Online Catalogs: What Users and Librarians Want (3)

Le ultime due parti del rapporto OCLC, rispettivamente dedicate alla comparazione fra le preferenze dei bibliotecari e quelle degli utenti finali ed alle conclusioni, mettono in primo piano elementi leggermente diversi da quelli che ho sottolineato, almeno in parte.

A chi ha letto i primi due post sul tema chiedo dunque di tenerli presenti assieme a questo. Emergeranno in un certo senso delle differenze, che sono da imputare 1) a me (potrei aver tratto delle conclusioni troppo in fretta!) e 2) al fatto che leggere dati “quantitativi”, se pur limitati ad una ricerca relativamente piccola come questa, è complesso perché ogni cosa assume un senso solo se rapportata a qualcos’altro, e il senso può anche mutare a seconda dell’angolatura da cui la si guarda.

Per provare a riassumere alcuni elementi che emergono dalla comparazione, il dato su cui di più concordano le due categorie di utenti di opac (bibliotecari e utenti finali) è l’importanza che avrebbe l’aggiunta di indici e abstract.

Il dato su cui invece si rileva più differenza è relativo alla possibile aggiunta di link a contenuti online, desiderio espresso dagli utenti finali ma poco condiviso dai bibliotecari (utenti finali 36%, bibliotecari 18% che andrebbe però forse considerato assieme al 22% di preferenze espresse per i record che descrivono risorse online). Questo elemento va letto nel contesto del tema più ampio della reperibilità dei materiali: così come sono interessati all’immediatezza delle informazioni relative al posseduto delle biblioteche, a maggior ragione gli utenti finali sarebbero interessati al full text digitale, o almeno ad una sua parte.

Sicché pare che non trovi molto riscontro la mia ipotesi sui bibliotecari pubblici: nel post precedente immaginavo che, forse più consapevoli delle abitudini di ricerca online degli utenti reali, potessero intuire che i link dentro i cataloghi non sarebbero stati molto utilizzati. Gli utenti finali si esprimono invece a favore in una percentuale piuttosto alta.

Nelle conclusioni del rapporto si cerca di delineare qualche linea di sviluppo per gli opac di prossima generazione che riesca a bilanciare le esigenze di comunità di utenti diverse per composizione e per scopi (gli utenti finali, gli utenti di diversi tipi di biblioteche, bibliotecari con differenti compiti professionali ecc.). Ciò sulla base dell’idea che vada favorito un approccio maggiormente user-oriented, ma riconoscendo da parte degli utenti una mancanza di consapevolezza su come i dati siano organizzati negli opac – organizzazione che consente i tipi di ricerca che essi stessi dichiarano di voler fare.

Ecco alcuni elementi da tenere presenti:

1. Reperibilità (digitale e materiale)

Gli utenti finali sembrano percepire il processo che va dalla scoperta alla selezione all’accesso come un flusso continuo, similmente a quanto appare loro come normale sul web (“appare”, non “è”). Contenuti digitali integrali, di testo, musica e video, o almeno estratti di questi dovrebbero dunque essere presi in maggiore considerazione.

Allo stesso modo, andrebbero considerati servizi innovativi di fornitura fisica anche per i materiali di tipo tradizionale, ad es. valutando la fattibilità di servizi di consegna a domicilio in 24 ore, anche tramite consorzi fra biblioteche.

2. Ricerca e dati di arricchimento semantico

Indici, abstract, copertine, estratti ecc. sono elementi che permettono di non sprecare tempo nella fase stessa della ricerca. Risultano utili per alcune categorie di utenti (gli universitari in questa ricerca) anche contenuti di produzione “sociale” come le recensioni, il rating, il social tagging.

Particolarmente interessante e delicato, naturalmente, il tema di come e dove trovare, in modo sostenibile, quelli che il rapporto chiama appunto “dati di arricchimento”.

Le procedure manuali di arricchimento di singoli record in cataloghi locali è un approccio che non può funzionare in un’ottica più ampia (penso ai miei poveri abstract leggibili solo su Polo UBO…). La cooperazione è quindi d’obbligo. I modi possono essere vari:

  • sfruttare i dati già esistenti nei cataloghi e metterli in comune, ad es. grazie al processo di “accorpamento” proprio di FRBR
  • acquistare contenuti arricchiti da fornitori commerciali
  • collegare ai record bibliografici contenuti arricchiti già esistenti utilizzando API come quelle provviste dai servizi Amazon

3. Ricerca a faccette e precisione dei dati

Diversi degli elementi che gli utenti non prendono in considerazione sono in realtà necessari alla flessibilità, esattezza e velocità delle loro ricerche.

Investimenti da farsi nel campo dell’indicizzazione separata per categorie di dati e in quello delle forme controllate di nomi e soggetti possono ad es. avere un effetto positivo – anzi, indispensabile – sulla ricerca a faccette che gli utenti paiono vedere con favore.

Analogamente, gli ISBN – pur non essendo praticamente mai utilizzati dagli utenti come chiave di ricerca diretta – sono importanti per favorire meccanismi di collegamento certi fra record presenti in diverse basi dati e per supportare una varietà di interazioni macchina-macchina.

4. Ranking dei risultati

La rilevanza dei risultati di ricerca è uno degli elementi maggiormente valutato dagli utenti finali, e quello su cui il rapporto rileva il maggior ritardo da parte dei bibliotecari. Per chi fosse interessato agli studi sul tema (che ovviamente non sono iniziati nei laboratori di Google ma nelle facoltà di scienze dell’informazione negli anni ’60!) una breve sintesi e qualche riferimento bibliografico si trovano a p. 54.

Va da sé che la completezza dei dati e anche della loro interpretazione si può avere solo dalla lettura integrale del rapporto. Sarei grata a chi volesse segnalare qualche inesattezza da parte mia (soprattutto perché tutto sono tranne che una catalogatrice!) o sottolineare elementi diversi da quelli descritti qui.

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