Il giornale non è più la bibbia dell’uomo moderno

Giovedì mattina sono stata alla riunione AIB Emilia-Romagna, preceduta da una tavola rotonda sul ruolo sociale delle biblioteche.

Purtroppo non sono in grado di fare un resoconto del seminario perché non sono potuta essere presente per tutto il tempo, mentre avrei voglia di riportare qualche elemento emerso dalla discussione collettiva.

Mi voglio riagganciare in particolare all’intervento di Claudio Leombroni, attuale membro del CEN, ed in particolare ad un caso da lui riportato a proposito dell’agenda politica dell’associazione e della partecipazione nella definizione di tale agenda.

Il caso è questo: poco tempo fa è nato su Facebook un gruppo che si chiama Nella mia biblioteca nessuno è straniero, su iniziativa dei sempre attivi colleghi di Cologno Monzese e che conta ad oggi 473 membri.

L’iniziativa è nata da alcune preoccupazioni relative al fatto che nei recenti pacchetti sulla “sicurezza” possano trovare spazio limitazioni alla libertà di accesso all’informazione.

L’iniziativa è poi rimbalzata da Facebook alla segreteria dell’AIB e proprio su questo Leombroni ha posto l’attenzione, dopo aver sottolineato la realtà delle minacce oggi esistenti alla libertà di informazione e la necessità di rafforzare le posizioni politiche dell’AIB su questi temi.

Si tratta di un problema di metodo che sintetizzerei così (spero di avere interpretato bene): può un gruppo autoformatosi su un social network sostituire le normali procedure di discussione all’interno delle assemblee regionali e nazionali di un’associazione? Quanto la posizione così definitasi può essere considerata rappresentativa dell’opinione della generalità dei soci?

Mi sono sentita di intervenire nel dibattito con qualche riflessione e un paio di esempi.

Il primo esempio sono i grandi convegni nazionali, che frequento ormai da anni e che, volta per volta, mi sembra perdano sempre più smalto. Come se ci fosse una sorta di rapporto proporzionale fra l’importanza accordata agli interventi (apertura di giornata, palco, traduzione…) e la loro ingessatura in preamboli, ossequi istituzionali e richiami al paludamento storico della professione. Lo scontento è diffuso, ma vive solo a livello di mormorio per i corridoi delle Stelline…

Il secondo esempio è il breve scambio di messaggi avvenuto qualche settimana fa su aib-cur sul prossimo convegno IFLA di Milano. In sintesi: alla notizia del raggiungimento di un buon numero di iscritti ho mandato un messaggio che esprimeva perplessità sul fatto che i bibliotecari italiani potessero partecipare all’evento, date le quote di iscrizione molto alte. E’ seguito qualche messaggio di colleghi che hanno espresso preoccupazioni simili, ma nessuna risposta da parte del comitato organizzatore.

I due casi sono molto diversi, ma potrebbero dare un’idea del modo in cui si radichi l’impressione, in molti colleghi, che non ci sia un reale spazio di dibattito nel quale inserirsi.

Naturalmente, però, è vero anche il contrario: è più facile lamentarsi di un’associazione che non risponde pienamente alle aspettative nei corridoi degli uffici, piuttosto che andare ad una riunione regionale ed esprimere apertamente il proprio scontento o fare proposte concrete!

A me pare è che si tratti di un circolo vizioso basato su di un comune difetto di abitudine alla partecipazione. Non ci si esprime perché non si ha l’impressione di poter influire sulle cose, e non si può in effetti influire particolarmente su come stanno le cose perché la partecipazione non è un elemento normale della vita dell’associazione. Non lo è nei suoi riti e nei suoi meccanismi consolidati, ed è anche comprensibile che non lo sia, perché in un contesto di lavoro basato sul volontariato è inevitabile che ci si affidi anche a meccanismi inerziali che ci si porta dietro dal passato. Peraltro, va riconosciuto il duro di lavoro di chi fa sì che molte iniziative – con i loro pregi e i loro difetti – vedano la luce.

Una riflessione che si potrebbe fare è se, per tentare di scalzare questo circolo vizioso, non si possa far leva almeno su strumenti di comunicazione/partecipazione di tipo nuovo.

Il caso della campagna nata in modo spontaneo e agile su Facebook e che rischia di arenarsi sulle sponde della burocrazia organizzativa di un’associazione professionale starebbe a pennello in Uno per uno, tutti per tutti di Clay Shirky.

Gli strumenti di comunicazione dell’AIB sono in questo momento una newsletter (modello di comunicazione da uno a molti), un sito web completamente non interattivo (di nuovo modello da uno a molti), un periodico di stampo tradizionale e una lista di discussione. Se non fosse per la lista – che costituisce comunque una forma primitiva di comunicazione bidirezionale in rete – tutti noi iscritti saremmo gli spettatori passivi di un programma televisivo che viene trasmesso da qualcun altro!

Non stupisce perciò che ci si rivolga a strumenti “altri” come i social network, che proprio per l’aggregazione sono nati e prosperano (e non per l’accoppiata narcisismo-voyeurismo a cui li si vuole destinati).

Forse cambiare gli strumenti aiuterebbe, ad esempio magari con blog delle sezioni regionali, che si possano aggiornare con rapidità, in modo agile, con costi di manutenzione bassi e una maggiore offerta di interattività.

Più in generale, credo che sarebbe anche interessante cominciare ad interrogarsi su quanto, come professione, o come generazione, o come gruppo accomunato da una qualche caratteristica, siamo lontani o vicini ad un modello di partecipazione attiva nella costruzione di quella cultura che diamo per scontato sia la nostra “specialità professionale”.

Mi sembra che siamo in qualche modo bloccati fra due pratiche di cui non riusciamo più a vedere i limiti: da un lato, il pensare la partecipazione come propria della sfera della politica intesa in senso stretto (per cui ad es. abbiamo l’impressione di “partecipare” quando andiamo ad una manifestazione di protesta). Dall’altro, forse, il farci forti dell’idea della cultura del libro e della lettura come strumenti prìncipi dello spirito critico (quando però la lettura è un’attività passiva che coltiva uno spirito critico individualistico).

Forse non è questa la formazione ideale per vivere in un mondo in cui le possibilità di comunicazione interattiva sono centuplicate rispetto al passato, e si tratta peraltro delle forme di comunicazione che molte persone cominciano a dare per scontate, anzi ad esigere. (Se mi abituo al fatto che degli sconosciuti incontrati in qualche contesto online rispondano alle mie mail entro 24 ore, mi risulterà difficile accettare una mancata risposta su una lista di discussione in cui si presume che l’obbligo reciproco sia vincolato da interessi professionali).

Credo che stia a tutti noi imparare a praticare forme di costruzione del senso un po’ meno solipsistiche. Banalmente, credo che stare un po’ più in rete e un po’ meno a leggere il giornale potrebbe già aiutare… ;-)

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