Chi è un pirata?

Ci sono libri così complicati che farne un post è una vera sfida. Ad esempio Punk capitalismo : come e perché la pirateria crea innovazione / Matt Mason. – Milano : Feltrinelli, 2009
E’ un libro complesso, paradossalmente, perché è un libro divulgativo, scritto da un autore che tutto è tranne che un accademico (fondamentalmente, è un dj che nasce dall’avventurosa storia delle radio pirata londinesi). Ed è divulgativo fino in fondo, non esitando a mescolare temi, linguaggi e provocazioni, senza timore di scadere a volte anche nello slogan (ad esempio, quando definisce il DNA “il sistema operativo del corpo umano, una sorta di Linux vivente”, che a me ha fatto veramente ridere! A p. 195)
Ma punk in che senso?
Il libro si occupa di alcuni movimenti culturali da qualche decennio in qua (dalle subculture come il punk “classico” alle nanoculture di oggi), trovando loro come comune denominatore la cultura del DIY, del Do It Yourself. L’idea alla base della musica punk stava appunto nella volontà di mettere in piedi la propria band (anche se non si sapeva suonare), piuttosto che essere solo gli spettatori di quella di un altro.
E in che senso capitalismo?
I tanti movimenti culturali descritti nel libro (il punk, le riviste underground, le radio pirata, il graffitismo, la discomusic, i flash mob, il parkour…) sono visti anche nel loro intreccio con l’economia: dal marketing che ha sempre tentato di cooptarli a fini commerciali, ai modelli di business più o meno alternativi in cui alcuni di essi sono sfociati (uno per tutti, l’open source, definito come la base di un “nuovo ecosistema di imprese private che daranno nuovo vigore alla concorrenza e abbatteranno monopoli inefficienti”, p. 203).
“Punk capitalismo” è l’espressione che venne usata nel 2006 da Bono nel lanciare la campagna contro l’AIDS Product Red, campagna a cui hanno partecipato grandi marchi come Nike ed American Express. Il punto, qui, è vedere lavorare insieme per uno scopo di utilità sociale un cantante rock di fama mondiale e grandi aziende facilmente tacciabili di volersi “rifare la facciata” con una campagna di marketing sociale.
Il titolo originale del libro, però, è in realtà The Pirate’s Dilemma: How Youth Culture Is Reinventing Capitalism (mi chiedo perché noi lettori italiani dovessimo trovare particolarmente attraente la parola punk: e basta con queste traduzioni col trucco!). E qui entriamo un po’ più nel merito del perché questo libro potrebbe interessarci. Pirateria, dunque remix, dunque copyright.

“Allora, chi è esattamente un pirata?
a) il tipo che vende copie illegali di dvd all’angolo della strada;
b) un omaccione barbuto con un pappagallo sulla spalla che potrebbe derubarvi quando uscite in mare;
c) un difensore della libertà di parola che promuove da secoli l’efficienza, l’innovazione e la creatività.
La risposta corretta è: tutti e tre. Pirata è essenzialmente chiunque diffonda o copi la proprietà creativa di qualcuno senza pagare o senza ottenere il permesso di farlo.” (p. 50)

Quando ho condiviso su Facebook questa citazione (perché la trovavo divertente, e stimolante), qualcuno che di copyright si intende davvero mi ha sgridato per alcune buone ragioni. In effetti, davanti ad un’informazione che spesso fa confusione fra crimini informatici e download di una singola canzone, hacker e cracker, e aggiungerei io giornata del libro e giornata del diritto d’autore, i termini sarebbe meglio definirli con chiarezza piuttosto che usarli con leggerezza, come se fossero davvero interscambiabili. Giustissimo. Ma il libro di Matt Mason nasce per confondere le idee proprio a chi equipara supinamente pirateria digitale (intesa nel senso comune del termine) e crimine. Nasce soprattutto per stimolare la riflessione sulla portata innovativa di alcune pratiche della “pirateria”.
“Negli ultimo sessant’anni, in Occidente, il capitalismo ha tenuto la nave sotto controllo; ma, sempre più numerosi, i pirati stanno prendendo d’assalto lo scafo, e cominciano ad apparire le prime falle. Proprietà privata, idee e privilegi stanno colando nel pubblico dominio, senza che nessuno possa impedirlo.
I pirati scuotono la barca e rompono gli equilibri, costringendo individui, imprese e governi di tutto il pianeta a misurarsi con un nuovo dilemma, il “dilemma del pirata”: come reagire al mutare delle condizioni sulla nostra nave? I pirati sono qui per mandarci a picco o per salvarci? Sono una minaccia da combattere, o innovatori con cui competere e da cui imparare? Competere o non competere, questo è il problema; ed è forse il dilemma economico e culturale più importante del Ventunesimo secolo.” (p. 13)
Il libro di Mason abbonda di slogan e provocazioni, ma non è un’analisi a senso unico e riesce a non semplificare eccessivamente le cose. Riconosce, dunque, che alcuni atti di pirateria sono un puro furto, ma sostiene con forza che altri possono essere visti come atti di innovazione e di crescita per l’intera società. Gli Stati Uniti del 19. secolo basarono buona parte della loro crescita economica sull’imitazione delle invenzioni europee ignorando i brevetti che le proteggevano. Mason riporta che la parola yankee deriva dallo slang olandese janke, che significa ‘pirata’. La stessa industria cinematografica di Hollywood sarebbe nata senza pagare la licenza che avrebbe dovuto ad Edison, l’inventore (e brevettatore) della cinematografia (William Fox era tra questi primi pionieri del cinema americano). Piuttosto ironico se pensiamo alle grandi major di oggi…
“I pirati individuano le aree dove non ci sono opportunità di scelta e pretendono che la scelta venga assicurata. Questa mentalità è indipendente dai formati mediatici, dai cambiamenti della tecnologia e dai modelli di business. E’ uno strumento molto potente che, una volta compreso, può essere applicato ovunque.” (p. 62)
Ovunque significa che rimaneggiare contenuti culturali secondo un particolare punto di vista non è una pratica ad ogni costo propria dell’undergroud: la si vede infatti in azione dal videogioco Castle Wolfenstein che fu smontato e trasformato in Castle Smurfenstein (in cui ai nemici nazisti si sostituirono… i puffi!) dando l’avvio al genere del modding e quindi del machinima, al The Matrix DeZIONized (Matrix senza la parte su Zion), al settore della moda (in cui l’imitazione genera richiesta nel mercato di massa e incoraggia l’innovazione), fino alla catena di videonoleggio dello Utah CleanFlick che noleggiava film ripuliti dalla scene di sesso e violenza, e che incorse negli stessi problemi di violazione del copyright in cui incorrerebbe qualunque ragazzino montasse un video usando materiali protetti e lo caricasse su YouTube.
Partendo dall’idea che, se il remix è ben fatto, produce qualcosa che ha un valore maggiore della semplice somma delle parti, è vero che si assiste anche ad una versione “deteriore” di questo fenomeno:
“In effetti, il remix può svalutare (e ha svalutato) l’idea stessa di originale. Oggi gli studi di Hollywood fanno un gran ricorso ai remix, ai sequel e ai remake di film famosi, mentre le idee originali restano nell’ombra, confinate a studi di produzione più piccoli … La stessa cosa sta succedendo a videogame, sneaker, riviste, automobili e bene o male in qualsiasi altro settore dove a condurre il gioco sono soggetti avversi al rischio. Anziché puntare tutto su nuove idee ancora da sperimentare, si preferisce rimpacchettare, riposizionare e rivendere concetti di grande successo, al pubblico originario come a quello nuovo, soffocando la creatività, omogeneizzando la società, e mandando ogni giorno in radio sempre le stesse dieci stramaledette canzoni. Per certi aspetti, il remix è degenerato nell’insulsa produzione di serie tanto amata dal grande business …” (p. 104)
“Come la pirateria, il remix è controverso. Ma il remix non è pirateria: è una maniera legittima di creare arte, cultura, idee e prodotti nuovi da ciò che è vecchio. L’unica cosa che rimane da remixare sono le nostre obsolete leggi sul copyright.” (p. 124)
Insomma, un libo da leggere per scuotere un po’ le proprie idee, senza aspettarsi una trattazione nitida degli argomenti quanto uno stimolo (oltre a parecchie informazioni su parecchie subculture). In ogni caso, potrebbe valere la pena di leggerlo anche solo per seguire la storia di come Madonna, nel 2003, esasperata dalla diffusione delle sue canzoni su reti P2P, mise in rete finti mp3 di American Life contenenti la sua voce registrata che diceva “what the fuck do you think you’re doing?”. Da questi file nacque un filone di remix che hanno fatto il giro del mondo col titolo di WTF (What The…). Alla fine, il sito di Madonna fu hackerato caricandoci tutte le canzoni vere dell’album – scaricabili – con in cima la scritta “ecco cosa cazzo credo di fare”. Qualcuno di quei remix sta ancora girando per la rete.

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