Cittadinanza attiva e beni della conoscenza

Dopo la parentesi padovana, e per finire la mia personalissima panoramica (qui e qui) di La conoscenza come bene comune, un ultimo capitolo che apre uno sguardo che va al di là dell’open access e dei metodi di gestione dei repository istituzionali.

Si tratta di L’azione collettiva, l’impegno civile e i beni comuni della conoscenza di Peter Levine.

Peter Levine è un ricercatore che si occupa di cittadinanza attiva, del coinvolgimento dei cittadini nella vita pubblica delle loro comunità. Ecco il video che campeggia in questi giorni sul suo blog, e che voglio riportare qui anche perché offre della politica un’idea meno umiliante di quella che stiamo vivendo in Italia:
http://static.ning.com/socialnetworkmain/widgets/video/flvplayer/flvplayer.swf?v=201002091145
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Nel capitolo in questione, Levine focalizza la sua attenzione non sulla conoscenza in quanto bene, ma sul processo di creazione della conoscenza:

“Ritengo che il processo di creazione della conoscenza pubblica sia anch’esso un bene, perché costruisce capitale sociale, rafforza la comunità e conferisce alle persone le capacità di cui hanno bisogno perché la loro cittadinanza sia efficace. Se questo è vero, allora dovremmo tendere a includere il maggior numero di persone possibile nella creazione collettiva di conoscenza ‘libera’ (cioè ad accesso libero). Non solo ricercatori e bibliotecari, ma anche le persone comuni dovrebbero essere creatori di conoscenza.” (p. 263)

L’esempio utilizzato è quello del progetto Prince George’s Information Commons dell’Università del Maryland in cui studenti delle scuole superiori, afroamericani o nuovi immigrati e quindi non destinati a frequentare l’università, partecipano direttamente ad una ricerca sul campo, raccogliendo dati e creando mappe per un sito web. In particolare, l’analisi cerca di trovare correlazioni fra le variabili geografico-urbanistiche di un luogo (la presenza di parchi pubblici, strade sicure, strutture per fare sport eccetera) e il tasso di obesità. L’obiettivo è “impegnare i giovani in ricerche di valore pubblico, usando le nuove tecnologie dell’informazione” (p. 265), lavoro che si ipotizza possa avvantaggiare non solo i giovani coinvolti, ma anche l’università che li ha coinvolti, le loro comunità e la vita pubblica in generale.

Le condizioni che Levine vede come necessarie perché un bene comune della conoscenza in cui i comuni cittadini possano essere attivi si possa sostenere sono due: una forma di aggregazione sociale organizzata (non bastano i semplici gruppi informali) e un taglio locale dell’attività (informazioni e idee utili per luoghi e comunità particolari).

Innanzi tutto, l’importante distinzione fra bene comune libertario e bene comune associativo. Mentre il bene comune libertario è a disposizione di tutti di fatto o per legge, il bene comune associativo è controllato da un gruppo specifico. Molti beni comuni sono gestiti da associazioni che hanno il diritto e il potere di limitarne l’accesso, ma che vedono se stesse come garanti di un bene pubblico. Ad esempio le biblioteche, che tendono ad ammettere chiunque fra i suoi membri, a patto che essi proteggano la risorsa comune.

I vantaggi dei beni comuni associativi si possono sintetizzare in alcuni punti:

  1. Un’associazione è in grado di lottare a favore del beni comuni di cui si prende cura, mentre nel contesto di beni libertari possono emergere problemi di free riding (degradazione del bene da parte di singoli, recinzione, inquinamento ad esempio nelle risorse fisiche come l’oceano).
    Un esempio particolarmente interessante è internet: “Internet è nato come bene comune libertario, ma oggi ha un disperato bisogno di tutori organizzati. La libera distribuzione delle idee online è minacciata da vincoli politici, come la censura e l’iperprotezione della proprietà individuale; dall’inquinamento privato in forma di spam, virus e flaming (messaggi offensivi); e dalla ‘recinzione’ da parte delle aziende.” (p. 270).
    Per recinzione da parte delle aziende si intende ad esempio il fatto che il codice sorgente di grandi siti aziendali come Amazon è protetto e non può essere imitato liberamente. Viceversa, alcune aziende possono aiutare a creare un bene comune: Google, ad oggi, ha di fatto realizzato questo.
  1. Un’associazione è tendenzialmente democratica, offre ai suoi membri la possibilità di deliberare e prendere decisioni collettive. “Per esempio, potremmo desiderare che Internet conciliasse la libertà di parola con la privacy, e fosse priva di elementi di disturbo come lo spam … Tuttavia, nella misura in cui Internet è realmente un bene comune libertario, simili regolamentazioni non possono essere imposte, anche se sono benaccette e legittime.” (p. 272)
  1. Un’associazione può articolare pubblicamente un set di valori più ampio della semplice “libertà” incarnata da un bene libertario, come di norma fanno, ad esempio, le associazioni professionali.
  1. Un’associazione può fare proselitismo e produrre “identità civica”, cosa che va insegnata ad ogni nuova generazione:
    “Persino gli oceani funzionano come zone di pesca comune solo se le comunità di pesca sono altamente organizzate e autoregolate. I beni comuni sono resi possibili da impegnative norme morali e/o contratti esecutori, elaborati collettivamente, trasmessi a ogni nuova generazione e poi rafforzati con il duro lavoro e la collaborazione.” (p. 273)

Commentando il minor tasso di persone che seguono la politica formale rispetto al passato, Levine sostiene:

“Il calo della fiducia e di altri atteggiamenti e capacità favorevoli ai beni comuni non sono imputabili ai ragazzi. Personalmente, ne attribuisco la colpa al fallimento di istituzioni mediatrici come sindacati, partiti politici e organizzazioni religiose nel reclutare i giovani per contribuire a sostenere i beni pubblici. Ostrom osserva che nei primi anni trenta in circa il 4 per cento delle famiglie americane c’era un membro di un consiglio o comitato di governo locale, che poteva discutere questioni di partecipazione democratica e azione collettiva con i propri figli. Nel 1992, il numero totale di tali figure era calato della metà, mentre la popolazione era notevolmente aumentata. Questo non è che un esempio del declino delle istituzioni pubbliche partecipative.” (p. 277)

L’esempio riportato della ricerca sull’obesità costituisce un tentativo di contrastare tale declino. In primo luogo,

“Gli adolescenti hanno più probabilità di sviluppare senso civico se percepiscono di essere delle risorse, anziché dei potenziali problemi; se si sentono importanti per un gruppo.” (p. 277)

In secondo luogo è sottolineata l’idea che la partecipazione attiva al lavoro sia l’elemento che fa la differenza:

“Non diciamo loro, per esempio, che Internet è al suo meglio quando l’architettura è ‘aperta da un capo all’altro’, o che la proprietà intellettuale è iperprotetta negli interessi della Microsoft e di altre aziende. Non li abbiamo neppure messi in contatto con il software open source, anche se sarebbe una buona idea farlo. Piuttosto, aiutiamo i ragazzi ad affrontare problemi locali a cui sono interessati, usando le tecnologie più facilmente disponibili … In definitiva, speriamo che le loro esperienze dirette con la creatività li renderanno giudici accorti e indipendenti delle politiche che governano i nuovi media.” (p. 274)

Il radicamento in comunità geografiche precise è invece considerato importante per diversi motivi: il maggiore interesse nei confronti della realtà locale può facilitare la partecipazione. Le comunità geografiche sono eterogenee, spingono a confrontarsi con persone diverse (a differenza dei gruppi online in cui è facile ritrovarsi fra uguali). L’importanza dell’amministrazione locale richiede una democrazia sana a livello locale (non voglio neanche pensare alla situazione italiana…). Infine, le interazioni online sono più soddisfacenti quando sono accompagnate da un contatto personale, almeno occasionale.

L’intero lavoro di Levine si rifà al concetto di ‘lavoro pubblico’ di Harry Boyle (ex docente dell’università del Minnesota):

“Ogni comunità, per quanto povera e in difficoltà, dispone di risorse che i suoi residenti possono utilizzare a beneficio di tutti. Mentre da sinistra si potrebbe sostenere che l’unica soluzione ai mali di un quartiere povero è un intervento assistenziale pubblico, i sostenitori del lavoro pubblico sottolineano la capacità delle persone di migliorare le proprie comunità operando collettivamente. I poveri hanno bisogno di sostegno dall’esterno – in termini di credito e di assistenza pubblica – ma è difficile che ricevano questo aiuto a meno che non si siano prima organizzati come forza politica influente. Il modo migliore per farlo è affrontare problemi locali tangibili, anche prima che outsider potenti offrano aiuto. E se i residenti sono abituati a lavorare insieme, hanno fiducia in se stessi, hanno accumulato esperienza e hanno creato proprie istituzioni, allora possono gestire un flusso di denaro senza essere travolti dalla corruzione o manovrati da esterni con secondi fini.

In fondo, sia la destra sia la sinistra credono che tutte le cose di valore siano create da aziende e imprenditori oppure dai governi. Danno per scontato che i mercati e gli Stati producano un insieme di beni che i cittadini si contendono. Questa lotta è ciò che convenzionalmente chiamiamo ‘politica’. E’ un gioco a somma zero, quindi quasi sempre spiacevole. Al contrario, l’approccio in termini di lavoro pubblico suggerisce che i cittadini possano creare nuovi beni – cioè ingrandire la torta – cooperando.” (p. 292)

Questo saggio non riguarda direttamente le biblioteche, anzi, in qualche misura le taglia fuori (“Non solo ricercatori e bibliotecari”). Eppure… non riesco a separare completamente la volontà di includere nel processo della produzione di conoscenza persone che ne sono abitualmente escluse da quello che si fa nelle biblioteche pubbliche. Esagero?

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