Voglio la mia vita cyborg!

Una seconda riflessione nata dal seminario Modernity 2.0: Emerging Social Media Technologies and Their Impacts, che si può mettere in correlazione col tema dell’apprendimento ai tempi della rete, nasce da un episodio accaduto durante la conferenza.

A Urbino era presente danah boyd, giovane e famosa ricercatrice statunitense che si è occupata di recente di social network, in particolare rispetto al mondo degli adolescenti e che, in aggiunta, si segnala per la sua totale predisposizione alla condivisione pubblica del suo lavoro (i colleghi delle biblioteche per ragazzi potrebbero trovare ad esempio la sua tesi di dottorato molto interessante).

Dovete immaginarvi una situazione di questo tipo: una sala medio-piccola all’interno della facoltà di sociologia, un numero non altissimo di partecipanti, relazioni brevi seguite sempre da uno spazio di discussione, e un numero invece altissimo di connessioni attive (forse la metà dei presenti aveva aperto davanti a sé un portatile – io col mio piccolo Nokia che tentava di aggrapparsi al wireless dell’Università!).

Nello spazio dedicato alle domande e risposte dopo una presentazione, uno dei partecipanti (del gruppo dei meno giovani, lo dico perché la cosa può avere una sua rilevanza) ha fatto notare che non aveva mai partecipato ad un convegno in cui la maggioranza delle persone sembrava più interessata alla rete che a quello che il relatore di turno stava dicendo.

Era seduto dietro di me, e di fianco a danah. Il possibile imbarazzo causato da questa affermazione – chiaramente un rimprovero – è stato prontamente superato dal fluire della conversazione collettiva, ma devo dire che io e forse diversi dei presenti devono aver pensato con me che qualcosa era successo.

Evidentemente lo ha pensato anche danah che, il 13 luglio, ha pubblicato un post proprio su questo episodio.

Un passaggio tradotto, che descrive la reazione di danah in quel momento:

“Non c’è dubbio che avevo capito appena di che cosa il relatore stesse parlando. Ma durante il suo intervento, avevo consultato sei diversi concetti da lui introdotti (grazie Wikipedia), visto due dei paper dei relatori per tentare di assimilare di che cosa mai si stesse parlando, e usato Babelfish per tradurre la conversazione in italiano che stava avendo luogo su Twitter e FriendFeed … Naturalmente, ho anche cercato informazioni sulla metà delle persone nella stanza (incluso il condiscendente signore di fianco a me) e postato io stessa un tweet.”

Dinamiche simili (una parte dei presenti assorbita in qualche forma di connessione e l’altra parte a condannare come dispersiva questa sorta di attività tecnologica parallela), si ritrovano anche in situazioni didattiche o lavorative. In Italia, abbiamo probabilmente presente il problema dei cellulari usati dai ragazzini a scuola, meno forse la possibilità di andare a riunioni di lavoro con un proprio laptop, ma forse è solo una questione di tempo.

Possiamo ipotizzare che ciò che è in gioco è un diverso modo di interagire col contesto, un diverso modo di porre attenzione, un diverso modo di impegnarsi intellettualmente.

Di nuovo danah:

“Sono diventata una ‘cattiva studentessa’. Non posso più girare per un museo d’arte senza porre un miliardo di domande che il docente non sa o a cui non risponderà, o desiderando ardentemente di avere accesso a informazioni che vanno oltre a quello che c’è scritto sulla brochure (ad es. sapevate che Raffaello morì per aver fatto troppo sesso?!). Non posso prestare attenzione a conferenze senza consultare contenuti rilevanti. E, nel mio mondo, ogni meeting e discorso è potenziato da un canale secondario di comunicazione.”

Con tutta questa attività di revisione, commento, controllo, navigazione su Wikipedia e così via… “apprendo quello che lo speaker vuole che io apprenda? Forse no. Ma io sto imparando e pensando e impegnandomi.”

Di nuovo, connessione continua, condivisione e apprendimento vanno di pari passo.

Ditemi se non vi siete mai sentiti frustrati dal fatto che, nel bel mezzo di una conversazione, non eravate in grado di controllare su Wikipedia chi avesse ragione su una data, una definizione, un fatto. Ditemi se, leggendo una notizia sul giornale, non avreste voluto immediatamente commentare quella notizia con qualcuno. Se vi riconoscete almeno un po’, allora significa che avete bisogno di uno smart phone ;-) e, forse, che state diventando anche voi dei “cattivi studenti” che reclamano la loro parte di vita cyborg!

Trovo comunque che questo modello di apprendimento in cui l’attenzione è deviata dal focus del discorso del relatore a favore del contesto del discorso, della verifica delle fonti e della creazione di correlazioni sia affascinante.

E trovo anche che questo assomigli all’effetto dispersivo e contemporaneamente costruttivo che può avere la biblioteca, che permette ai suoi utenti di creare connessioni del tutto personali anziché costringerli a focalizzare l’attenzione su percorsi rigidi.

E che possa invece, in un certo senso, essere agli antipodi dell’idea dell’insegnamento scolastico tradizionale, ma anche della lettura del libro, esperienze per definizione preordinate, sequenziali, totalizzanti, solitarie…

Allora, ho fatto bene ad andare ad Urbino? ;-)

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