La biblioteca digitale pubblica: c’è tutto un mondo là fuori…

Con un certo ritardo ho letto l’articolo di Giulio Blasi apparso su Biblioteche Oggi di marzo, dal titolo La biblioteca digitale pubblica.

Biblioteca digitale pubblica… già il titolo suona in qualche modo strano e viene da chiedersi perché.

Il perché ce lo spiega con grande chiarezza lo stesso Blasi, componendo un agile ma approfondito quadro di cosa sono in altri paesi, e di cosa potrebbero essere in Italia, dei servizi bibliotecari diretti al consumo digitale per gli utenti finali delle biblioteche pubbliche.

Suona strano perché il tema della biblioteca digitale si focalizza sempre su due aspetti che sembrano lontani dalle biblioteche pubbliche, e cioè i progetti di digitalizzazione del materiale antico e di pregio e la letteratura scientifico-accademica.

Va invece considerato il fatto che l’utenza delle biblioteche pubbliche è già in buona misura costituita da forti consumatori di contenuti digitali. Avete presente la scena dell’utente che, trovando già in prestito il film che desidera, se ne va dicendo “vabbè, allora lo scarico”?  ;-) Se questo panorama vi è familiare, ma non vi siete finora posti ulteriori domande, allora è il caso di leggere questo articolo.

Tre sono le tipologie di contenuti digitali che si potrebbero già oggi sfruttare nel contesto delle biblioteche pubbliche: i grandi progetti di digitalizzazione di massa come Google Books e la Open Content Alliance, i contenuti Open Access e gli User Generated Content, e l’editoria digitale commerciale. Nel complesso, un intero mondo di contenuti già disponibili e generalmente già forniti di metadati che le biblioteche non riescono ancora a selezionare, segnalare e mettere a disposizione dei propri utenti.

Dove sta dunque il problema?

Non sta semplicemente nell’ “arretratezza delle biblioteche pubbliche italiane in rapporto agli stili di consumo digitale dei propri utenti” (p. 17), anche se questo tipo di arretratezza culturale esiste e (questa è la mia opinione) la condividiamo con l’intera classe intellettuale italiana… da chi vuole continuare a leccarsi il dito per voltare la pagina, ad un assessore alla cultura che apre un congresso ricordando come in biblioteca ogni lettore trovi “il suo poeta” (certo, come no)…  :-(

Non solo un problema di tipo culturale, dunque, ma anche il fatto che quel complesso sistema composto da biblioteche, editori, distributori, aggregatori, aziende private, consorzi pubblici per la digitalizzazione eccetera, che caratterizza ad es. la situazione negli Stati Uniti, in Italia è completamente assente.

Quello che scontiamo, ad esempio, è l’arretratezza di editori impreparati ad offrire sul mercato prodotti digitali, a concepirne le relative licenze, ad affrontare quindi i temi non facili del diritto d’autore e così via. Oppure, secondo quanto riportato da Blasi, la tendenza centralista delle amministrazioni pubbliche nell’erogare i fondi per le digitalizzazioni, cosa che impedisce lo sviluppo di un sottobosco di attori imprenditoriali attivi nel campo.

Blasi parla a nome di per Horizons Unlimited, società privata che ha sviluppato e sta commercializzando MediaLibraryOnline, una piattaforma dedicata appunto all’offerta di contenuti digitali agli utenti delle biblioteche pubbliche.

In attesa che l’imprenditoria dei servizi alle biblioteche moltiplichi le offerte di questo tipo, vale la pena vedere più da vicino questo caso, che al momento in Italia è unico nel suo genere a quanto mi risulta, ed è in corso di adozione da parte di diversi sistemi bibliotecari (fra cui gli amici di Bergamo che mi avranno presto come loro ospite!).

Inoltre, a me è piaciuta l’impostazione dell’articolo che presenta la piattaforma come tesa a creare un network nazionale di biblioteche ed enti (puntando l’accento sull’idea che la cooperazione è non utile, ma necessaria), ma non in modo monopolisitico.

Ed ora le perplessità.

La prima mi viene dal problema della lingua. Blasi cita il “multilinguismo crescente della popolazione italiana”, ma a me viene da pensare che gli italiani “nativi” non sono affatto multilinguistici, mentre in breve tempo le seconde e terze generazioni di immigrati potrebbero perdere il contatto con le lingue di origine. Quanti dei contenuti digitali attualmente disponibili sono effettivamente in italiano e adatti ad un pubblico generalista? Cosa su cui si potrebbe fare qualche indagine cercando fra contenuti Open Access e reti peer to peer…

L’articolo stesso comunque chiarisce che, fra gli scopi di una piattaforma di questo genere, c’è anche quello di alzare – attraverso la cooperazione – il potere contrattuale delle biblioteche nei confronti degli editori italiani e di stimolare un processo di riflessione sui temi del diritto d’autore. Un ruolo proattivo che potrebbe costituire uno spiraglio di luce che si apre su quella “mancanza di sistema” ben descritta da Blasi.

La seconda, più generale: un prodotto come quello presentato nell’articolo, può correre il rischio di essere per certi versi troppo avanzato, e per altri arretrato. Mi spiego.

Troppo avanzato rispetto al pubblico reale delle biblioteche pubbliche, che è lontanissimo dall’essere costituito da tecnodotati, sia dal punto di vista delle apparecchiature (digital divide) sia da quello della capacità di utilizzarle al meglio (alfabetizzazione informatica, information divide). Una bella fetta di persone, insomma, continuerà per anni a chiedere il pezzo di plastica da infilare nel lettore dvd!

Potenzialmente arretrato, invece, nel senso che sono ormai anni che inseguiamo – sempre col fiato corto – il problema della gestione dei materiali digitali. Prima i cd stand alone, poi le piattaforme di gestione unitaria dei cd, poi le piattaforme per gestire simultaneamente oggetti digitali diversi (cd e online insieme). Ma sempre un po’ in ritardo. Quando riusciamo ad acquistare e far funzionare un sistema, ecco che il panorama è completamente mutato, ad es. le banche dati di una certa entità vengono spostate tutte sull’online, i cd invecchiano, eccetera.

Un prodotto come quello presentato nell’articolo ha il grande vantaggio di sfruttare la natura nativamente digitale del digitale (!), e quindi un passo avanti lo fa davvero, perché ci toglie tutte le complicazioni della gestione dei supporti. Ma non rischierà di essere veramente sfruttabile quando il panorama della distribuzione dei contenuti digitali sarà già cambiato? Ad es. come impattano le reti P2P su prodotti di questo tipo?

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