La fine di tutte le guerre (in rete)

Recentemente ho letto l’ultimo libro di Lawrence Lessig (il papà del movimento Creative Commons), Remix : il futuro del copyright (e delle nuove generazioni) / Lawrence Lessig. – Milano : Etas, 2009

Il libro parla di copyright e di nuove generazioni, in effetti, ma il sottotitolo inglese, un po’ più preciso sui contenuti, è Making Art and Commerce Thrive in the Hybrid Economy, cioè far prosperare arte e commercio nell’economia ibrida. Sottotitoli mutanti a parte, si può dire che questo sia un libro pacifista.

Pacifista nel senso che cerca di lottare contro gli opposti “estremismi” associati al diritto d’autore. Pacifista contro l’idea che i temi legati a copyright e remix siano una guerra da combattere su fronti contrapposti, e pacifista per un sano senso pragmatico: “Sto parlando specificamente di una guerra che non possiamo vincere e delle alternative a tale guerra, alternative che avrebbero la conseguenza di decriminalizzare i nostri figli, nonché molti di noi” (p. XXI)

Sulla vostra destra qui nel mio blog potete vedere il simbolo della licenza CC, e nella sua forma più purista: potete riutilizzare tutto, ma qualunque cosa ne facciate deve avere la stessa licenza e non ci potete guadagnare sopra. E’ un simbolo che fa bella mostra di sé, anzi diciamo pure che l’ho messo lì per ostentarlo, per esprimere una dichiarazione d’intenti che io percepisco come un valore politico. E’ così importante per me diffondere la conoscenza di questo tipo di licenze (e di produzione) da farmi ignorare il ridicolo insito nel proibire un utilizzo commerciale dei miei contenuti (ipotesi ovviamente abbastanza irrealistica). Oppure, in modo più sottile, sto dicendo che fare soldi con un blog sarebbe una cosa disdicevole, perché se lo faccio per volontariato io, dovreste farlo anche voi. Si tratta, nel suo piccolo, di un esempio di estremismo associato al diritto d’autore. O di libera scelta.

In un certo senso, Remix parla anche del perché io abbia scelto quel simbolo, e di che senso abbia la mia scelta.

Ma chiariamo un po’ le cose.

Il libro è composto da tre parti, dedicate rispettivamente a delineare dei macro-modelli di cultura, dei modelli di economia, e delle proposte di riforma del sistema del copyright (nello specifico statunitense, ma l’impostazione generale del discorso si applica anche a sistemi giuridici diversi).

Parlando di modelli di cultura, Lessig fa un esplicito riferimento ad Henry Jenkins (principalmente quello di Cultura convergente), e alla sua idea di cultura partecipativa.

Il concetto di cultura partecipativa fa riferimento alle molte possibilità offerte dal digitale e dalla rete di produrre “amatorialmente” prodotti culturali, in contrapposizione alla produzione professionale alla quale tendiamo ad associare l’idea di scrivere un libro, girare un film, comporre una canzone e così via. A differenza di quanto possa sembrare, questa pratica è abbastanza simile a quello che della cultura popolare è sempre stato fatto nel passato: una continua reinvenzione. E non solo della cultura popolare (pensate ai generi letterari). In altre parole, siamo noi nati nel ventesimo secolo a costituire un’eccezione nella storia: nati e cresciuti per essere spettatori, e nient’altro che spettatori, quando prima e dopo di noi le persone non hanno invece mai condiviso l’idea che la cultura fosse una cosa riservata in esclusiva ai professionisti.

Cultura partecipativa significa cultura della scrittura:

“Ovviamente penso che la lettura sia importante. Ovviamente è ‘fondamentale’. Ma gli esseri umani vanno ben oltre ciò che è fondamentale. E mentre vedo crescere i mie figli, l’aspetto che apprezzo di più non è la loro lettura. E’ la loro scrittura. Da quando il più grande, che oggi ha cinque anni, ne aveva due gli abbiamo raccontato storie di ‘mostri’. Assistere alla fervida attenzione con cui seguiva ogni colpo di scena che accadeva in queste storie totalmente improvvisate era splendido. Ma il momento in cui ha protestato per la prima volta per un determinato sviluppo della trama, spiegando quello che avrebbe preferito sentirsi raccontare, è stato uno dei più belli della mia vita. Ciò che vogliamo vedere nei nostri figli è la loro volontà. Ciò che vogliamo aiutarli a sviluppare è una volontà ben articolata.” (p. 59)

Lessig chiama dunque i due modelli di cultura che derivano da questa analisi, mutuando i termini dall’informatica, cultura RW (Read/Write) e RO (Read/Only).

Il remix, la ricomposizione in un nuovo oggetto culturale di parti di oggetti preesistenti, è trattato da Lessig come l’esempio paradigmatico della cultura partecipativa. Un remix è la musica composta tramite il campionamento di pezzi altrui, come il video fatto in caso da un ragazzino utilizzando immagini di Guerre stellari, o la fanfiction su Harry Potter pubblicata online. Senza riutilizzare il materiale degli altri, in sostanza, è difficile partecipare. Senza partecipare, direbbe Jenkins, si è analfabeti. Il punto è, però, che partecipare in questo modo rende chiunque un criminale.

Sebbene il video su YouTube fatto con gli spezzoni di Guerre stellari non possa costituire in alcun modo una forma di concorrenza verso l’originario Guerre stellari, il ragazzino che l’ha fatto viola la legge perché di quelle immagini fa delle copie non autorizzate.

Io posso in modo del tutto legittimo passare tre ore a copiare a mano citazioni dall’ultimo libro di Lessig, ma se per caso trovassi in rete un file che si chiama “Lessig-Remix.pdf” (di dubbia provenienza), lo scaricassi in file sharing e lo utilizzassi per fare un meno stupido copia-e-incolla per il mio blog, commetterei un crimine.

Perché mi è riconosciuto il diritto a citare un testo scritto ma non ad utilizzare una copia digitale dello stesso testo? Perché il ragazzino può citare un dialogo di Guerre stellari in un tema per la scuola ma non può citarne delle immagini in un video? Non si tratta in ogni caso di forme di scrittura (ovvero, di produzione partecipativa)?

“Esistono differenze evidenti fra queste forme di espressione. La più rilevante, ai fini della nostra argomentazione, è quella relativa al grado di democrazia, dal punto di vista storico, di tali forme di ‘scrittura’. Mentre la scrittura testuale è una cosa che viene insegnata a tutti, la realizzazione dei film e quella dei dischi fu, per gran parte del XX secolo, appannaggio dei professionisti. Ciò implicò che fosse più facile immaginare un regime che obbligava a chiedere il permesso per trarre citazioni dai film e dalla musica …

Che cosa succede, però, quando la ‘scrittura’ attraverso la pellicola (o la musica, o le immagini, o qualunque altra forma di ‘discorso professionale’ nato nel XX secolo) diventa altrettanto democratica quanto la scrittura testuale?” (p. 32)

In sostanza, l’errore sta nel fatto che il copyright regola le pratiche di oggi come se fossimo nel mondo di ieri. La regolamentazione riguarda la produzione di copie, ma nel consumo digitale la copia è intrinseca al consumo: quando leggo un ebook, il mio sistema lo copia e questo fa scattare automaticamente la legge. Se il prodotto è coperto da un sistema di DRM (Digital Rights Management), il mio consumo del libro sarà magari ridotto ad un certo numero di “letture”.

“Nell’era digitale, dunque, la cultura RO è esposta al controllo a un livello tale che nell’era analogica non è mai stato raggiunto. La legge regolamenta maggiormente. La tecnologia può regolamentare più efficacemente …

Il rapporto della legge con la cultura RW è diverso. Anche in questo caso, l’atto stesso della ‘riscrittura’ in un contesto digitale genera una copia; tale copia fa scattare la legge sul copyright. Una volta scattata, la legge richiede una licenza o l’invocazione giustificata del fair use. Le licenze sono rare; giustificare l’invocazione del fair use costa molti soldi. Per definizione, l’utilizzo in chiave RW viola le legge sul diritto d’autore. La cultura RW, pertanto, è presumibilmente illegale.” (p. 71)

Sintetizzando la prima parte del libro, Lessig delinea alcune “lezioni dalle culture” RO e RW:

  • La cultura RO è valida e importante”. “Il primo passo da compiere per apprendere è ascoltare. La cultura RO è essenziale ai fini di compiere questo primo passo.” (p. 76)
  • La cultura RO prospererà nell’era digitale”. Lungi dai timori di chi teme l’abbandono della grande cultura del passato, con l’abbassamento dei costi associati all’accesso si creerà la più grande biblioteca della storia, anche se non necessariamente a titolo gratuito. “ … più contenuti culturali saranno accessibili a un prezzo più conveniente che mai” (p. 76)
  • Anche la cultura RW è valida e importante”. La storia dell’alfabetizzazione mostra che insegnare a scrivere ai bambini è importante tanto quanto insegnare loro a leggere.
  • Il fatto che la cultura RW prosperi o meno dipende almeno in parte dalla legge”. “ … la legge, nella sua forma attuale, ostacolerà lo sviluppo delle istituzioni culturali che devono entrare in gioco se si vuole che tale cultura si diffonda.” (p. 78)
  • L’impostazione attuale della legge è al tempo stesso distruttiva e controproducente nei confronti di valori molto più importanti del profitto delle industrie culturali”. Ciò è visibile ad esempio nelle guerre sferrate contro il file sharing p2p, di cui si fa notare che non solo sono fallite nel loro obiettivo, ma che non hanno portato ricavi agli artisti, e hanno bloccato l’innovazione legata a queste tecnologie.

Il secondo tassello del libro sta nella descrizione di due modelli economici di base, l’economia commerciale di tipo tradizionale e l’economia della condivisione ben rappresentata da tanti esempi online, dall’open source a Wikipedia. Per arrivare all’ipotesi che un terzo modello, definibile come “ibrido” sia quello che può resistere nel tempo e portare i frutti migliori. Il tema è quello della produzione di User Generated Content e del loro “sfruttamento” più o meno libero.

In un’economia di condivisione “l’accesso alla cultura non è regolato dal prezzo, ma da un complesso set di relazioni sociali.” (p. 111). I doni e l’economia della condivisione sono un mezzo per stabilire legami con le persone. Va però riconosciuto che le motivazioni egoistiche ed altruistiche sono sempre intrecciate: come aiuto i vicini di casa per diffondere una certa idea di me, allo stesso modo posso essere interessato a procurarmi una buona reputazione firmando col mio nome i miei interventi su Wikipedia, tenendo un blog, eccetera. Da tutte queste azioni mi aspetto non un risultato in termini di guadagno di soldi, ma di riconoscimento da parte degli altri, di soddisfazione, di creazione di legami (dai quali alla lunga può anche scaturire un ricavo economico).

Si possono quindi definire “’economie di condivisione sottili’ quelle in cui la motivazione è principalmente egoistica, ed ‘economie di condivisione spesse’ quelle in cui le motivazioni sono quanto meno ambigue in termini dell’appartenenza alla categoria egoistica o a quella altruistica” (p. 117)

Nell’ottica delle probabilità di sopravvivenza nel tempo di una determinato modello economico“ … di solito un’economia di condivisione sottile è più facile da supportare rispetto a una spessa.” (p. 119)

In che senso?

“L’ibrido è un’entità commerciale che mira a sfruttare il valore creativo di un’economia di condivisione, oppure un’economia di condivisione che dà vita a un’entità commerciale per agevolare il raggiungimento dei propri obiettivi di condivisione.” (p. 137)

Esempio paradigmatico di economia ibrida è il free software, ad esempio con aziende come Red Hat, basate sullo sfruttamento commerciale del lavoro della comunità legata a GNU/Linux, o come Canonical Ltd. che si occupa del sistema Linux Ubuntu.

Esempi che possiamo con più facilità percepire come riguardanti prodotti culturali rientrano in varie categorie: gli spazi comunitari come Flickr, YouTube; gli spazi collaborativi come Yahoo! Answers, Wikia e lo stesso genere della fanfiction; community come Second Life.

In tutti questi casi, contenuti prodotti volontariamente dagli utenti contribuiscono a realizzare un sistema economico da cui qualcun altro ricava i frutti.

“La storia di queste economie ibride non è cominciata da molto. E ben presto, indubbiamente, i primi entusiasmi cederanno il passo a una visione più moderata, forse anche scettica. Le persone che contribuiscono all’economia di condivisione nel contesto di un ibrido si porranno sempre più domande riguardo a un mondo come questo, in cui il loro lavoro gratuito viene sfruttato da qualcun altro. Dovrebbero essere pagate? Quanto tempo dureranno questi ibridi?” (p. 185)

La risposta di Lessig è che deve esserci un equilibrio fra il vantaggio dell’azienda e quello dell’utente finale: entrambi devono guadagnare qualcosa dall’interazione. Inoltre, le aziende devono lavorare sulla base di un’assoluta trasparenza, comunicare con la comunità di riferimento, lasciare un po’ di potere nelle sue mani e rispettarne i valori ed il senso comune.

Date ad esempio un’occhiata alle recensioni su IBS: se l’azienda non pubblicasse quelle negative, avreste ancora voglia di partecipare? Vi fidereste delle recensioni che vedete? (A onore di IBS va detto che la trasparenza in questo caso è rispettata, guardate ad es. qui).

O, per fare un esempio di portata davvero maggiore: vi sentite davvero “sfruttati” da Google perché le vostre ricerche sono il minuscolo tassello che, insieme a milioni di ricerche di altre persone, fa sì che il motore di ricerca funzioni e che qualcuno là diventi miliardario? E quanto è importante, però, che i link sponsorizzati nella lista dei vostri risultati di ricerca siano graficamente distinti dagli altri?

Quella che va abbandonata è, come nel caso delle “guerre” del copyright, una visione improntata allo scontro frontale:

Se le persone che operano “all’interno di un’economia di condivisione odiano il commercio – se sono disgustate all’idea che chiunque realizzi profitti, ovunque – le probabilità che possano prendere forma ibridi sani sono limitate. Analogamente, se le persone che operano all’interno dell’economia commerciale ignorano l’etica della condivisione – se trattano i suoi membri come clienti, o come ragazzini – le probabilità che possa prendere forma un ibrido sano sono altrettanto limitate.” (p. 191)

Analogamente, “dobbiamo evitare una sorta di imperialismo intellettuale. Dobbiamo essere consapevoli delle differenze che intercorrono fra i beni culturali: software vs musica; musica vs articoli scientifici. Le consuetudini che giustificano la produzione gratuita in un campo non sono necessariamente quelle che giustificano la produzione gratuita nell’altro.” (p. 193)

Dunque, non sempre, non a tutti i costi, la più purista delle licenze…

Se torniamo per un attimo alla licenza CC di questo blog, tutto sommato, anche dopo la lettura del libro, mi sembra ancora quella giusta da scegliere. Ma se invece guardiamo le slide che pubblico online per dei corsi di formazione, una clausola di utilizzo libero ma non commerciale non è forse solo un inutile ostacolo a chi (probabilmente guadagnando poco quanto me) vorrebbe riutilizzarne una parte per un corso analogo? Pensate ad una sorta di remix di materiali didattici: perché non poterlo adoperare in un contesto professionale, quando siete pagati per fare quello che state facendo?

Per terminare, ecco alcune linee di proposta di riforma del copyright fatte da Lessig (da p. 206):

  • Deregolamentare la creatività amatoriale”. Questo servirebbe a depenalizzare un utilizzo di materiali che non produce comunque una possibile fonte di guadagno per le grandi industrie culturali (Hollywood non può fare soldi dal video fatto in casa dal ragazzino utilizzando spezzoni di Guerre Stellari). Inoltre, farebbe sì che le grandi aziende siano protette da un eventuale uso inappropriato dei loro materiali. Se utilizzo Guerre stellari per girare una saga nazista, quella che viene colpita è la reputazione di chi ha creato Guerre stellari, perché secondo la legge si presume che abbia dato il suo consenso a questo utilizzo. Se il consenso non è obbligatorio, cade la responsabilità dei produttori originali.
  • Diritti chiari”. Si potrebbe prendere in considerazione un sistema opt-in (che preveda cioè la protezione del diritto d’autore solo per chi ne faccia richiesta) invece di uno opt-out come quello attuale (che regolamenta in modo automatico tutte le opere). O almeno si potrebbe pensare ad un sistema che protegga le opere automaticamente per un periodo limitato, dopo il quale spetterebbe all’autore prorogare la protezione. “Se per il detentore del copyright non vale la pena, dopo 14 anni, di compiere qualche piccolo passo per registrare le proprie opere, non dovrebbe valere la pena per il governo di minacciare un procedimento giudiziario per tutelare la proprietà stessa.” (p. 214)
  • Semplificare”. “Dato che la legge sul diritto d’autore è fatta in modo tale da regolamentare Sony e vostro figlio di 15 anni, un sistema che immagina che ogni utilizzo sia esaminato da una torma di avvocati è talmente inadeguato da risultare criminale. Se la legge deve rivolgersi anche a vostro figlio, deve farlo in modo tale che lui possa capirla.” (p. 217)
  • Decriminalizzare la copia”. Il copyright dovrebbe smettere di occuparsi della produzione di copie a favore di una regolamentazione degli utilizzi (ad es. la distribuzione pubblica o commerciale sono utilizzi diversi da quelli puramente amatoriali).
  • Decriminalizzare il file sharing”. “Autorizzando perlomeno quello non commerciale attraverso l’imposizione di una tassa che permetta di corrispondere royalty ragionevoli agli artisti di cui vengano condivise le opere, oppure autorizzando una semplice procedura di cessione di una licenza globale grazie a cui gli utenti possano acquistare, a poco prezzo, il diritto di condividere liberamente i file.” (p. 220)

A poco prezzo? Quello che potremmo avere sempre gratis? Già sento la vocina che obietta… ma sarebbe proprio questa l’ipotesi: abbandonare i rispettivi estremismi. Io lo farei. Ma ad Hollywood, lo farebbero anche loro?

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