La cultura degli italiani

La settimana scorsa mi è capitato di partecipare ad un’iniziativa di protesta contro il ministro Bondi avanzata dal personale del Teatro Comunale di Bologna. Durante tre giorni di sciopero, il teatro ha ospitato concerti fuori programma aperti gratuitamente ai cittadini della città, si trattava appunto di una di queste sere.
Al di là della questione specifica, complessa e che non sono in grado di trattare qui, c’è stato un aspetto per così dire laterale della serata che mi ha colpito. Prima che l’orchestra cominciasse a suonare, alcune persone hanno spiegato i motivi dell’iniziativa, accompagnati da interventi di persone esterne alla vita quotidiana del teatro. Ve ne racconto due.
Il primo. Il ricercatore. Il ricercatore è un ragazzo apparentemente molto giovane, in maglietta e dread lunghissimi, che tiene un breve discorso in cui confronta l’attacco ai teatri lirici in Italia a quello operato nei confronti dell’università e della ricerca, in nome di una solidarietà del tutto in tono con la serata. Conclude però allargando il discorso alla città di Bologna, per la quale auspica che torni ad essere la città “degli studenti e degli artisti”.
Il secondo. L’attore. Anzi, l’Attore. Legge un pezzo di Pasolini tratto da Trasumanar e organizzar, quello che inizia con ‘Oh generazione sfortunata!’ e che in questo contesto allude (presumo) all’importanza delle arti classiche come appunto anche la musica.
Negli stessi giorni stavo leggendo La cultura degli italiani di Tullio De Mauro, edizione aggiornata del 2010. Non avevo letto quella originale del 2004, meglio tardi che mai. E molti dei suoi temi mi si affacciavano in mente: l’indifferenza per la scuola che per la destra è sempre stata un programma e per la sinistra comunque una costante, l’analfabetismo “funzionale” (non formale, ma di sostanza) di una fetta spaventosa degli italiani, tale da mettere in dubbio l’essenza di questo paese come democrazia, il pasticcio delle riforme della scuola, i tagli all’università e alla ricerca, la presunta superiorità degli studi classici su quelli tecnici e scientifici.
Quel libro mi ha fornito, dall’alto dell’autorevolezza di un autore come quello, che viene davvero dal mondo della cultura “all’antica”, una sorta di quadro concettuale in cui inserire alcune personali sensazioni che mi riusciva altrimenti difficile mettere in fila.
Ad esempio il motivo per cui la mia istruzione formale è stata, nella sostanza, una perdita di tempo (le briciole che restano sul tavolo quando il banchetto è finito).
Il fastidio per la scarsa consapevolezza che molte persone con un percorso simile al mio sembra abbiano nei confronti di questo.
Il pensare la cultura come l’insieme delle istituzioni culturali anziché come qualcosa di vivo e utile (i “presìdi della cultura”).
La sinistra che tanto si vanta della propria superiorità di pensiero ma fa sempre ricorso ad un rassicurante set di slogan (vorrei dire Saviano, ma potete leggere Che Guevara).
I gruppi su Facebook che si diffondono bovinamente tra simili (“abbraccia il museo della tua città”).
Più che sensazioni, mi rendo conto, solo fastidi…
Ad un’orchestra come quella di un teatro lirico non manca nulla per comunicare in modo diretto e caldo con un pubblico anche non avvezzo al suo repertorio. Eppure, è come se non bastasse.
Non basta se non si aggiunge il ricercatore in uniforme da alternativo bolognese che rimarca la superiorità della cultura umanistica su ogni altra forma di sapere.
Non basta se non si aggiunge il pezzo di cultura alta, altissima, anzi non decodificabile se non dall’uno per cento della popolazione, letta dal palco dall’Attore sospirante, che ci ricorda le orrende rappresentazioni a cui siamo stati costretti durante il liceo, tanto per convincerci che il teatro “è una cagata pazzesca” salvo però vergognarcene, e non poterlo dire, e iscriverci quindi prontamente al gruppo “abbraccia il teatro della tua città”. Non basta senza il portatore della cultura (umanistica) altissima che ci ricorda la nostra inferiorità e, insieme, che ce ne dobbiamo vergognare.
In questo trovo un’eco di diverse delle cose descritte da De Mauro. Ad esempio l’ambiguità paternalistica insita nel voler aprire a tutti un luogo deputato alla musica colta ma a patto che, prima, applaudano ad un Pasolini incomprensibile. Vedo l’incertezza in cui finisce per trovarsi chi si affida ad un’idea della cultura che è nello stesso tempo prefabbricata e a lui sostanzialmente estranea. Vedo la mancanza di spirito critico trasversale agli schieramenti. E mi chiedo quanto questo problema ci coinvolga – oltre che come acculturati di massa – anche come bibliotecari.

“In Italia a un paleo-analfabetismo, eredità del passato, si è cumulato un neo-analfabetismo fisiologico nei paesi industriali e di alto livello consumistico. La massa di analfabeti è enorme, rispetto a tutti gli altri paesi … oltre a quel 5 per cento della popolazione che non riesce neanche ad accedere al primo questionario, cioè quello più elementare, e quindi non è in grado di leggere, troviamo un 33 per cento che riesce appena a decifrare le frasi elementari e a scriverne di altrettanto elementari…
D. Elementari che cosa significa? Mi faccia un esempio.
R. Il gatto miagola” (De Mauro, a p. 161, rispondendo ad una domanda riferita ad un’indagine di alcuni anni fa).
(Al ricercatore vorrei dire che, personalmente, mi auguro che Bologna sia anche la città di qualche buon imprenditore oltre che di molta gente normale.)

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