Online Catalogs: What Users and Librarians Want (2)

La seconda parte del rapporto OCLC, Data Quality: What Librarians Want, rileva innanzitutto che le preferenze espresse dai bibliotecari su che cosa potrebbe aumentare la qualità degli opac dipende abbastanza strettamente dal tipo di ruolo che ricoprono (dal polo di chi ha contatto diretto con gli utenti a quello opposto di chi si occupa di acquisizioni), ma anche dal tipo di biblioteca e dalla sua collocazione geografica.

In generale e in ordine di importanza, questi sono alcuni degli elementi valutati per un possibile miglioramento degli opac:

  • schiacciare i record duplicati (vero nemico pubblico n° 1 per tutti i bibliotecari, di tutte le biblioteche, dentro e fuori gli USA: 52%)
  • aggiungere tables of contents ai record (40%)
  • aggiungere abstract ai record (28%)
  • aggiungere le copertine alle liste dei risultati (25%)
  • aggiungere abstract alle liste di risultati (24%)
  • aumentare l’accuratezza delle informazioni sul posseduto (24%)
  • inserire più record per le risorse online (22%)
  • maggiore esposizione del posseduto sul web (all’ultimo posto, 8%)

Il rapporto è ricco di presentazioni grafiche che permettono di comparare i diversi dati, a quello quindi vi rimando mentre mi preme sottolineare alcune cose qui, che ruotano attorno ai temi dell’arricchimento semantico dei cataloghi e del reference.

Tra i possibili arricchimenti di tipo semantico, i bibliotecari accademici e di biblioteche speciali privilegerebbero l’aggiunta di tables of contents (gli indici) ai record bibliografici, meno valutate invece dai bibliotecari pubblici che indicano negli abstract uno strumento più utile. Anche l’aggiunta di abstract a livello di risultati della ricerca e non di singolo record – come alternativa che ottiene in generale meno successo – è comunque selezionata più dai pubblici, un po’ meno dagli accademici, molto meno dagli speciali.

Se di aggiunta “semantica” si può parlare, le copertine sono indicate come utili dai bibliotecari pubblici, che si distaccano in questo di diversi punti dagli accademici e ancor di più da quelli di biblioteche speciali.

Il miglioramento dell’accuratezza delle informazioni sul posseduto delle biblioteche risulta valutato più dalle pubbliche e dalle speciali che dalle accademiche.

Infine, in modo apparentemente sorprendente, sono i bibliotecari delle pubbliche quelli che sembrano valutare di meno l’idea di inserire in opac record relativi a risorse online o link diretti ad esse.

Gli addetti al reference sono una delle categorie indagate dal rapporto insieme ai catalogatori, gli acquisitori, i direttori di biblioteche, gli addetti allo sviluppo delle collezioni e quelli dedicati alla condivisione delle risorse (resource sharing: a cosa corrisponde da noi? Ad es. a chi lavora nei consorzi accademici di acquisto delle banche dati o nella loro gestione a livello di ateneo?)

Nel caso di questa categoria specifica, al di là del solito nemico pubblico n° 1, la scelta è più spostata a favore degli abstract in ogni contesto possibile, e a favore di una maggiore accuratezza sulle notizie relative al posseduto. In dettaglio, l’ordine dei risultati è questo:
Come è ovvio diversi dei risultati della sezione What Librarians Want corrispondono a comuni aspettative (vedi il tema delle copertine dei libri). Qualche osservazione in più si può però già fare ancor prima di leggere la parte finale del rapporto.

La prima osservazione è relativa allo scollamento piuttosto corposo che si rileva fra utenti finali e bibliotecari rispetto alle informazioni che potremmo chiamare di “reperibilità immediata”. Per i bibliotecari, infatti, categorie come l’accuratezza delle informazioni sul posseduto e l’esposizione immediata del posseduto sul web non sono, in generale, tra i primi elementi di scelta.

La seconda riguarda invece la distanza fra le aspettative degli utenti rispetto a qualunque tipo di arricchimento semantico del catalogo e le aspettative dei bibliotecari.

In entrambi i casi, va rilevato che i bibliotecari addetti al reference sono quelli che si dimostrano un po’ più consapevoli delle necessità del pubblico delle biblioteche (ovviamente, gioca a loro favore il contatto quotidiano e diretto).

Un elemento che invece mi lascia con qualche punto interrogativo in più, personalmente, riguarda l’introduzione di risorse online e di link nei cataloghi. A prima vista, avrei pensato che i bibliotecari pubblici potessero essere quelli più interessati ad una maggiore integrazione in questo senso, mentre non è così.

Per azzardare qualche possibile spiegazione, si può forse dire che è nelle biblioteche pubbliche – rispetto a quelle dedicate a studi più specialistici – che resta ancora viva l’identificazione informazione = libro. Sappiamo (ad es. dal rapporto OCLC del 2005 Perceptions of Libraries and Information Resources, che trovate sintetizzato anche nell’ultimo libro di Anna Galluzzi), che per il pubblico delle biblioteche questa identificazione è ancora forte, e forse nelle biblioteche pubbliche i colleghi non fanno che prendere atto di questo.

Oppure, mi chiedo se non sia proprio nelle pubbliche che i bibliotecari – meno confortati dall’autorevolezza di risorse online attentamente selezionate e prodotte editorialmente – si rendano conto di come la ricerca in rete segua generalmente regole proprie, più affidate alle forze dei motori di ricerca e del browsing che alla segnalazione in repertori strutturati come gli opac. Il che sembrerebbe avvicinarsi al dato abbastanza impressionante rilevato dal rapporto OCLC del 2005:

“Tra le altre cose, l’indagine mette in evidenza innanzitutto che la percentuale degli utenti che ha familiarità con i motori di ricerca è piuttosto alta (60%) e che questi strumenti di ricerca sono considerati da una percentuale altissima di persone (l’84%), indipendentemente dalla regione di provenienza e dall’età, il punto di partenza migliore per la ricerca di un’informazione. Il 93% degli utenti ritiene che Google fornisca informazioni affidabili, mentre ‘solo’ il 78% pensa altrettanto dei siti delle biblioteche.” (Galluzzi, p. 147)

L’analisi termina poi con un dato che dovrebbe far riflettere anche gli addetti al reference, che in quest’ultimo rapporto sembrano invece uscire “meglio” ;-) dei loro colleghi:

“Addirittura il 43% degli intervistati afferma che l’assistenza ricevuta da un bibliotecario sia dello stesso livello di quella fornita dai motori di ricerca, anche se non mancano coloro che riconoscono il valore aggiunto fornito al processo di ricerca dall’aiuto del bibliotecario.” (Sempre p. 147)

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