Conversioni: eBookFest 2010

Avevo promesso di scrivere una sintesi sulla situazione dei grandi editori USA nel campo dell’ebook ma… è difficile mantenere una promessa del genere dopo aver passato il weekend nel castello di Fosdinovo, immersa in un overload di informazioni, sollecitazioni, dubbi, possibilità e (soprattutto!) persone che proprio intorno a questo tema ragionano.

E dunque non proverò neppure a fare davvero ordine tra le tante cose sentite (non tutte, sarebbe stato impossibile dato il programma fittissimo), ma di alcune voglio mantenere una traccia anche se non so sempre in quale prospettiva metterle, o a che punto stiano esattamente nell’ordine del ragionamento.

Intanto, la conversione. Uno dei grandi temi del dibattito è la guerra dei formati (epub, pdf, mobi) e la loro associazione, più o meno coatta, con particolari device. Ma più in generale, la conversione riguarda un tema più profondo e che ruota intorno a una domanda: parlare di ebook significa “semplicemente” trovare una soluzione efficiente alla conversione in digitale dei cataloghi editoriali già esistenti, oppure ripensare completamente quell’organizzazione dei contenuti che per brevità chiamiamo “libro”? Forse l’ebook non avrà un successo di massa fintanto che il pubblico non ci troverà Camilleri e i suoi amici, ma il suo successo potrebbe risiedere anche in un’evoluzione in direzioni radicalmente diverse, che possiamo immaginare in un miglioramento dell’integrazione fra contenuti testuali e grafici come indica nel suo intervento Gino Roncaglia (Cosa possiamo fare per gli ebook), ma anche in qualcosa di un po’ più spiazzante come l’idea che il prodotto di un editore possa essere non più un libro, ma, ad esempio, un’applicazione per iPhone come questa. Che ne sarà, insomma, della narrazione lineare di fronte alla possibilità concreta di assistere a forme estreme di multimedialità e ipertestualità?

Secondo: il fantasma (siamo in un castello!) della disintermediazione. Se pensavamo, noi bibliotecari, di essere i soli ad essere minacciati (in quanto professione) dalla rete, mi sembra invece che siamo in buona compagnia! Anche se il fantasma viene subito scacciato: il ruolo dell’editore come ideatore, organizzatore, e investitore su un autore che possa dar vita a dei contenuti resta, anche se subisce una trasformazione. E anche i costi di produzione non sono affatto azzerati dal digitale: ce lo spiega in modo colorito l’editore di Area51 Publishing, Simone Bedetti, in una ricca elencazione dei compiti e delle fatiche dell’editore nativo digitale, impegnato in una continua rincorsa all’aggiornamento, all’autoaggiornamento, alle collaborazioni con figure professionali molteplici (non il solo redattore, ma il programmatore, ad esempio) in un mondo che richiede un’elasticità forse mai vista prima.

Ciò che è invece più facile che in passato, anche per il piccolo editore, e che rappresenta una forma più autentica di disintermediazione positiva, è la possibilità di entrare in contatto diretto col lettore grazie al web, di capirne desideri ed esigenze, di comunicare con lui anche al di fuori dei grandi budget della pubblicità editoriale (quelli per cui, per intenderci, i bibliotecari che lavorano al pubblico si sentono richiedere lo stesso titolo per diverse volte al giorno… cosa che a me fa sempre pensare cupamente a che cosa significhi poi, in fondo, fare “promozione della lettura”…)

Terzo: la distribuzione. Più del fantasma della disintermediazione, ciò che mi sembra crei un certo nervosismo (?!) fra gli editori indipendenti, ampiamente rappresentati al festival, è l’idea che anche nel campo dell’ebook si stia riproponendo la stessa filiera della produzione e della distribuzione tipiche del mercato a stampa. Può essere lo stesso il ruolo del distributore quando si parla di oggetti non più fisici? A quale parte della filiera spettano il compito e l’onere economico dello sviluppo informatico e della conversione dei formati? E’ giusto che si formino nuovamente grandi interlocutori semi-monopolistici che tentano di occupare la fetta maggiore possibile del mercato? Troppi intermediari faranno lievitare eccessivamente i prezzi per un pubblico che tende già oggi ad aspettarsi ogni contenuto digitale come quasi gratuito? Il rischio, che oggi si sta spostando dalla libreria all’editore, deve essere redistribuito in modo più equo? Fra i vari modelli di distribuzione possibili prevarrà il freemium (leggi un capitolo gratis, paghi il resto), il print on demand (paghi la stampa), o la fruizione su schermo (sia esso un pc, un tablet, un cellulare, con relative varianti e-paper/altre tecnologie)?

Alla prossima edizione dell’eBookFest, vi consiglio comunque di venire non fosse altro che per vedere con quanta forza il grande Mario Guaraldi sa mettere sul piatto alcuni di questi temi…

E poi: le biblioteche. Alcuni gli interventi che toccano direttamente il tema.

Il primo è quello di Giulio Blasi ed illustra Medialibraryonline, il servizio per le biblioteche pubbliche su cui è ormai disponibile abbastanza materiale (ad esempio, l’articolo su Biblioteche oggi di marzo con dati abbastanza aggiornati). Rimandandovi là per i dettagli, due sono invece gli elementi in MLOL che mi sembra rivestano una portata più vasta, perché illustrano alcune tendenze che sono proprie del mercato dell’editoria o di quello dell’informazione in generale: la flattizzazione dell’accesso ai contenuti (direi di aver creato un orrendo neologismo, se non fosse che su Google questo termine ha già 87 occorrenze!) e l’eterogeneità delle collezioni delle biblioteche.

La prima cosa che noi bibliotecari dobbiamo forse capire è che in un futuro prossimo le nostre collezioni non saranno più fatte di scelte puntuali sul singolo “pezzo”, ma di abbonamenti a collane, pacchetti il cui accesso verrà commercializzato come un intero (un abbonamento flat), cosa che riveste evidentemente un carattere di novità profonda sia rispetto alle attuali abitudini di lavoro, sia al concetto stesso di controllo sulle collezioni. La libertà di scelta potrebbe spostarsi, almeno in parte, sull’editore (o su chi commercializza i pacchetti), ma anche sull’utente finale che avrà a disposizione un numero probabilmente maggiore di documenti fra cui scegliere.

Inoltre, ci troveremo a comporre delle collezioni eterogenee sotto il punto di vista fisico (carta e digitale, in cui “digitale” va letto come una pluralità di formati), dei diritti (l’ultimo romanzo di Camilleri insieme ad un’edizione in pubblico dominio dei Promessi sposi, con la relativa differenze che questo comporterà per gli utenti finali), e della fruizione (lettura tradizionale, lettura a schermo, lettura su device dedicato, in streaming, con possibilità di download, eccetera).

Il secondo intervento, un po’ meno articolato perché parte di una tavola rotonda a più voci, è quello di Giuseppe Vitiello, che ricorda come la biblioteca tradizionale sia un prodotto della scarsità, una risposta nata per rispondere alle ristrettezze del print divide, e come questa prospettiva sia oggi completamente stravolta dall’economia dell’abbondanza informativa, dalla tendenza al costo zero (Chris Anderson) e dal ruolo svolto da Google. Possibili riposizionamenti delle biblioteche: la definizione di un nuovo ruolo all’interno della gestione dei flussi informativi delle loro istituzioni di appartenenza, e open access per il mondo della ricerca. Non poco, certamente, ma personalmente aggiungerei il potenziale ruolo delle biblioteche pubbliche in un certo numero di cose che già presa una ad una rappresentano una sfida! La formazione degli adulti, ad esempio, l’alfabetizzazione tradizionale e digitale, l’integrazione fra vecchie e nuove cittadinanze, l’inclusione sociale.

Nella stessa tavola rotonda, di nuovo Blasi che sottolinea l’aspetto perdente e via via residuale della catalogazione tradizionale delle biblioteche (gli opac), questi sì potenzialmente spazzati via dalla potenza di attori come Google Books e i sistemi di raccomandazione automatica basati sul collaborative, semantic filtering come quello di Amazon. Quello in cui le biblioteche possono invece dare un contributo importante è lo sviluppo dell’idea del libro come servizio e non come oggetto o prodotto.

Purtroppo, non posso riferire praticamente niente sulla parte relativa agli ebook nel contesto scolastico, che pure era presente a Fosdinovo: non sono riuscita a sentire gli interventi e mi mancano troppi passaggi. Ho solo colto una certa polemica fra editori digitali che lavorano per la scuola e una scuola che frena l’adozione dell’ebook sulla base dell’idea che esso venga imposto in modo acritico dalla riforma Gelmini…

Insieme a molti altri spezzoni di parole e ragionamenti, spero sia una parte che ci potranno ridare il materiale che verrà pubblicato sul sito o sparso online. Verificheremo!

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