I metadati, le etichette sulle bottiglie di vino e le uscite autostradali

” … metadati sono le schede nei cataloghi delle biblioteche, i braccialetti messi al polso dei neonati e le etichette sulle bottiglie dei vini” (p. 15)

Cercando testi adatti ad un corso per non bibliotecari, mi è capitato per le mani in questi giorni l’ultimo libro di Riccardo Ridi, Il mondo dei documenti: cosa sono, come valutarli e organizzarli, Laterza, 2010.

Lo segnalo volentieri perché mi sembra un tentativo riuscito di colmare una lacuna diffusa nel nostro mondo professionale, quello della comunicazione nei confronti dei non addetti ai lavori. Il libro – anche se Ridi stesso lo presenta come continuazione ideale dell’ormai classico Biblioteche in rete scritto con Fabio Metitieri – è infatti indirizzato a persone che lavorano in diversi ambiti: oltre alle biblioteche, “archivi, musei, case editrici, redazioni di siti web e di giornali, librerie, università, pubblica amministrazione ecc.”

Eccetera, appunto: perché in realtà il libro contiene in forma sintetica ma non banalizzante molte linee guida che possono essere utilizzate nel più vasto campo dell’information literacy, ed è scritto in un linguaggio evidentemente indirizzato al pubblico generico.

Sul sito dell’editore è disponibile l’indice completo, ma mi sembra comunque interessante riportare quello che è un po’ il nucleo del testo, i tredici “valori per l’organizzazione dell’informazione” che, nella loro solo apparente semplicità, si dovrebbero rispettare quando si ha a che fare con le informazioni e con i documenti che le contengono:

1. Accessibilità, la precondizione di tutti gli altri valori, intesa in senso lato dall’accessibilità fisica a quella propria del web.

“Ma il metodo principale per raggiungere la massima accessibilità informativa è quello di moltiplicare i canali sensoriali e cognitivi attraverso cui dati e metadati vengono diffusi, aumentando le probabilità che almeno uno di essi risulti effettivamente fruibile” (p. 51): ad esempio testo stampato + braille, immagini + didascalie testuali, scritte + simboli eccetera.

2. Competenza: “Per poter comunicare qualcosa di sensato e utile su un qualsiasi argomento occorre possedere almeno un minimo di competenza a riguardo” (p. 53). C’era bisogno di dirlo? Sì, c’era.

3. Terzietà: dal principio per cui l’autore tendenzialmente migliore di un abstract non è l’autore del documento sintetizzato, alla regola generale secondo cui è più attendibile chi parli di un argomento senza riceverne un guadagno diretto (una recente pubblicità elettorale bolognese: “fossi in te, voterei per me”… molto convincente).

4. Coerenza, l’omogeneità interna di un qualsiasi metodo di organizzazione dell’informazione. Basta guardare a come ciascuno di noi ha taggato, per esempio, le proprie risorse su Delicious (nella colonna qui a destra il link alle mie) per capire come anche i professionisti si lascino confondere…

5. Completezza, il parallelismo fra la granularità di un documento (in quante parti può essere scomposto), e la specificità della sua descrizione.

6. Utilità (“al tempo stesso la stella polare e la chimera di ogni sistema informativo”), che si può misurare solo nei termini dell’ “interesse concreto e prevalente degli utenti del sistema stesso” (p. 62). Inutile mettere un cartello su come “obliterare il titolo di viaggio” se sull’autobus circolano solo stranieri che parlano poco l’italiano.

7. Contestualizzazione: mentre gli esempi precedenti sono miei, qui è lo stesso Ridi a citare i titoli dei telegiornali come casi di mancato rispetto di questo valore. Da qualche giorno i tg italiani ci informano che il pranzo di pasqua costerà alle famiglie in media 210 euro. Ma ad una famiglia di quante persone? Al di là dei difetti di un certo giornalismo, in questione è il metodo della valutazione comparativa dei dati. Altro esempio: quest’anno i prestiti sono calati. Contestualizzazione: in particolare sono calati i prestiti di cd musicali in un panorama generale di trasformazione del settore della distribuzione musicale.

8. Storicizzazione, che a sua volta comprende tre elementi: datazione (la famigerata frequente mancanza di indicazioni temporali in fondo alle pagine web), conservazione (ma di ciò che si sceglie di conservare dovrebbe sempre essere chiaro che di una versione passata si tratta) e attualità (il contrario, ad esempio per l’ultima versione di un documento sul web).

9. Sostenibilità: riusciremo a garantire in futuro che il nostro sistema di organizzazione delle informazioni continui ad essere implementato in modo coerente con quanto facciamo oggi?

10. Risparmio: qui si entra a pieno titolo in un tema tipico dell’architettura dell’informazione, uno dei cui principi cardine è proprio risparmiare gli sforzi cognitivi dell’utente evitando di confonderlo e di fargli perdere tempo (da “risparmia il tempo del lettore” a “crea i link più diretti”).

11. Libertà, parola sempre pronta ad essere utilizzata con ampio uso di retorica, viene invece qui intesa in senso tecnico anche se ampio, intendendo la “libertà di scelta dei propri percorsi informativi” (p. 74). Un valore, ma forse anche l’obiettivo ideale a cui un mondo perfettamente alfabetizzato dovrebbe tendere:

“Libertà è capire perché un motore di ricerca ha trovato proprio quelle pagine web piuttosto che altre e perché le ha ordinate proprio in quel modo, capendo se e come è possibile influire su entrambi i parametri. Libertà è decidere da soli se ci è più utile una ricerca per soggetto o una per autore, dopo averne ben capito la differenza e potendo facilmente passare dall’una all’altra in qualsiasi momento. Libertà è poter scegliere se usare un’interfaccia grafica o una a caratteri, potendo in entrambi i casi cambiare dimensioni, colori, e contrasto per ottimizzarli rispetto alle proprie preferenze o necessità. Libertà è poter decidere il formato e l’ordine in cui ottenere i risultati di una ricerca, così come scegliere se stamparli, visualizzarli sullo schermo, scaricarli su una chiavetta USB o farseli spedire per e-mail. Libertà è poter scegliere se utilizzare in totale autonomia un determinato sistema informativo o se chiedere assistenza, in tal caso potendo optare per un dialogo di persona, telefonico, via e-mail o tramite altre tecnologie, ricevendo in ogni caso analoga attenzione e tempestività nella risposta. Libertà è poter scegliere se imboccare o no la prossima uscita autostradale basandosi non solo sul nome (talvolta ambiguo) dell’uscita stessa, ma anche su una panoramica, sufficientemente completa ma non così ampia da risultare frastornante, delle altre uscite immediatamente successive.” (p. 75)

12. Interoperabilità, “la capacità di scambiare e riutilizzare proficuamente dati e informazioni sia fra sistemi e organizzazioni distinti sia internamente ad essi” (p. 76). Se i vostri amici ritengono fantascienza e fantasy un’unica grande categoria e voi invece amate la fantascienza ma detestate il fantasy, scoprirete all’entrata del cinema di non essere interoperabili coi vostri amici (o meglio, che non lo sono le parole che usate!)

Insomma un libro da vedere, ma soprattutto da utilizzare se ci occupiamo di formazione dell’utenza nelle biblioteche o in altre istituzioni.

Un’ultima nota: nel paragrafo Non tutto è miscellaneo, Ridi cita (obiettando) il piuttosto celebre Everything is miscellaneous di David Weinberger. Nel tempo intercorso fra la pubblicazione del libro di Ridi e la mia lettura è nel frattempo uscita la traduzione di questo testo, discutibile ma sicuramente stimolante. Rizzoli, seguendo la classica attitudine degli editori italiani a trattare i propri lettori come bambini un po’ stupidi, ne ha banalizzato il titolo in Elogio del disordine. Le regole del nuovo mondo digitale. Da leggere comunque.

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