Merton liberato: aprire tutto e stare a vedere cosa succede

Ci sono un paio di capitoli in La conoscenza come bene comune che aprono ipotesi in direzioni un po’ differenti da quelle del resto del libro.

Uno di questi è Merton liberato? Accesso libero e decentralizzato a materiali culturali e scientifici di James Boyle.

Robert K. Merton, sociologo, è qui preso a prestito in questo senso:

“ ‘Mertonianesimo’ … è un termine preso in prestito dalla sociologia della scienza, generalmente usato per descrivere un processo di ricerca libera e aperta, non ostacolata da vincoli di segretezza o rivendicazioni di proprietà, e che si basa in gran parte sul processo di pubblicazione con peer review e di citazione per sottoporre le ipotesi alle dovute verifiche fattuali.” (p. 127)

Merton, insomma, descrive la scienza come processo i cui attori sono esclusivamente gli esperti, gli scienziati. La “liberazione” che ipotizza Boyle è invece quella che sarebbe costituita dall’accesso da parte del pubblico generico alla ricerca scientifica.

Boyle parte da un esempio positivo – il web come risorsa di informazioni fattuali – e poi lo prende a modello per chiedersi se le sue dinamiche partecipative possano applicarsi alla scienza in generale.

“Lo studio originale sulla ‘tragedia dei beni comuni’ di Hardin sovrastimava l’applicabilità del paradigma dei beni comuni tragici, e sottostimava per contro la possibilità di avere un bene comune ben gestito, governato da una varietà di norme formali e informali. Elinor Ostrom e i suoi colleghi ci hanno insegnato proprio questo, e molti teorici della proprietà intellettuale hanno mostrato l’applicabilità del loro lavoro ai beni comuni della conoscenza. Certamente, il mondo della comunicazione scientifica è un ambito promettente per questa applicazione. Ma se limitiamo la nostra analisi al mondo della comunicazione scientifica così come è costituito attualmente, ci renderemo colpevoli di un errore simile a quello degli originali autori della tragedia? Stiamo sottovalutando la capacità di un pubblico di non esperti, che abbia libero accesso a materiali culturali e dati di fatto oltre che ad articoli scientifici, di aggiungere ricchezza e profondità al mondo della ricerca, come è accaduto nel campo delle informazioni fattuali? Stiamo sottovalutando il potere di un pubblico allargato di arricchire le nostre ricerche, anziché limitarsi a leggerle?” (p. 137)

“La mia argomentazione poggia in parte sulle virtù di un pubblico più vasto del previsto, e sugli usi felicemente inaspettati consentiti dall’accesso senza restrizioni e da protocolli aperti e malleabili per la ricerca. Questo assunto è realistico? Gli sviluppatori di software open source ci dicono che se ci sono abbastanza occhi per guardare, i bug durano poco. Allora, se ci sono abbastanza cervelli, qualsiasi contenuto diventa interessante? Esiste un pubblico non specialistico per le opere di ricerca e i materiali culturali e scientifici su cui si basa la ricerca? Non sempre, naturalmente … Il punto è che non siamo in grado di prevedere con sicurezza dove e quando ci sarà un pubblico vasto per la ricerca scientifica o il materiale d’archivio, e ancora meno dove e quando i non ricercatori potranno dare un contributo utile al campo di ricerca. E, di nuovo, ciò suggerisce che l’apertura al vasto pubblico – anziché solo a un pubblico accademico – dovrebbe essere un principio costitutivo generale.” (p. 144)

Boyle ricorda “una serie di momenti in cui gli esperti hanno sventuratamente frainteso i possibili schemi di utilizzo di una tecnologia” (p. 140), ad esempio col telefono, nato come strumento di comunicazione uno-a-molti, o con l’email, di cui non si pensava avrebbe sostituito le telefonate nelle aziende con tanta rapidità.

“ … se la storia della tecnologia ci insegna qualcosa, è che non siamo affatto bravi a prevedere quali saranno gli usi della tecnologia. Questo fatto ha un corollario strutturale sottostimato ma assolutamente fondamentale: quando possibile, occorre progettare il sistema perché funzioni con contenuti aperti, su protocolli aperti, perché sia potenzialmente disponibile per il massimo numero possibile di utenti e perché tolleri la gamma più vasta possibile di modifiche sperimentali da parte di utenti che possono autonomamente determinare lo sviluppo della tecnologia. Poi bisogna fermarsi e aspettare per vedere che cosa emerge. Potrebbe darsi che le previsioni su come verrà usata la tecnologia, e persino quelle sul gruppo potenziale di utenti, si dimostrino completamente sbagliate … Proprio a causa dei limiti della previsione, rendere disponibile sul web l’intero archivio, così che chiunque possa sviluppare un motore di ricerca, o semplicemente usare Google, potrebbe essere una scelta più saggia che non costruire un sistema specialistico estremamente sofisticato progettato da esperti e usato da nessuno.” (p. 141)

Si può fare l’esempio della ricerca medica, la cui documentazione scientifica appare ai non esperti come materiale esoterico. Eppure, la presenza di un’enorme quantità di materiale sulla salute in rete fa sì che i profani la utilizzino ampiamente. Questo produce effetti negativi e positivi: autodiagnosi sbagliate, rifiuti di terapie non giustificati da un lato, ma dall’altro migliore consapevolezza dei termini sanitari, possibilità di scoprire diagnosi errate, assistenza nella formazione di gruppi di pazienti, iniziative per promuovere lo sviluppo di nuove terapie eccetera.

Nella progettazione di archivi, data base, repository o portali disciplinari l’ipotesi più realistica, e prudente, sarebbe dunque seguire un

“principio fondamentale: quando possibile, progettare il sistema su protocolli aperti, rendere il contenuto disponibile al maggior numero possibile di utenti e accettare la gamma più vasta possibile di modifiche e aggiunte sperimentali da parte di utenti che possano determinare personalmente lo sviluppo della tecnologia.” (p. 143)

Ma torniamo alla prima parte. Il modello che Boyle prende in considerazione e a cui compara un possibile sviluppo partecipativo nella ricerca scientifica è il web come lo conosciamo oggi, nato anarchicamente dalla giustapposizione di contenuti inseriti liberamente, e poi sviluppatosi grazie al lavorio continuo della collaborazione fra utenti.

Che il web nella sua generalità costituisca una risorsa sostitutiva del sapere enciclopedico tradizionale viene ormai dato per scontato, almeno per quanto riguarda l’informazione fattuale.

Boyle ipotizza infatti che da quello che potrebbe emergere dall’apertura degli archivi scientifici al libero utilizzo da parte dei profani potremmo “essere altrettanto sorpresi quanto lo siamo stati quando la rete ha smesso di essere l’emblema dell’inaccuratezza per diventare una fonte abituale di consultazione.” (p. 149)

E il motivo grazie a cui una risorsa non gestita a monte come questa può svolgere una funzione così importante con sufficiente efficacia è individuato nella combinazione di alcuni fattori: principalmente, il meccanismo del controllo incrociato attuato dai motori di ricerca (che valorizzano il giudizio collettivo sulla validità delle pagine) e quello della valutazione individuale da parte dell’utente:

“Il motore di ricerca decentralizzato del web richiede un livello di scetticismo del tutto nuovo e l’acquisizione di una maggiore capacità di riconoscere che gli indicatori di credibilità, rispetto a un’enciclopedia statica. Quindi non si può semplicemente dare per scontato che il web, più la creazione e consultazione distribuita, più gli algoritmi di ricerca, bastino a produrre un sistema affidabile per il reperimento delle informazioni. Il capitale sociale, nella forma di uno scetticismo colto, è anch’esso vitale.” (p. 138)

Non vi sembrano stimolanti l’idea di uno scienziato che immagina “un mondo di potenziali colleghi, anziché un universo di consumatori passivi” (p. 150), quella di una rete riconosciuta senza più esitazioni come fonte primaria di informazioni, e quella che le competenze richieste agli utilizzatori finali dell’informazione costituiscano un “capitale sociale” anziché un bagaglio di conoscenze personali?

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