Mercati che cambiano

A Bologna sta chiudendo – dopo lunga ed onorata carriera – uno storico negozio di musica situato in pieno centro, che per decenni è stato la gioia di tutti gli amanti della musica, dagli ascoltatori casuali ai veri e propri collezionisti.

L’evento ha suscitato cori di sconcerto e alzate di scudi a difesa di qualcosa che sta – se ho capito bene – fra la libertà di scelta e la difesa delle tradizioni. Su Facebook è prontamente nato il gruppo “quelli che non vogliono la chiusura di nannucci” (1859 iscritti ad oggi: non pochi!). Sicuramente si tratta di un luogo che ha fatto la sua parte di storia e, prima ancora, va riconosciuto che non si deve trattare di un bel momento per chi in quel luogo ha un posto di lavoro.

Pur riconoscendo che tante persone hanno ancora bisogno di un posto fisico (un negozio) per vedere le novità, farsi dare consigli e così via, il discorso non può però fermarsi alla lamentazione sui tempi che cambiano.

E’ ovvio che i negozi di musica chiudano, ed il motivo lo conosciamo tutti: il mercato della musica è diverso da prima. Quello che va aggiunto, però, è che è diventato migliore di prima, sia in quanto a ricchezza, sia in quanto a facilità di reperimento/acquisto. Di fronte a questo, e con tutte le cautele del caso (rispetto dei diritti dei lavoratori, lotta al digital divide che lascia esclusi alcuni da quello che è un mercato più ricco), si potrebbe perciò anche dire che non c’è da stupirsi che negozi di tipo tradizionale chiudano. Anzi, forse si potrebbe anche dire che sarebbe più preoccupante se niente cambiasse.

Questa storia mi sembra ricalchi la prospettiva dell’incerto futuro dei quotidiani, le cui prospettive di fallimento – chiusura – passaggio parziale all’online – passaggio totale all’online – cedimento di fronte al citizen journalism – impoverimento – arricchimento – eccetera suscitano reazioni simili: dalla predica sul giornalismo tradizionale come baluardo della democrazia all’utopia del giornalismo ubiquitario dal basso.

Per questo vi segnalo il numero 785 (6/12 marzo 2009) di Internazionale, che riporta articoli di giornalisti statunitensi che trattano del tema con impostazioni differenti fra loro. L’equilibrio dell’impostazione mi sembra ben sintetizzato dalla presentazione di copertina:

“Il giornale di domani: in tutto il mondo i quotidiani perdono copie e pubblicità, riducono le redazioni, rischiano la chiusura. Ma il futuro dell’informazione non è mai stato così promettente.”

La scelta di Internazionale mi sembra un bel modo per considerare onestamente pro e contro.

A questo proposito mi viene una curiosità: chissà quanti dei partecipanti al gruppo di Facebook per la difesa di Nannucci avevano eMule (o altri tipi di animali) aperti nel loro pc mentre si iscrivevano… ;-)

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