Emerging trends in technology: libraries between Web 2.0, semantic web and search technology (1)

Di tutto il pacchetto IFLA 2009, ho partecipato alla sessione di Firenze su web 2.0 e web semantico.


Molti gli interventi e i relatori, provenienti da diverse parti del mondo: nord Europa, USA, Canada, Egitto, Iran… molto pochi i bibliotecari italiani presenti, sicuramente frenati (come si è già fatto osservare) dall’alto costo di entrata e dall’assenza di traduzione in italiano degli interventi.

Di tutti i temi trattati, il web semantico è stato per me quello più difficile. Onestamente, è per me un argomento su cui ancora devo farmi un’idea chiara e mi sarà perciò difficile renderne conto qui.

Posso invece raccontare di alcune cose che mi hanno colpito, cominciando con qualche osservazione “antropologica” personale.

Innanzitutto, ad un convegno su temi che si vogliono particolarmente avanzati e in qualche modo “tecnofili”, l’ampio divario generazionale rappresentato dai partecipanti: dalla giovanissima francese esperta di dati bibliografici in un contesto di web semantico, al germanico biblio-hacker con una cresta quasi punk sulla testa, all’attempata rappresentante della Library of Congress (camicia bianca, filo di perle, capelli bianchi raccolti). Sarà solo una mia impressione, ma già questa varietà umana mi ha fatto pensare ad un mondo del lavoro più sano del nostro: possibilità di azione per i giovani, valorizzazione delle competenze accumulate dagli anziani, diversità.

Seconda osservazione antropologica, la differenza profonda nello stile degli interventi introduttivi, specie se affidati alle mani degli americani. Mentre qui brilliamo per interventi di assessori coi minuti contati o di presidenti ingessatissimi di cui non si vede la fine, l’idea dell’intervento introduttivo made in USA è quella di lanciare un messaggio generale fatto di slogan, provocazioni, parole chiave, ma anche incoraggiamento, pensiero positivo e volontà di fare. Al di là dei gusti personali, l’idea di creare un clima positivo all’inizio di un convegno a me sembra buona, perché rispetta il fatto che eventi del genere siano anche esperienze di condivisione e lavora sull’idea che, al di là delle tecniche e della gestione quotidiana, quello che occorre è una visione di cosa stiamo facendo.


Di questo stampo l’apertura di Stephen Abram (se avete presente lo stile di David Lankes, ci siamo vicino), che si potrebbe intitolare con una sua frase che riporto più o meno letteralmente:

“Se state ancora parlando di web 2.0, siete significativamente indietro!” ;-)

Questi alcuni dei suoi punti.

Le biblioteche vanno considerate nel ruolo che hanno nel contesto dell’educazione (per l’esattezza, del learning environment, cioè dell’ambiente dell’apprendimento inteso in senso lato). La chiusura negli USA di diverse biblioteche scolastiche, ad esempio, è stata messa in relazione diretta con l’abbassamento dei risultati ottenuti dagli studenti. In questo contesto, le biblioteche hanno un ruolo da difendere, ma possono farlo solo creando attivamente proposte positive, abbandonando un atteggiamento di pura reazione ad eventi che le travalicano.

Il successo ancora registrato dalle biblioteche “fisiche” pare legato al desiderio di socializzare e di appartenere ad una learning community. In questo senso, si può dire che ciò che conta, ancora più dei contenuti, sono i contesti. Bisogna dunque cominciare a pensare le biblioteche come entità sociali che facilitano una serie di stimoli e di scambi. Che producono information literacy, conversazioni, servizi personalizzati e… comfort!

Quella del comfort è un’idea che riemergerà anche nella discussione corale del secondo giorno del convegno, ad es. nell’idea che il lavoro di ricerca sugli opac dovrebbe risultare un divertimento, e non una fatica, se vogliamo che l’uso dei nostri servizi si allarghi all’utente di internet, e non resti confinato all’utente tradizionale della biblioteca.

Il rapporto con gli utenti tenderà però sempre più a diventare una relazione a distanza. Il collegamento via telefono cellulare, quello dominante in assoluto. E’ anche vero che il pubblico delle biblioteche è composto da strati molto diversi fra loro, che non abbracciano le mutazioni tutti nello stesso momento. Occorre però partire dalle abitudini di consumo di quelli che sono gli innovatori.

Che cosa accadrà quando tutti o la maggioranza dei libri si troveranno online? Nasceranno nuove forme di assemblaggio per i quotidiani, per i libri di testo, per i programmi educativi. Sui siti delle biblioteche si troveranno anche musica, audio e videogiochi. Non vanno dunque confusi libri e lettura, libri e apprendimento. Quello che potrebbe essere il nostro compito del futuro sarà la gestione dei micro-contenuti, non il libro ma il capitolo, la parte di informazione rilevante, il dato (e qui siamo già sul web semantico). Non si tratta certo di un lavoro marginale, specie se si considerano i limiti del contesto, ad esempio i limiti dei motori di ricerca e la possibilità di manipolare i loro risultati con la search optimization.

Sempre dalla discussione collettiva del secondo giorno, e sempre sul futuro del nostro lavoro, la notizia che nella formazione professionale statunitense si tende a non insegnare più a catalogare, ma a capire come si struttura la conoscenza, esattamente come nel campo della programmazione informatica non importa il linguaggio usato, ma l’applicazione della logica.

Qualche indicazione di massima su come affrontare il cambiamento in atto viene dal secondo relatore, Ken Chad, nel suo intervento dal titolo Disrupting libraries: the potential for new services.

Il punto di partenza è il riconoscimento che i diversi sistemi ILS, cioè i pacchetti di gestione informatica delle biblioteche, sono arrivati ad assomigliarsi molto. Utilizzando anche esempi tratti da mercati completamente diversi, Chad sintetizza alcune delle direzioni in cui ci si dovrebbe muovere per affrontare il nuovo combinando pratiche di gestione e sviluppo software:

1. Sviluppare prodotti semplici, di utilizzo più facile rispetto agli attuali, invece di continuare ad aggiungere upgrade su upgrade a prodotti vecchi senza che questo si trasformi in miglioramenti di sostanza.
2. Spezzare le regole. Tenere presente l’esempio di Nintendo Wee, che ha rivoluzionato il mercato dei videogiochi non inseguendo l’obiettivo di una grafica sempre più evoluta, ma modificando il modo in cui si gioca.
3. Innovare i modelli di business.

Applicate alle biblioteche, queste direzioni possono significare ad esempio cominciare a comprare meno libri e trovare nuovi canali di distribuzione. Non aspettare a finanziare l’innovazione con sponsorizzazioni o entrate improbabili, ma farlo utilizzando parte dei fondi del proprio core business. Indirizzarsi al non consumer (l’utente potenziale), eliminando le barriere di abilità, ricchezza, accesso e tempo che lo tengono lontano dalla biblioteca. Non focalizzarsi sugli strumenti (catalogo, ecc.) ma su quello che ci sta dietro (informazione, conoscenza).

Mi fa piacere infine riportare che Chad, per sottolineare come il momento sia importante e cruciale per le biblioteche, abbia citato una serie di libri scritti da non bibliotecari, ma in cui le biblioteche vengono citate come snodi, o problemi, o paradigmi di qualcosa in atto.

Si tratta di: La ricchezza della rete di Yochai Benkler, Il lato oscuro della rete di Nicholas Carr, Uno per uno, tutti per tutti di Clay Shirky ed Everything is miscellaneous di David Weinberger.

Sono libri di cui si è scritto diverse volte su questo blog, ed essendo quasi tutti tradotti in italiano direi che non ci restano molte scuse per non leggerli! :-)

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