Ottavo rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione

Come ogni anno, il rapporto curato da Censis e Unione cattolica della stampa italiana (e sponsorizzato da 3, Mediaset, Mondadori, Rai e Telecom: par condicio?) ha il pregio di considerare i consumi culturali degli italiani nel loro insieme invece che per tipologia tecnologica o filiera economica.

Nell’attesa di vedere il rapporto integrale, sul sito del Censis è possibile scaricare la sintesi per la stampa che è stata alla base delle diverse notizie che potete aver letto su giornali e blog.

Come sempre, il rapporto funziona come segnalatore di tendenze di breve-medio termine (il range di anni messi a confronto è al massimo 2001-2009) e, aggiungerei, come potente stimolo alla riflessione.

In linea generale, “tra il 2001 e il 2009 i consumi di tutti i media risultano in crescita. Non solo i telefoni cellulari (+12,2%) e Internet (+26,9%) vedono incrementare i loro utenti, ma anche la radio − che ormai si può ascoltare anche dal lettore mp3, dal telefonino e da Internet − fa un grande balzo in avanti (+12,4%), così come aumentano, anche se di poco, i lettori di libri (+2,5%) e di giornali (+3,6%), e la stessa televisione raggiunge praticamente la quasi totalità degli italiani (+2,0%).”
Un dato sicuramente positivo.

Il confronto fra gli anni 2007-2009, però, mostra diversi fenomeni che i redattori del Rapporto mettono in relazione con l’attuale crisi economica, rilevando una “generale espansione dei mezzi gratuiti e la sostanziale battuta d’arresto di quelli a pagamento”.

Il cellulare, ad esempio, si mantiene stabile come consumo medio grazie al fatto che è aumentato l’uso delle sue funzioni di base, ma diminuito quello per connessioni alla rete e come videofonino.

Particolare la situazione dei periodici a stampa: i quotidiani tradizionali continuano il loro declino (dal 67% al 54,8% sempre nel periodo 2007-09), accompagnati nella discesa da settimanali (- 14,2%) e mensili (-8,1%).

Il calo non pare essere compensato dalla free press, il cui consumo resta stabile, mentre il motivo della flessione che si riscontra anche nei quotidiani online viene rintracciato (credo giustamente) “nell’evoluzione degli impieghi della rete”. Sembra cioè che a soddisfare il bisogno di informazione di attualità sia la presenza di notizie in forma granulare e diffusa su una varietà di piattaforme, dai blog ai social network, dai motori di ricerca agli aggregatori di news, e che questo renda semplicemente meno indispensabili i quotidiani tradizionali.

Su questi temi segnalo anche la lezione tenuta su Oilproject da Anna Masera, giornalista de La Stampa, Giornalismo e giornalisti tra crisi e opportunità dell’era Internet, visibile già ora in video senza limitazioni secondo il sano principio del be free to learn seguito dal progetto.

Tornando al Rapporto, la lettura di libri aveva registrato una leggera crescita per tutto il decennio, che invece pare ora interrotta. “La flessione si presenta tra uomini e donne, soggetti più istruiti e meno scolarizzati, per cui è difficile non considerarla collegata alla congiuntura economica”. Aggiungerei che è anche un po’ difficile non considerarla nel contesto più generale dell’uso della rete…

Passando appunto ad Internet, però, esce quella che a mio parere è la notizia peggiore di tutte: la variazione positiva dal 2007 al 2009 è minima, per un totale attuale che copre il 47% della popolazione italiana e che riproduce i già noti limiti che penalizzano gli anziani, le donne e le persone con un livello di istruzione basso.

I dati relativi all’uso della televisione rilevano una situazione ormai stabile di proliferazione delle piattaforme (digitale terrestre, satellite, banda larga e mobile) e dei contenuti, con una buona percentuale di sottoscrittori di abbonamenti a pagamento (60%), ma sempre in maggioranza giovani o adulti, maschi e istruiti.

In termini di digital divide, che il Rapporto meritoriamente segue con attenzione, quest’anno complessivamente colpisce il 51,3% degli italiani. Al di là della soglia del divario, però, evolve nuovamente un dato che gli anni scorsi ha oscillato in vario modo, ovvero la percentuale di chi utilizza internet ma ha abbandonato del tutto i mezzi a stampa (nel 2006 erano il 5,7, nel 2009 il 12,9). Il Rapporto introduce pertanto un nuovo concetto, quello di press divide, per rendere conto della mutata situazione. Se il digital divide si attenua, il press divide aumenta: “ad aumentare negli ultimi anni l’estraneità all’uso dei mezzi a stampa, peraltro in misura rilevante, sono stati i giovani (+10,0%), gli uomini (+9,9%) e i soggetti più istruiti (+8,2%), quelli cioè da sempre ritenuti il traino della modernizzazione del paese.”

La sintesi del Rapporto conclude con un paragrafo dedicato ai social network, che per la prima volta, come è stato rilevato da molti, articolano l’idea complessiva di dieta mediatica.

Qualche dato quantitativo sui social network più conosciuti (attenzione, non necessariamente utilizzati!). In percentuale decrescente si tratta di Facebook (61,6), YouTube (60,9), Messenger (50,5%), Skype (37,6%) e MySpace (31,8%). Nel post dedicato all’argomento da Vincenzo Cosenza si trovano delle utili animazioni che mostrano le differenze (notevoli) fra chi conosce e chi usa queste piattaforme, oltre ad alcuni dati sulle diverse attività che vi si possono svolgere.

Io sarò anche affetta da strabismo virtuale, ma che solo lo 0,7 degli italiani utilizzi uno strumento facile, diciamo pure formato famiglia, come Flickr… mi sembra un dato quasi sconvolgente.

Infine, vengono evidenziate le attività che chi usa i social network dichiara di aver sacrificato a favore di questi: lettura di libri, consultazione di altri siti internet, cinema e dvd, shopping (!), ascolto della radio, telefonate e uscite con gli amici.

Un insieme di cose che non credo vadano considerate come un tutt’uno: se è evidente che in rete è molto più facile che nella vita fisica incontrare i propri amici e conoscenti (a meno che non si voglia considerare tali solo la ristrettissima cerchia di chi abita nella stessa città), più problematica mi pare la dichiarazione di consultare meno altri siti. Questa idea mi pare in accordo con l’ipotesi fatta da diversi ricercatori, secondo cui l’uso dei social network sta funzionando sia come varco d’ingresso alla rete per categorie di utenti che ne erano in precedenza escluse, sia come limite ad un suo uso ricco e consapevole.

Se vi interessa questo filone si può leggere il post su Facebook e l’ascesa della cyberborghesia di Giovanni Boccia Artieri, o l’intervento di Luca Sofri Il mondo salvato dai nativi digitali, pubblicato su Wired e leggibile anche come introduzione italiana ad un gran bel libro di John Palfrey e Urs Gasser, Nati con la rete: la prima generazione cresciuta su internet.

Qualche considerazione finale.

Qualche dubbio che il cosiddetto press divide che colpisce giovani, uomini e istruiti debba essere esclusivamente considerato un segno preoccupante, come sembra far intendere la sintesi del Rapporto. Non sarà invece che “il traino della modernizzazione del paese” si stia spostando su altri mezzi di comunicazione?

Il ruolo delle biblioteche in una situazione in cui la lettura di libri cala: alternativa positiva alle difficoltà economiche o baluardo inconsapevole delle mutazioni?

Più nello specifico, il ruolo delle emeroteche in un mondo digitale che pare favorire la varietà, la velocità di aggiornamento e la facilità di reperimento di quelli che ci ostiniamo a chiamare “articoli”.

La necessità di mantenere degli standard di qualità nei consumi culturali per tutti e non per molti, come sostiene invece candidamente Alberto Salarelli, perché quei molti che ambiscono ai nostri libri di carta sono destinati forse a diventare di meno, poi pochi, poi forse nessuno…

La fantasia di organizzare un servizio parallelo a Nati per leggere, che invece che i bambini a leggere, costringa gli anziani che affollano gli studi medici ad imparare ad utilizzare il pc! (Personalmente mi terrorizza l’idea di abbandonare al nulla per i prossimi 20-30 anni schiere di anziani sempre più alienati dal mondo circostante).

L’ipotesi che le biblioteche italiane debbano farsi carico di una campagna anti digital-divide, anche a costo di sacrificare le campagne di promozione alla lettura… ok, ma qui più che alle speranze siamo alle utopie, e perciò mi fermo!

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