Proprietà intellettuale: information literacy o cracking skills?

Questa mattina sono stata, grazie all'ospitalità dei colleghi dell'Università di Bologna, ad un interessante e vivace seminario sul diritto d'autore in biblioteca.

Il tema è di quelli che si prestano a scambi d'opinione piuttosto appassionati, e in questo caso l'effetto è stato raggiunto anche grazie alla presenza piuttosto equilibrata di relatori con differenti punti di vista e differenti ruoli professionali.

Claudio Di Cocco, docente di diritto, ha iniziato delineando il quadro d'insieme della materia, ponendo subito l'accento sull'eccesso di protezione che l'accavallarsi dei provvedimenti normativi dell'ultimo decennio ha prodotto, in generale, a favore dei detentori dei diritti.

Oggetto della proprietà intellettuale è per definizione un bene immateriale (l'opera dell'ingegno). Nonostante ciò, la normativa ha finito per occuparsi sempre più di supporti materiali (le “copie”), con la conseguenza che – quando si è arrivati al digitale ed alle nuove categorie concettuali che esso mette in campo in tema di riproducibilità e di riutilizzo dei contenuti – l'intero sistema normativo ha subito uno sbilanciamento che andrebbe corretto.

I limiti (le cosiddette “eccezioni e limitazioni”) riconosciuti al diritto d'autore vengono intesi in senso sempre più restrittivo, con la conseguenza paradossale di mettere i bastoni fra le ruote a chi si occupa di diffusione della conoscenza. Quello che va invece difeso è il concetto di libero utilizzo delle opere dell'ingegno, e in questo le biblioteche possono avere un ruolo attivo che verrà sottolineato anche da Antonella De Robbio.

Alessandra Citti, bibliotecaria, ha invece esposto alcune delle problematiche toccate dal diritto d'autore in biblioteca.

La riproduzione (le fotocopie), limitata come noto al 15% e solo per uso personale (a parte l'eccezione – fondamentale in realtà – delle opere escluse dai cataloghi commerciali e di difficile reperibilità).

La riproduzione in formato digitale, per la quale occorre attenersi alle singole licenze d'uso, tema su cui può persino capitare che gli utenti finali infrangano norme di cui non sono a conoscenza e delle quali può risultare responsabile la biblioteca.

Il document delivery: si può scansionare un articolo e spedirlo ad un'altra biblioteca (con trasmissione protetta da password o criptata), ma questa dovrà fornirlo all'utente finale stampato.

Il materiale didattico (parliamo di biblioteche universitarie), la possibilità o meno per gli stessi docenti di produrre dispense, dispense elettroniche, e la loro riproducibilità.

Imparo in questo modo che colleghi che si occupano di document delivery, per evitare di infrangere le norme, procedono su questa strada: documento nativo digitale > stampa da parte dei bibliotecari > scansione > invio alla biblioteca ricevente in formato digitale non modificabile (il cosiddetto “formato immagine”). A dir poco complesso…

Inutile dire che a questo punto del seminario la platea, composta di bibliotecari, responsabili amministrativi e ricercatori, comincia a rumoreggiare… Tanto più quando Renato Esposito (esponente di AIDRO che farà poi un suo intervento) mette in dubbio persino la liceità della copia digitale temporanea ai fini del document delivery.

Interviene poi la da sempre paladina dell'open access Antonella De Robbio, con una sintesi delle diverse possibilità per la gestione dei loro diritti che gli autori hanno di fronte al momento della pubblicazione.

Le biblioteche universitarie hanno il compito di attivarsi su questo fronte per far sì che i ricercatori – le cui ricerche sono peraltro finanziate dal denaro pubblico – facciano scelte consapevoli utilizzando i molti strumenti già disponibili.

Le alternative al copyright sono tutte le licenze Creative Commons, o licenze per qualche verso simili a queste come la GFDL o le licenze personalizzate ma tendenzialmente aperte che diversi editori stanno cominciando ad utilizzare. Le possibilità sono dunque molte: si possono cedere agli editori solo il minimo dei diritti per la pubblicazione di una prima edizione ad esempio, riservarsi la possibilità di depositare in un repository istituzionale open access il proprio lavoro, scegliere attivamente una licenza al posto di un'altra e così via. Quello che occorre è un cambiamento nella consapevolezza generale su questi temi.

Inutile dire che la fonte migliore per trovare materiali utili su questi aspetti è la pagina sul diritto d'autore curata dalla stessa De Robbio.

Roberto Caso dell'Università di Trento descrive senza mezzi termini il movimento open access come un movimento rivoluzionario diretto contro le perversioni della protezione della proprietà intellettuale.

Il suo intervento comprende una panoramica della storia della comunicazione scientifica in bilico fra apertura e chiusura fin dalla nascita della stampa: nell'estrema sintesi imposta da un intervento della durata di 30 minuti si accenna al lungo percorso che dalla nascita delle prime riviste scientifiche ha portato alla chiusura monopolistica da parte di pochi, grandi editori. Comprese le modifiche imposte dal passaggio al digitale, con cui il controllo da parte dei detentori dei diritti arriva a toccare i singoli dati contenuti nelle banche dati, ovvero anche i dati grezzi della ricerca, e compresa la rivoluzione (potenziale) dell'open access che modifica persino i criteri di valutazione della produzione scientifica (per esempio, con la segnalazione del numero di download dei singoli documenti da alcuni repository).

Caso riporta ad esempio l'episodio di cui è stata protagonista una ricercatrice italiana, Ilaria Capua, che dopo aver decodificato il codice genetico del virus dell'aviaria ormai sbarcato in Africa, ha deciso di depositarlo a disposizione della comunità scientifica su GenBank, deposito open di sequenze di DNA a disposizione di tutti i laboratori del mondo, anziché su di un database ad accesso limitatissimo controllato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Per chi fosse interessato a questa storia, Wired versione italiana gli ha dedicato un piccolo articolo nel n. 2 (2009), a p. 30.

L'open access costituisce, secondo le parole di Caso, la “vendetta del diritto di paternità sul diritto di copia”, ovvero un ritorno al principio della difesa del diritto morale ad essere riconosciuti come autori delle proprie scoperte scientifiche contro un'eccessiva sottolineatura dell'aspetto della gestione materiale ed economica dei diritti.

Una posizione così radicale non vuole però contrapporsi ideologicamente al mondo editoriale né ad un rapporto equilibrato con gli interessi anche commerciali. L'open access non vuole dunque porsi come incompatibile con l'idea di una giusta remunerazione degli autori.

Ma, in modo ancora più interessante, Caso precisa anche come, persino in un momento di avanzamento dei sistemi open di diffusione della conoscenza, l'intermediazione editoriale non venga affatto meno.

Per fare un esempio non immediatamente evidente ma di enorme portata, cita la segretezza dell'algoritmo alla base del PageRank di Google, caso esemplare di mediazione del tutto non trasparente (e pressoché monopolistica). Oppure, sempre da casa Google, il monopolio di fatto che l'azienda esercita con Google Books sulle opere non più soggette a diritti, sostituendosi ad una potenziale azione pubblica di preservazione e diffusione.

Un modo semplice – ma coperto dal non detto a dire del relatore – per riportare in equilibrio 'intero sistema potrebbe essere la riduzione dei tempi dei diritti di protezione dall'irragionevole modello attuale (nato per difendere i produttori di Hollywood) alla durata di pochi decenni.

Non sono dunque i limiti di fotocopiatura al 15% i veri problemi…

L'ultimo intervento è quello di Renato Esposito di AIDRO, Associazione Italiana per i Diritti di Riproduzione delle Opere dell'Ingegno, che si occupa per conto delle maggiori associazioni di autori ed editori italiani di antipirateria, gestione dei diritti e formulazione di licenze. In pratica, AIDRO è quell'ente a cui, fra le altre cose, va chiesto il permesso di riproduzione se si supera il 15% di un documento.

L'intervento riequilibria il tono generale della mattinata portando il punto di vista della “controparte”, per così dire.

Oltre ad offrire una sintesi dei modelli di gestione collettiva dei diritti di copia nel mondo, Esposito sottolinea come il digitale, per le sue stesse caratteristiche tecnologiche, consenta una misurazione esatta degli utilizzi e di conseguenza una più precisa gestione dei diritti. Quello che si potrebbe chiamare “istanza di controllo” risulta in effetti efficienza, se visto da un altro punto di vista…

Un caso che suscita interesse e perplessità nella platea è quello del progetto pilota fra AIDRO e Università Bocconi, progetto che a dire di Esposito dimostrerebbe almeno la fattibilità di collaborazioni di questa natura.

In sostanza, si tratta di un accordo che consente per fini didattici la pubblicazione su siti istituzionali di parti di testi cartacei protetti dalla normativa sul diritto d'autore. L'accordo prevede un pagamento ad AIDRO da parte dell'Università commisurato al numero di iscritti al corso. La pubblicazione è però temporanea e la stampa del materiale è inibita.

Ora, a meno di ipotizzare che si tratti di manovre subliminali per esercitare le nuove generazioni alla lettura da schermo dei futuri Kindle, la cosa suscita una certa perplessità. Tanto più perché la normativa sembra prevedere comunque che le biblioteche mettano a disposizione – su terminali dedicati – scansioni di opere in loro possesso, senza bisogno di alcun accordo preventivo.

La normativa – come riconosciuto da tutti i relatori senza distinzioni – è in realtà complessa, probabilmente troppo complessa per trovare ambiti di applicazione non suscettibili di critiche persino troppo facili.

Viene però da chiedersi se il legislatore non avesse in mente – oltre ad un'inconfessata predilezione per l'e-book – un'idea altissima di information literacy che preveda, ben oltre le normali definizioni che si danno di questo complesso di competenze, cracking skills particolarmente evolute per gli studenti che vogliano riuscire a portare a termine i loro studi.
Oppure è ipotizzabile un diritto della proprietà intellettuale che non costringa tutti a diventare pirati?

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...