un personaggio’.

L’Enciclopedia biografica universale comprende corrisponde invece alla versione integrale dei venti volumi realizzati per la distribuzione in edicola: Enciclopedia biografica universale. – [Roma] : Istituto della enciclopedia italiana : Gruppo editoriale L’Espresso, [2006-2007]

L’enciclopedia comprende l’opzione ‘Scrivi la tua biografia’ che rimanda alla sezione . Nella sezione comunità è possibile – iscrivendosi – ottenere uno spazio personale in stile tipo social network, con dati personali, pagine preferite, amici, ultimi commenti inseriti.

Occorre riconoscere che il portale della Treccani, rispetto al modello dei siti-vetrina che molti editori hanno mantenuto a lungo – costituisce un grande passo in avanti.

Il punto importante è la messa online gratuita di risorse digitali a testo completo, anche se ovviamente queste non corrispondono a tutta la produzione Treccani.

Non sempre viene però rispettato un criterio di trasparenza, ad esempio non è chiara quale sia la corrispondenza esatta fra edizioni a stampa e “banche dati” online.

Un po’ ingenua (e invecchiata), invece, la tendenza alla “portalizzazione” che cerca di comprendere, presupponendolo a priori, tutto quello che potrebbe interessare l’utente, come il meteo o le agenzie di stampa e il presentarsi con un’opzione “fai del sito Treccani la tua home page”.

Anche l’appellarsi ad una ipotetica “comunità” Treccani risulta a dire il vero come una manovra di marketing, se si tiene presente che le comunità nascono, crescono e si distruggono autonomamente, dove esistono le condizioni e l’interesse perché questo accada, e non dove se ne invoca la loro nascita.

Completamente assente, invece, la possibilità di influire sui contenuti.

I concetti in gioco che possiamo estrapolare da questo confronto– creando uno schema semplificato – girano intorno al rapporto fra partecipazione e credibilità e si possono descrivere inscrivendoli in due grandi categorie: il sistema aperto di organizzazione della conoscenza esemplificato da Wikipedia, e il sistema chiuso dell’editoria tradizionale:

Aperto / Chiuso

Modificabile / Non modificabile
Lettura + scrittura / Lettura
Attivo / Passivo
Collettivo (comunitario) / Elitario
x² / 1 + 1 + 1 …
Istantaneo / Lento
Controllo a poseriori (“Publish, then filter”, Shirky) / Peer Review (controllo preventivo alla fonte)
Trasparente / Opaco
Non profit / Commerciale
Copyleft / Copyright

Credibile / Autorevole

Inaffidabile e autoritario si posizionano agli estremi di queste due aree come i due possibili rischi maggiori che le contraddistinguono.

In questo schema manca però un termine che per noi è importante: pubblico, nel senso di servizio pubblico. Come ci collochiamo in questa dinamica? La dinamica partecipazione / credibilità, con tutti i concetti collegati e sfumabili, come ha a che fare col reference?

Analizziamo questo tema attraverso due casi.

Il primo è quello del cosiddetto predatory reference elaborato da Bill Pardue:

“I bibliotecari hanno bisogno di cominciare a cercare attivamente le domande di reference, invece che restare ad aspettare che esse arrivino. Non limitiamo la nostra presenza al banco del reference o ai servizi di Instant Messaging e di Virtual Reference della biblioteca. Piuttosto, scopriamo dove si trovano le domande e cominciamo a fornire delle risposte anche se non sollecitati.”

Lo sfondo è quello dei servizi commerciali – non bibliotecari – di Question & Answer, come ad es. Chacha e Yahoo! Answers. Di quest’ultimo esiste una consolidata versione italiana i cui risultati sono facilmente reperibili in rete.

L’iniziativa più rilevante nel rapporto fra servizi commerciali e reference bibliotecario è Slam the Boards!, iniziativa condotta a partire dal 2007 e tuttora in corso. Nato da un’idea di Bill Pardue (Arlington Heights Memorial Library, Illinois) e di Caleb Tucker-Raymond (coordinatore dei servizi di reference digitale per lo stato dell’Oregon), il progetto si pone come forma di promozione del servizio di reference e quindi delle biblioteche nel loro complesso:

“Dobbiamo riconoscere che risorse come Yahoo! Answers ed altre non sono necessariamente ‘il nemico’ dei servizi di reference. Piuttosto, essi sono un forum in cui possiamo mostrare le nostre qualità e promuovere i servizi nei confronti di persone che potrebbero non sapere neppure che essi esistono… Vorrei che gli utenti che pongono domande si abituassero all’idea che un bibliotecario potrebbe rispondere alle loro richieste, e forse che in seguito visitassero una biblioteca (o il sito web di una biblioteca), quando hanno domande che preferiscono non trattare in pubblico.”

In sostanza, il progetto consiste nel proporsi come esperti che rispondano alle domande poste a servizi commerciali. Il dieci di ogni mese è la data concordata in cui concentrare gli sforzi allo scopo di creare un evento di particolare visibilità, ma la partecipazione al progetto resta svincolata da impegni e pianificazioni formalizzate.

Lo scopo è rispondere a più domande possibili, utilizzando fonti documentarie di qualità e “firmando” la risposta in modo tale che gli utenti sappiano che a rispondere è stato un bibliotecario. Quando risulta utile, è compreso nella risposta l’invito diretto a rivolgersi ad una biblioteca locale.

L’idea è dunque quella di trasferire l’autorevolezza delle biblioteche in contesti esterni, partecipativi.

Completamente diverso invece Reference Extract, ambizioso progetto in corso di definizione nato nell’ambito di Credibility Commons, progetto di ricerca congiunto dell’Information School di Washington e dell’Information Institute della Syracuse University in cui lavora David Lankes, finanziato da una fondazione privata (la MacArthur Foundation). Scopo del progetto è studiare la credibilità in rete.

Reference Extract si propone come un “Credibility engine”, un’applicazione paragonabile ad un motore di ricerca ma che, a differenza di questi:

  • Utilizza la credibilità dei bibliotecari come selezionatori di risorse web
  • Attinge agli archivi di script del reference digitale
  • Sfrutta il meccanismo della conoscenza che nasce attraverso la conversazione
  • E’ complementare ai tradizionali motori di ricerca e non esclusivo (non Google killer!)
  • E’ integrabile con motori di ricerca e servizi di varia natura, attraverso API

Diverse presentazioni di David Lankes disponibili online – ad es. Reference Extract: Obligations and Opportunities  e Reference Extract and Participatory Librarianship) descrivono il progetto in questi termini (quelli che seguono sono ovviamente solo semplici appunti):

E’ esistito un “b.g.”, un “before google” con motori come Altavista che sembravano perfetti, in cui nessuno si sarebbe aspettato un cambiamento. Poi è arrivato Google ed è cambiato tutto. Quindi si può guardare anche alle evoluzioni della rete dopo Google.

Google ha valorizzato la struttura delle relazioni esistenti tra le pagine web col suo PageRank: i documenti esistono in relazione con altri documenti, in una struttura non pianificata né centralizzata. Prima di questo la rete sembrava invece priva di struttura.
In rete c’è però un problema di credibilità dei risultati, di fiducia. Ad es. la parola “apple” su Google restituisce più risultati a proposito di computer che di frutta.

Tutti gli studi dimostrano che i bibliotecari, come categoria, sono ritenuti affidabili (bibliotecari come brand), dunque si potrebbe sfruttare la credibilità che le biblioteche hanno come istituzioni.
I bibliotecari selezionano link nel loro lavoro quotidiano, non c’è quindi bisogno di lavoro aggiuntivo.

L’attività di reference è una conversazione e il suo elemento focale è il contesto. Personalizzazione della risposta significa considerare esattamente il contesto della domanda (perché hai bisogno di sapere questo?).
Dallo schema relazionale del PageRank che mappa le connessioni fra pagine web, si passa ad un universo di oggetti interrelati, una topologia, una mappa, che comprende bibliotecari, utenti, documenti di varia natura, risorse in rete, conversazioni, organizzazioni…

L’architettura del progetto prevede diversi livelli: topology engine, search engine ed administrative services, il tutto affiancato da API che mandano informazioni ad altre applicazioni.

Invece di presentarsi come “un sito” (come Google sostanzialmente), si potrebbe arrivare ad un servizio distribuito in diversi contesti, ad es. l’opac (risorse correlate al documento che stai cercando, selezionate da un bibliotecario), il servizio di reference digitale, o anche motori di ricerca già esistenti –come ad es. Hakia, motore di ricerca semantico in versione beta che già ora fornisce risultati affidabili raccomandati da bibliotecari (“Contributed by Librarians”).

Si può concludere dicendo che, mentre un motore come Hakia cerca di mettere a frutto archivi di risorse web già selezionate, ma in qualche modo “statiche”, Reference Extract farebbe un passo avanti. Dall’idea di utilizzare i depositi di Q&A prodotti nel tempo come domande riutilizzabili in sé (che cozza da sempre contro l’idea della personalizzazione del reference), si passerebbe all’idea di utilizzare il meccanismo di selezione e citazione delle risorse proprio dell’attività di reference. Si arriverebbe dunque ad una maggiore granularità, in cui quello che conta non è la transazione in sé, ma il meccanismo dell’associazione fra contesto e risorse.

Interessante l’idea di non creare necessariamente un portale a sé, ma un’applicazione dinamica, che possa essere inserita “dove c’è la domanda”.

Riprendendo lo schema visto sopra, queste sono le dimensioni attivate, che potrebbero aiutarci a definire dove all’incirca si collochi il servizio pubblico:

Attivo: il servizio è la dove sono gli utenti
Comunitario: sfrutta le comunità reali della rete
Istantaneo: risponde nel momento esatto del bisogno
Controllo preventivo alla fonte: fonti selezionate dai bibliotecari
Trasparente: il contesto (cioè la conversazione reale) è in primo piano
Non profit

Autorevole, affidabile … : basato sull’esperienza dei bibliotecari!

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