Dell’accesso alla rete e del metodo delle ricerche

Appena pubblicato il post precedente, un lettore molto attento (grazie Giulio!) mi ha segnalato una fonte di dati sull’utilizzo di internet in Italia diversa da quella a cui facevo riferimento io (il Censis). Si tratta di Audiweb, ente di ricerca indipendente fra i cui associati si trovano molti editori del mercato online.

Su socialmediamarketing.it è possibile ad esempio leggere una sintesi dei risultati recenti, ma registrandosi (gratuitamente) sul sito di Audiweb si possono scaricare alcuni tipi di dati e AW Trends, la sintesi dei risultati.

Dalla premessa di AW Trends del 10 novembre 2009:

“AW Trends è il report trimestrale sui dati sintetici della Ricerca di Base sulla diffusione dell’online in Italia realizzata da Audiweb in collaborazione con l’istituto di ricerca DOXA.
La Ricerca di Base è una ricerca quantitativa finalizzata alla definizione dell’universo degli utenti internet in Italia e alla descrizione dei profili socio-demografici. Basata su un campione teorico costituito da interviste face to face con estrazione dei nominativi dalle liste elettorali, suddivise in quattro cicli trimestrali, su un campione della popolazione italiana residente (individui di 11-74 anni).”

La cosa interessante è che i dati Audiweb disegnano un panorama più ottimistico di quello rappresentato dal Censis.

Per restare a dati molto generali, Audiweb riporta un 63% della popolazione che ha complessivamente accesso ad internet, contro il 47% del Censis. Il divario di genere sembrerebbe molto meno pronunciato: Audiweb parla di circa 6 punti percentuali di differenza (uomini 66,6, donne 59,7), mentre gli utenti complessivi calcolati dal Censis, la categoria quindi più ampia della sua analisi, riportano un divario di 12 punti percentuali.

Altre tendenze coincidono invece nella sostanza, se non nei numeri:

“Internet risulta molto più presente tra le fasce medio/alte della popolazione lasciando emergere una diffusione non ancora capillare nella disponibilità di accesso, se si considerano i livelli di penetrazione quasi assoluti tra i laureati (94,9%), gli studenti universitari (96,8%), i dirigenti, quadri e docenti universitari (95,1%), gli imprenditori e liberi professionisti (94,1%) e gli impiegati e insegnanti (89,9%).”

Aggiungiamo un altro tassello:

“Per quanto riguarda, invece, l’accesso a internet da mobile, 4,2 milioni di Italiani nella fascia considerata dalla ricerca (8,8%) dispongono di un collegamento anche da cellulare, smartphone o PDA, con una variazione percentuale nel numero di italiani tra gli 11 e i 74 anni che possono accedere a internet via mobile pari al +45,4% (corrispondente a circa 1,317 milioni di individui) rispetto ai dati cumulati del 2008. In questo caso emerge un profilo abbastanza elevato delle persone con accesso alla rete via mobile, laddove gli indicatori più rappresentativi riguardano i laureati (15,8%), i dirigenti, quadri e docenti universitari (20,9%) e gli imprenditori e liberi professionisti (18,3%).”

Censis, nella sintesi del suo 8. rapporto, notava invece che:

“ … a crescere notevolmente è stato l’uso del cellulare nelle sue funzioni di base (dal 48,3% al 70,0%), mentre quelle più sofisticate – e costose – sono diminuite: l’uso dello smartphone è sceso dal 30,1% al 14,3%, il videofonino dall’8% allo 0,8%. Il dato – è bene rimarcarlo – non verifica il possesso dell’apparecchio, bensì ne misura l’uso effettivo.”

Parecchie differenze, dunque, sulle quali posso soltanto abbozzare qualche riflessione.

Innanzitutto dobbiamo essere consapevoli che, esattamente come avviene nelle transazioni di reference in cui data una domanda e due bibliotecari si avranno sempre due risposte diverse come risultato finale, è normale che ricerche sullo stesso argomento svolte da enti diversi arrivino a risultati tendenzialmente diversi.

Di recente un ricercatore del Politecnico di Torino mi ha assicurato che una differenza dell’ordine di milioni nel calcolo delle licenze Creative Commons fra un motore di ricerca e un altro è da considerarsi assolutamente non allarmante. Ma è vero che, in quel caso, ad essere misurato è il comportamento di macchine che lavorano con criteri coperti almeno in parte da segreto industriale, mentre in questo caso si tratta pur sempre di domande fatte da ricercatori umani ad un campione di italiani.

Giocano probabilmente in questo caso altri elementi specifici del come si fa una ricerca: come si fanno le domande, come è stato scelto il campione, eccetera. Io non ho accesso a informazioni così specifiche rispetto alle due ricerche né, se anche li avessi, sarei minimamente in grado di giudicare se una delle due sia meglio condotta. Posso però immaginare che anche piccole sfumature nelle domande possano portare ad esiti diversi: banalmente, avere un accesso ad internet perché suo figlio adolescente ha voluto l’adsl a casa non fa sì che necessariamente sua madre lo adoperi, anche se alla domanda “ha un accesso a internet da casa?” l’intervistata risponderebbe correttamente di sì.

Per fare un esempio più specifico, un elemento che mi pare vada a favore del Censis è l’idea di distinguere fra uso complessivo e uso abituale (quantitativamente più oneroso) di un certo media. Pensateci: è un po’ quella strana sensazione che prende i bibliotecari quando scoprono che, per essere considerate “lettori”, le persone possono aver letto anche un solo libro in un anno!

Una seconda osservazione è che, al di là del fatto che io possa apprezzare particolarmente il taglio dato dal Censis alla sua ricerca nel voler considerare complessivamente i consumi culturali delle persone, il quadro che ne emerge assomiglia di più alle mie personali percezioni. Che non esista quasi un divario di genere nell’uso della rete in Italia è ad esempio un’ipotesi che – soggettivamente – mi fa sorridere. Mi vengono in mente le tante signore che vengono a banco in biblioteca e mi usano come se io fossi la loro tastiera: sanno benissimo cosa vogliono, ma si rifiutano di utilizzare il pc da sole. Il titolo in opac lo devo digitare io.

Naturalmente, però, si tratta di non fidarsi troppo delle proprie percezioni soggettive.
Non posso affermare che i dati del Censis siano più verosimili come non posso affermare che una medicina sia efficace perché – dopo che l’ho presa una volta – mi sono sentita meglio.

Mi chiedo piuttosto, allora, altre cose. Ad esempio se il pubblico col quale vengo a contatto in una biblioteca pubblica, che è la fonte delle mie personali percezioni, sia rappresentativo della realtà generale oppure no. Se ci sia invece una fetta del mio pubblico che frequenta la biblioteca ma che non ha bisogno di chiedere aiuto ai banchi informazioni, e del quale io so qualcosa solo in termini di comportamento di prestito (diciamolo, non proprio dati qualitativi!). Se esista una gran fetta di persone che della biblioteca non ha oggettivamente bisogno… e se questa fetta di persone coincida – e in che misura – con gli effettivi non utenti.

Insomma, dovendo trovare una conclusione a questa piccola riflessione metodologica, devo ribadire un dato non nuovo: che dei nostri utenti non sappiamo molto. Li conosciamo a pelle, ce ne facciamo un’idea generale sempre influenzatissima dalle nostre personali aspettative, sappiamo quanti materiali prendono in prestito, in che giorni arrivano a frotte… mai abbastanza però per farci sopra una riflessione un po’ più strutturata. E per arrivare al punto di dover discutere da capo del come si fa una ricerca: come si fanno le domande, come si sceglie un campione rappresentativo eccetera eccetera eccetera!

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