I beni comuni: un nuovo ambientalismo della conoscenza?

La conoscenza come bene comune è un concetto che promette di diventare una base molto solida della riflessione intorno alla nostra professione. Come promesso, torno su questo tema dopo aver finito di leggere il libro curato da Elinor Ostrom e Charlotte Hess che porta lo stesso titolo.

by Roger B., alcuni diritti riservati

James Boyle (uno dei fondatori di Creative Commons) ha paragonato la nostra “attuale confusione nel parlare di cultura digitale” (p. 33) alla società americana degli anni ’50, che conosceva i fenomeni delle sostanze chimiche di sintesi, del calo demografico degli uccelli, dell’inquinamento dei fiumi e così via, ma non disponeva ancora di un quadro concettuale unitario per leggerli sotto una stessa luce. Quel quadro sarà fornito, poco tempo più avanti, dall’ambientalismo. I beni comuni potrebbero avere oggi un ruolo simile: definire e mettere in correlazione concetti che ancora non comprendiamo come interconnessi.

La storia del concetto di commons parte dal mondo fisico dei pascoli, delle acque di pesca, delle risorse economiche condivise da comunità locali al di fuori sia dello schema della proprietà privata, sia di quella statale. Sono sicura che a molti di noi tornerà in mente qualcosa di simile raccontato dai nostri nonni (se avete nonni e bisnonni contadini!).

Nel 1968, Garrett Hardin, studioso di ecologia umana, osservando sistemi di gestione di questo tipo parlò di “tragedia dei beni comuni” (su Science, 162/1968) sottolineando i rischi che essi possono correre: in sostanza, individui che cercano di massimizzare il proprio vantaggio personale possono portare alla rovina la risorsa collettiva.

Se io porto le mie pecore a pascolare su un terreno collettivo più di quanto facciano i miei vicini, le mie pecore diventano più grasse, ma il pascolo alla lunga si esaurisce, tutti i pastori – compresa me – si impoveriscono, finché arriva un proprietario terriero o un funzionario statale che mette un recinto intorno al terreno e fa pagare a tutti una tassa per usufruirne. Problemi dunque di competizione per l’uso, di sfruttamento eccessivo delle risorse e di free riding.

Il libro di Ostrom ed Hess si basa invece sull’idea che la “tragedia” non sia affatto inevitabile, e che il successo della gestione collettiva dei beni comuni dipenda da una corretta progettazione istituzionale della risorsa e da adeguate norme sociali.

“Progettare le istituzioni in modo da incrementare la produzione e l’uso di ogni genere di beni comuni, naturali o creati dall’uomo, è una sfida. La progettazione efficace richiede comportamenti di azione collettiva e autogoverno, fiducia e reciprocità, e la creazione e/o lo sviluppo continuo di regole appropriate. Abbiamo imparato che il buon governo dei beni comuni richiede una comunità attiva e regole in evoluzione che siano ben comprese e applicate” (p. 48)

Ma soprattutto, il libro accoglie ed approfondisce l’estensione del concetto di bene comune al mondo dell’informazione digitale: bene comune possono dunque essere un open archive, un repository istituzionale, una rivista elettronica, la conoscenza in generale. Viceversa, un rischio come quello del free riding può essere rappresentato ad esempio dal comportamento di chi utilizza reti P2P solo per scaricare materiale, senza mai “arricchire” la risorsa collettiva caricando a proprio rischio dei file.

Inevitabile connettere il tema a quello della gestione della proprietà intellettuale, specie considerando le caratteristiche proprie della conoscenza considerata come bene economico:

“I beni comuni della scienza, della comunità accademica e della cultura sono in primo luogo di natura sociale e ‘informazionale’. Tendono a coinvolgere beni non ‘rivali’, che molte persone possono usare e condividere senza per questo deteriorare la risorsa.” (p. 39)

Per chi volesse approfondire ma non avesse modo di leggere l’intero volume (che comprende anche interventi di tipo metodologico e tecnico-legale), io consiglio di leggere il capitolo 1, Panoramica sui beni comuni della conoscenza di Ostrom ed Hess, il secondo, Lo sviluppo del paradigma dei beni comuni di David Bollier e il settimo, Creare un bene comune attraverso il libero accesso di Peter Suber, che costituisce un’ottima introduzione all’Open Access. E magari anche il capitolo 10, Il software gratuito/open source come modello per l’istituzione di beni comuni nella scienza di Charles M. Schweik, se ancora non conoscete bene questa storia.

Da sottolineare che i bibliotecari occupano in questo libro un ruolo alla pari con altri generi di professioni. Non solo una delle curatrici, Charlotte Hess, dirige la Digital Library of the Commons alla Indiana University, ma le biblioteche sono viste come istituzioni con forti potenzialità nella creazione e nella gestione di beni comuni della conoscenza (anzi, le biblioteche sono beni comuni della conoscenza):

“che cosa possono fare i bibliotecari per rivendicare il proprio ruolo centrale nella costruzione e nel mantenimento dei beni comuni della conoscenza? In primo luogo, devono agire collettivamente per risolvere i numerosi problemi della comunicazione scientifica. Non possono lavorare da soli, o nel vuoto. Devono estendere le loro reti oltre le biblioteche, a includere l’intero spettro dei creatori di informazioni e degli utenti delle risorse informative. In secondo luogo, devono esplorare nuovi modi per condividere le informazioni, partecipando a iniziative come l’open access, i repository digitali e la preservazione basata sulle comunità, e coinvolgendo i soggetti interessati nella progettazione, creazione e gestione di questi strumenti. In terzo luogo, devono dar forma alla legislazione e partecipare al dibattito politico, promuovendo il valore e i benefici del libero accesso e illustrando i pericoli della recinzione. Infine, devono creare le proprie comunità di apprendimento per restare in prima linea nei nuovi sviluppi e comunicare al pubblico le loro implicazioni. Per facilitare il dialogo e la partecipazione, possono usare strumenti di collaborazione innovativi come i weblog (blog) e i feed RSS, che permettono di condividere idee e personalizzare la diffusione delle informazioni ai colleghi e agli utenti.” (p. 116)

E ancora:

“I ruoli futuri per le biblioteche sono associati alle funzioni tradizionali di tutela dei contenuti, ma anche – e sempre di più – allo sviluppo di contesti digitali per la ricerca basati su comunità. La sfida di fondo consiste nel creare quelle comunità d’informazione ubique e integrate che servono agli studiosi di oggi e allo stesso tempo renderanno possibili i prodotti e i processi della comunicazione scientifica di domani. Nel fare ciò, è essenziale prestare attenzione alle norme di comunità e ai nuovi interessi. Le biblioteche hanno un ruolo centrale da svolgere nell’esercitare controllo, nell’aggiungere valore e – sempre di più – nel catalizzare il cambiamento.” (p. 352)

Lascio a voi il compito di immaginare tutte le direzioni in cui ciò ci potrebbe portare. Nel frattempo, io penso a due altri capitoli del libro, quello di James Boyle e quello di Peter Levine, che aggiungono altre sollecitazioni…

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...