I media tra crisi e metamorfosi: ottavo rapporto sulla comunicazione Censis/Ucsi

Alla fine dell’anno scorso ho provato ad evidenziare alcuni degli elementi interessanti della sintesi dell’ottavo rapporto Censis-UCSI sulla comunicazione.
Ora che ho potuto invece vedere il rapporto per intero vorrei aggiungere qualche riflessione e qualche elaborazione grafica che ci permetta di “vedere” i dati con un colpo d’occhio.

Intanto ricordiamo lo scopo generale del rapporto, quello di misurare le diete mediatiche, nel “tentativo di scoprire qual è la capacità degli italiani di entrare in rapporto con il mondo servendosi di un numero maggiore o minore di media – quindi avvalendosi non solo di più fonti informative, ma anche di una pluralità di strumenti in grado di attivare facoltà cognitive ed emotive differenti” (p. 102)

Ecco come si è sviluppato il consumo generale di media nel periodo 2007-2009 fra l’utenza complessiva (chi ha utilizzato il media almeno 1 volta a settimana, mentre per i libri si intende chi ha letto almeno 1 libro nell’ultimo anno). Saltano agli occhi il crollo di tutti i tipi di periodici e la sostanziale inesistenza del mercato degli e-book:

Vediamo nel dettaglio il dato relativo all’uso di internet, per il quale si rileva un aumento piuttosto esiguo, dal 45,3% del 2007 al 47% del 2009. Può essere utile distinguere l’uso complessivo dall’uso abituale (connessione quotidiana o quasi) e vederli in relazione alle variabili classiche di età, sesso, luogo di residenza eccetera:

A parte alcune ipotesi relative a dati specifici (esempio: l’uso minore nei centri piccoli può essere determinato dall’età più avanzata dei residenti), per i quali rimando al rapporto, queste sono invece le riflessioni generali che i curatori fanno sull’uso di internet:

“ … la diffusione di Internet è strettamente collegata a fattori generazionali e ai livelli di istruzione. Sono i giovani e gli istruiti ad avere familiarità con la rete. Gli altri ne sentono parlare e, forse, essi stessi ne parlano, ma non la usano direttamente.

Di conseguenza, nel momento in cui Internet è diventata familiare a più dell’80% dei giovani e a quasi il 70% dei soggetti più istruiti, il dato complessivo può aumentare solo quando i giovani diventeranno adulti e termineranno gli studi, andando a ingrossare le coorti degli individui con età più avanzata, dunque con estrema lentezza.” (p. 27)

“ … tutte le analisi rivelano che il problema da affrontare, prima che tecnologico, è culturale.

Del resto, più del 95% della popolazione del paese è raggiunta dalla banda larga di prima generazione, eppure meno della metà degli italiani si connette a Internet, un terzo dei quali con le connessioni lente e due terzi con quelle veloci. La rete di trasmissione a banda larga di seconda generazione deve essere assolutamente realizzata per non penalizzare ulteriormente lo sviluppo del paese, ma non sarà esclusivamente da questa rete che verrà il salto di qualità nell’uso di Internet tra gli utenti.” (p. 101)

In sintesi, dunque, paiono sommarsi un problema legato alle caratteristiche demografiche del paese ed uno di esteso information divide, creando una situazione di blocco abbastanza preoccupante.

Passando alle vere e proprie diete mediatiche, cioè alla combinazione di media di tipo diversi, ecco come si presenta il digital divide (che potete immaginare come una linea che divide le colonne arancio dalle gialle). In questo caso, i dati riportati riguardano solo l’uso abituale (consumo di un media di almeno 3 volte a settimana), perché “è il consumo consolidato quello che determina il passaggio da una tipologia all’altra di utenza.” (p. 104)

La situazione è migliorata, ma ancora si rileva che

“ … la configurazione di un paese in cui un quarto della popolazione si colloca al di sotto della soglia del cultural divide e la metà è al di sotto della soglia del digital divide ci appartiene morfologicamente e potrà mutare solo in tempi medio-lunghi per effetto del ricambio generazionale. Sempre che non avvengano ulteriori rivoluzioni nel rapporto con i media prodotte dalle innovazioni tecnologiche o che non si verifichino radicali sterzate nelle strategie di diffusione dei nuovi media.” (p. 104)

I curatori del rapporto elaborano inoltre il nuovo concetto di press divide per rendere conto di quel 12,9% di persone che pare abbiano escluso dalla propria dieta mediatica ogni genere di mezzo a stampa (la colonna verde). Questi i dati specifici:


Come interpretare questo tipo di consumo mediatico? E’ ovvio che ci troviamo di fronte ad una novità assoluta, per la quale mancano termini di paragone e riflessioni pregresse. Devo dire che i curatori del rapporto esprimono a questo proposito alcuni giudizi che mi lasciano perplessa, come questo:

“ … la percentuale dell’11,8% dei meno istruiti passa al 14,2% tra i più istruiti. Più di un quarto dei diplomati e dei laureati italiani, dunque, non legge. Si tratta di persone che filtrano la lettura attraverso uno schermo, sia esso quello della televisione o quello del computer, con inevitabili conseguenze dal punto di vista della capacità di mantenere alta nel tempo la concentrazione, di comprendere testi articolati cogliendone i nessi logici interni, di avvertire la necessità di costruire discorsi complessi in grado di descrivere il mondo che, per sua natura, è complicato.” (p.107)

“ … ad aumentare negli ultimi anni l’estraneità all’uso dei mezzi a stampa, e in misura rilevante, sono stati i giovani uomini più istruiti, quelli cioè che venivano ritenuti il traino della modernizzazione del paese.

Non è certo il caso di trarre conclusioni affrettate, però è questo uno dei temi fondamentali intorno ai quali si dovrà continuare a investigare nei prossimi anni.” (p. 108)

Concordo sul fatto che non sia proprio il caso di arrivare a conclusioni affrettate. In particolare, mi pare superficiale l’idea che la stampa sia in ogni caso garanzia di concentrazione, comprensione di testi articolati e complessi, specchio di una realtà complicata e così via. Messo in questo modo, il discorso si potrebbe facilmente rovesciare dicendo che l’ipertestualità della rete restituisce un mondo molto più complesso e che la forza comunicativa delle immagini può essere pari se non superiore a quella della parola scritta. Insomma, devo dire che di questo rapporto apprezzo sempre la chiarezza espositiva dei dati ma meno le tentazioni leggermente moralistiche che affiorano qua e là…

Qualcosa di simile avviene anche col capito dedicato alla diffusione dei social media (social network, servizi di messaggistica, piattaforme di condivisione online ecc.), che per la prima volta il rapporto comprende fra gli altri media. Interessanti i dati raccolti, un po’ zoppicanti alcune delle riflessioni che li accompagnano:


“ … non si può vivere senza relazioni sociali, senza sentirsi parte di una comunità, senza porsi all’interno di uno spazio condiviso o pubblico. E’ facile prendersela con i giovani che si costruiscono surrogati virtuali per supplire alla mancanza di esperienze dirette di vita sociale. E’ più difficile ammettere che in questo modo probabilmente stanno cercando di riparare i danni che le generazioni adulte hanno prodotto in precedenza.” (p. 136)

Bene, sarebbe bastato leggere quello che scrivono i molti sociologi attivi sul tema (ma anche iscriversi a facebook!) per sapere che un social network non è un “surrogato virtuale” della vita ma, semplicemente, una forma di relazione sociale che prima non c’era. Se volete un riferimento italiano su questo, potete seguire I media-mondo, il blog di Giovanni Boccia Artieri.

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...