Bologna: Biblioteche e piazze del sapere, quale futuro?

Venerdì 13 aprile nuovo incontro del ciclo Bibliotech, questa volta dal titolo Biblioteche e piazze del sapere, quale futuro?

Tre le relatrici, un coordinatore ed un folto pubblico (che mi pare commentasse gli interventi con una certa partecipazione). Due i libri importanti sullo sfondo della discussione: Le piazze del sapere: biblioteche e libertà e Biblioteche per la città: nuove prospettive di un servizio pubblico.

Prima a parlare Antonella Agnoli, che ha descritto un’idea di biblioteca pubblica basata su alcuni concetti guida: la biblioteca luogo di scambio di idee più che di informazioni (dato che oggi l’informazione si trova ovunque e non più solo in biblioteca), luogo di incontro e di conversazione, di convivenza di modi differenti di utilizzare i servizi da parte di pubblici differenti e coesistenti. Un’idea che trova ancora moltissimi ostacoli in barriere di tipo fisico, psicologico e simbolico. Fisico, perché è molto difficile progettare spazi per i servizi di biblioteca che siano effettivamente al servizio degli usi e non viceversa, spazi trasformabili anche in senso letterale se occorre, ad esempio, trasformare una sala studio di giorno in una sala conferenze per la sera. Barriere psicologiche e simboliche, invece, perché molti sono i “messaggi di esclusione” che i bibliotecari mandano al loro pubblico attraverso regolamenti e atteggiamenti che tendono a selezionare implicitamente il pubblico “adatto” e quello meno desiderabile.

Nell’evoluzione dei modelli di biblioteca pubblica, dai centri culturali degli anni ’70-’80, alla successiva riappropriazione della funzione specificamente documentaria, all’accento sull’informazione degli anni dopo il 2000, Agnoli propone ora un modello di biblioteca come “luogo culturale” che non è più quello degli anni ’70, ma si avvicina piuttosto al modello degli Idea Stores londinesi. Rifacendosi a De Mauro ed alla sua ossessione per il solo 30% di italiani definibili come acculturati che, edizione dopo edizione del suo La cultura degli italiani, continua a non salire neppure di un punto, l’attenzione non può che puntare sull’avvicinamento di chi non ha rapporti con la lettura. Ben vengano dunque attività come corsi e conferenze in biblioteca se servono a questo scopo. Ben vengano la coesistenza (certo, trovare i modi è la sfida) di spazi di convivialità e spazi di intimità. Le biblioteche siano dunque uno spazio di convivenza, sicurezza, gratuità, bellezza e convergenza di servizi.

Tanto quanto Agnoli è descrittiva, Anna Galluzzi è analitica. Riprendendo i temi trattati nel suo libro (che io personalmente ritengo uno spartiacque nella nostra letteratura professionale), pone la questione del futuro della biblioteca a partire non dalla biblioteca in sé, ma dal suo contesto. La biblioteca, dunque, non come insieme di funzioni definite a priori ma come risposta ad un bisogno che nel tempo muta.

Il contesto considerato è quello della città, o meglio dei modi di vita urbani che accomunano almeno in parte chi in città vive e chi no. In estrema sintesi, ciò che definisce il cittadino contemporaneo è la coesistenza di due tendenze contrastanti, la compulsion to mobility (nelle parole di sociologi, antropologi, urbanisti) e la compulsion to proximity. Tanto quanto le persone si spostano continuamente per lavorare, consumare e vivere, altrettanto manifestano un forte desiderio di incontrarsi in spazi pubblici definiti. Diversamente da quanto si temeva agli albori dell’era digitale, non c’è competizione fra la vita virtuale degli individui e la voglia di stare fisicamente insieme ad altre persone come può accadere, fra gli altri luoghi possibili, in biblioteca. Tanto meno ora che il proprio mondo virtuale con la sua ricchezza di connessioni umane ce lo portiamo facilmente dietro con un cellulare.
Scendendo un po’ più in dettaglio, si possono individuare tre comportamenti-tipo nell’uso dei servizi, che coesistono o si affiancano in momenti diversi della vita delle persone:

  1. la tendenza ad utilizzare gli one-step shop, i luoghi attrezzati per rispondere contemporaneamente a più esigenze – tipicamente rappresentati dal centro commerciale – che rispondono alla necessità di ottimizzare i tempi organizzativi degli spostamenti e nello stesso tempo di offrire stimoli differenziati
  2. la persistenza degli spazi di nicchia, che siano tali per una comunità di interessi (gli appassionati d’auto che hanno piacere di frequentare fisicamente la libreria specializzata sul tema) o per prossimità fisica (il negozio di alimentari pakistano sotto casa)
  3. la necessità puntuale, a cui solo la rete riesce a rispondere con la velocità e la precisione desiderata, come quando si ordina online un libro specifico senza alcuna voglia di perdere tempo a cercarlo (fisicamente) in una libreria generalista.

Tenendo presente queste tre modalità di comportamento, il sistema bibliotecario urbano può articolarsi in tipologie diverse di biblioteche.

Innanzitutto, Galluzzi dice con chiarezza che non c’è più posto per le biblioteche generaliste di piccole dimensioni, che risultano strutturalmente inadatte a rispondere alle necessità di un qualsiasi tipo di pubblico. Vanno piuttosto rafforzate o create le biblioteche di grandi dimensioni che rispondano all’idea dello one-step shop e della convergenza dei servizi, a patto però che siano adeguatamente gestite, data la differenza non solo quantitativa di problemi e sfide che esse pongono. A queste possono felicemente affiancarsi piccole biblioteche di nicchia, se per nicchia si intende non una qualche forma di snobismo intellettuale, ma la risposta ad esigenze concrete di una fascia di pubblico presente sul territorio, che si distingua per interessi o tipologia di servizi come nel caso dei servizi a bambini e anziani. Completa il quadro delle biblioteche fisiche – ma non sullo sfondo – la biblioteca virtuale di grande qualità, che offra online tanti servizi da far risultare la frequenza fisica della biblioteca una libera scelta (perché si vuole condividere con altri uno spazio fisico che sia bello, accogliente, stimolante) e non la conseguenza dell’incapacità tecnologica di gestire servizi in modo avanzato.

L’ultimo intervento è di Laura Bertazzoni (dirigente del Sistema Bibliotecario d’Ateneo dell’Università di Bologna), che descrive la sua idea di un sistema bibliotecario cittadino integrato, in cui le biblioteche universitarie siano più accoglienti di oggi per caratteristiche degli spazi, regole e predisposizione nei confronti del pubblico.

Non ho potuto purtroppo essere presente alla discussione finale (se qualcuno c’era gli chiederei di raccontarla qui). Voglio però mettere l’accento su un paio di punti interessanti.

La prima questione che mi interessa particolarmente è la necessità di ridefinire il sistema bibliotecario cittadino (parlo di Bologna, ma credo che situazioni simili si ripresentino altrove) anche considerando la chiusura di alcune biblioteche di quartiere. Questa ipotesi sembra soffrire di una impopolarità che a mio parere si basa su un fraintendimento. Non si tratta di negare o svalutare il ruolo svolto nel tempo dalle piccole biblioteche sparse sul territorio. Tanto meno di negare un servizio ai cittadini che vi abitano. Si tratta semmai del contrario: trovare un modo nuovo per rispondere ad un’esigenza che però è mutata, farsi forti del lavoro già fatto nel passato per… continuare a farlo!

Il secondo punto riguarda gli orari di apertura delle biblioteche, su cui ha insistito molto Antonella Agnoli: se per una biblioteca pubblica l’apertura della domenica pomeriggio è un obbligo (io sono d’accordo), vorrei ricordare che in alcuni campus universitari stranieri si entra in biblioteca 24 ore al giorno per tutta la settimana. Non ci sono nessi logici stringenti fra orari delle lezioni universitarie e orari di apertura delle biblioteche, e devo purtroppo dire che rifarsi a questo argomento denota un’ignoranza delle esigenze apertamente espresse dagli studenti che non depone a favore dell’idea di biblioteca come luogo di servizi. Il rischio che si può vedere ora è che, facendosi forza della necessità di orari più ampi per le biblioteche pubbliche, non si faccia che demandare a queste le funzioni che sarebbero proprie delle universitarie, “scaricando” centinaia di studenti su pubbliche già affannate e togliendo loro le forze di lavorare per quel 70% di italiani che si vorrebbe avvicinare al mondo della cultura. Se integrazione ci deve essere, che sia reale, e che la formazione non sia solo quella degli studenti ma anche quella – continua, che in Italia nessuno fa – di tutti gli altri.

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