Informarsi, impegnarsi, inoltrare

Alla fine di giugno ero ad Urbino, dove sono arrivata per una sorta di sesto senso olfattivo… annusando qui e là nei miei blog preferiti, avevo trovato la segnalazione di Modernity 2.0: Emerging Social Media Technologies and Their Impacts, seminario internazionale di sociologia organizzato da Larica, Laboratorio di Ricerca Comunicazione Avanzata dell’Università di Urbino.

L’idea era questa: riprendere alcuni dei temi sui quali ultimamente ho letto tanto (la rete, il 2.0, eccetera), ma spostando l’angolazione dello sguardo, facendo mio per un po’ di tempo quello di una disciplina di studi che non attiene direttamente al mio lavoro. Che cosa sarebbe successo?

Il risultato è che da quella settimana diverse idee mi circolano per la testa cercando la strada per diventare qualcosa che possa essere raccontato e, magari, si possa finalmente mettere in relazione col resto (delle letture? del lavoro?). Una prima domanda può essere questa: cosa possono dirci gli Internet Studies sul modo in cui le persone cercano informazioni e apprendono in rete?

Intanto, possono darci un metodo. Fa bene ricordare che le grandi teorie devono basarsi su piccole, faticose microanalisi ben fatte, dove quello che conta è avere una buona ipotesi interpretativa, ma anche un campione rappresentativo, dati raccolti con cura nel tempo eccetera.

Una delle presentazioni che mi ha colpito di più ad Urbino è stata appunto quella relativa ad una ricerca ancora in corso, ma dalla quale si possono trarre già spunti interessanti, a cura di Sandra Rodriguez (University of Montreal), dal titolo Inform, engage, click forward: citizen engagement among a web 2.0 driven generation (abstract disponibile qui, per chi lo desiderasse invece il full text si può forse richiedere direttamente all’autrice).

La ricerca riguarda le nuove forme in cui le persone giovani (o relativamente tali) concepiscono e realizzano l’impegno politico e sociale, in particolare attraverso l’uso della rete. Il campione intervistato era in questo caso composto da canadesi fra i 20 e i 35 anni.

Il punto forte della ricerca – che personalmente mi ha dato anche alcune risposte relative al mio comportamento in questo campo e a come si è trasformato negli ultimi anni – mi sembra risiedere nell’idea che, se misurati attraverso la lente delle forme “classiche” della partecipazione politica, i comportamenti attuali rischino di venire non solo fraintesi, ma forse neppure visti.

Rispetto a categorie come l’appartenenza diretta a partiti o sindacati, la partecipazione al voto, la partecipazione alle manifestazioni di strada, o il potersi con sicurezza dichiarare di una parte politica o di quella contraria, i giovani intervistati esprimono un distacco che potrebbe essere interpretato in molti modi, dal disincanto al semplice cinismo.

Il quadro tradizionale (mediatico) in cui questa generazione viene descritta è quello di un pericoloso ripiegamento nell’individualismo, che emerge in modo ancora più evidente se messo a confronto, ad esempio, con la realtà (mediatica) degli anni ’60 e ’70. In fondo, si tratta del grande tema della fine delle ideologie.

Ora, Sandra ricorda però come l’additare i giovani come poco propensi ad assumere un atteggiamento di attiva partecipazione alla vita civile sia in realtà una specie di genere letterario, una realtà già ben nota. Che peraltro dura da decenni, tanto che se ne vedevano tracce persino negli anni immediatamente precedenti il 68! Quello che invece è mutato ora è che questo genere di discorso, a metà fra il desiderio di vedere le energie dei più giovani ben spese e la lamentazione nostalgica di un passato in cui si tende a idealizzare la propria generazione, si mescola con le mutazioni portate dalle nuove tecnologie.

Da un lato, quindi, con le utopie sulla rete come mezzo inedito di democratizzazione (l’informazione per tutti e prodotta da tutti); dall’altro con i catastrofismi di chi pensa che in rete si ricreino comunità ancora più chiuse di quelle della realtà fisica, con la conseguenza di rafforzare appartenenze e pregiudizi già confezionati.

Un modo per uscire da questo impasse può essere quello di non partire dalle categorie classiche dell’impegno politico, ma dai comportamenti reali delle persone e dal modo in cui loro stesse li descrivono, cioè vi attribuiscono un senso. Può darsi allora che le stesse persone giovani che per prime si descrivono come individualiste e sfiduciate nei confronti della politica (vi ricorda qualcosa?), si rivelino impegnate in modo costante in pratiche quotidiane di “attenzione” come il consumo critico, il boicottaggio di prodotti, l’adesione a campagne di protesta online, scelte professionali connesse ad un certo grado di impegno civico (e questo, vi ricorda qualcosa? ;-) ). Tutto questo, in un contesto di continua ricerca e condivisione di informazioni.

Ed è qui che entra in gioco la rete, in particolare con le applicazioni proprie dei social network: non c’è informazione di stampo civico-politico che non venga immediatamente fatta circolare (tanto che in effetti hanno lo stesso destino anche le bufale più incredibili!), in processi che secondo il modello della distribuzione virale della rete possono finire per “contagiare” numeri molto alti di persone.

Certo, in questa forma temporanea e sempre mutabile di adesione a istanze politiche è insito il rischio della superficialità, dell’improvvisazione e, in fondo, di un impegno a costo molto ridotto che mette a posto la coscienza e lascia tutto come prima. Viceversa, però, sono ormai innegabili gli effetti positivi che le nuove tecnologie sono in grado di produrre su larga scala in caso di eventi con rilevanza anche planetaria. Subito dopo i primi scontri di giugno in Iran, ho visto un video incredibile (che non riesco più a trovare, perché ormai in rete ce ne sono a migliaia), in cui un ragazzo camminava per strada con una ferita al braccio da cui perdeva abbondantemente sangue, e con l’altra mano teneva il cellulare. E scriveva.

Sandra riprende da uno studio precedente un modello costituito da quattro possibili forme di impegno che si mescolano in combinazioni differenti in ogni generazione: l’impegno politico in senso stretto (teso a influenzare le politiche governative), l’impegno civico (ricercare il bene pubblico attraverso il lavoro cooperativo fra cittadini), l’espressione pubblica delle opinioni (la manifestazione, il comizio…) e – categoria più sorprendente – l’impegno cognitivo, ovvero l’essere informati e prestare attenzione alla politica ed agli affari pubblici.

Ed è proprio l’impegno cognitivo quello che può essere messo in correlazione con la condivisione delle informazioni e con l’interattività diffusa delle reti sociali.

Dunque qualche conclusione in breve (che tiro io, non Sandra).

L’informazione è per i digital native, ma anche per gli ibridi e tutte le varie categorie che un po’ per volta “arrivano” in rete, una sorta di liquido amniotico in cui si galleggia durante tutto l’arco della giornata. Più che una attività della giornata, è l’attività che fa da sfondo a tutte le altre.

Non è più possibile fare distinzioni nette fra attività di studio, lavoro o intrattenimento (pensate alle implicazioni possibili in termini di servizi delle biblioteche).

Il modo comune di informarsi e – io direi – di apprendere si sta allontanando a velocità sostenuta dai modelli tradizionali dell’apprendimento formale (e da qui ripartiremo per un secondo post su Urbino!).

Informarsi e agire sono sfere che, se non coincidono, tendono comunque ad avvicinarsi in forme inedite grazie alla pratica della condivisione, perché non ci si informa più in solitudine, ma in un processo continuo di confronto collettivo.

Infine, non bisogna giudicare dalle apparenze! Perché, come riportato direttamente da un’intervista:

“Ok, negli anni ’60 c’erano gli hippies … la gente aveva una sorta di senso della solidarietà. Marciavano per le strade, incitando il governo a cambiare le leggi, a fare cose. Oggi, tutto riguarda le nostre necessità, i nostri affari individuali. Siamo molto individualisti… Allo stesso tempo, guarda che cosa i baby boomer ci hanno lasciato! Hanno consumato metà delle risorse del pianeta, non pensavano che importasse, e ora con cosa siamo stati lasciati? Forse è questo il motivo per cui siamo paralizzati: da dove cominciare? Ci sono troppe cose che hanno bisogno di essere aggiustate.”

In un certo modo, le forme dell’impegno politico descritte nella ricerca di Sandra ricordano il ritratto del “cittadino monitorante” di Henry Jenkins, del cittadino, cioè, che “tiene d’occhio la scena” degli eventi bilanciando la superficialità insita nella navigazione in rete (un po’ di tutto, senza approfondire molto), con la sua estensione (superficiali sì, ma per tutto l’arco della giornata!) e con l’impulso diffuso alla condivisione. (Per farsene un’idea leggete qui).

Rispetto al passato, insomma, poca azione politica vistosa, ma con maggiore consapevolezza del contesto

Per finire: un ringraziamento speciale a Sandra che:
– maybe is reading this post in Italian!
– ha fornito una risposta indiretta ad una discussione “politica” che ho avuto qualche tempo fa con la mia capa (una combattiva ragazza degli anni ’70!)
– è riuscita quasi a convincermi che sono in grado di fare conversazione in inglese, anche se mi ha lasciato il dubbio di essere in grado di farlo solo con lei… :-)

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